Così nacque “Unico”

L’imbeccata mi arrivò di sera. Eravamo in un locale di via della Palomba, a due passi da Piazza Navona. Mi ero laureato da una manciata di mesi. Lavoravo come bassa manovalanza in un giornale romano e stavo per prepararmi insieme a un collega a quella che sembrava ai miei occhi l’impresa più epica che mi fosse capitata di fare fino a quel momento nell’industria libraria: un “Dizionario dei film”, uno dei primi a uscire (che si sarebbe rivelato poi lacunosissimo). «Cercano creativi alla Sogei», mi disse una mia amica. «E per cosa?», chiesi. «Il Ministero delle Finanze vuole rifare il 740». Altro non si sapeva.

In quei mesi mi erano capitate le tipiche disavventure lavorative riservate agli speranzosi senza tanti santi in paradiso. Ricordo che, tra mille ingenuità, mandai il mio curriculum anche alla Rai. Un mese dopo in risposta mi arrivò una lettera. Sussultai. Ma in realtà mi intimavano solo a pagare immediatamente il canone. Fino a pochi mesi prima la cosa più eclatante che mi era accaduta sul fronte editoriale era stata trovarmi protagonista della disperata lettera di una innamorata rivolta a Natalia Aspesi pubblicata sulla posta del cuore del “Venerdì” di Repubblica. La proposta più concreta che ero riuscito a trovare con le mie sole forze era stata quella di “sceneggiatore” in una rivista per adulti. E l’unico vero lavoro che ero stato capace di portare a casa per un po’ era stato quello di investigatore privato per Tom Ponzi. Non riuscivo a capire se era la mia vita che somigliava a quella dei personaggi perdenti decantati da John Fante, Charles Bukowski e Raymond Chandler o se stavo facendo di tutto per ricalcarla.

Nelle prime settimane dopo il fatidico pezzo di carta mi ero imbattuto in una esilarante serie di colloqui lavorativi. In uno di questi (“Società editoriale cerca collaboratori, etc.”), dopo un incontro che sembrava promettere bene, mi avevano proposto di vendere, porta a porta, libri per bambini. «Mi raccomando – mi aveva avvisato il reclutatore – devi dire sempre che il ricavato andrà in beneficenza». Chiesi se fosse vero. «Naturalmente no». Nel secondo feci passi avanti: entrai in uno di quei casting dove si parte in cento e si arriva in tre. Dicevano che fosse una società della Nasa. La cosa sembrava elettrizzante anche se nessuno era riuscito a farci capire in cosa consistesse il lavoro. Arrivato alle semifinali scoprii che dovevo vendere un’aspirapolvere a partire da una lista di amici e parenti. Ma il meglio lo raggiunsi qualche giorno dopo. Anche qui “Società americana cerca collaboratori, etc.”. Ancora colloqui multipli. Quando mi avvisarono che avevo passato il terzo tornai da loro. Entrai in macchina e attraversai la città. Mi trovai in una strada desolata di Roma Sud. Mi prese in consegna uno che tutti chiamavano “tutor”. Uscimmo. «Dove andiamo?», chiesi. «Prendiamo la metro». La metro? In viaggio il “tutor” si rivolse a me solo con una domanda, emessa tanto per parlare: «Insomma, hai finito la scola?». Capii che avevo fatto un errore ma ormai ero in viaggio. Arrivammo dall’altra parte di Roma, a cento metri da casa mia. Il tutor estrasse dalla borsa un lenzuolo e finalmente mi pose una frase a senso compiuto: «Oggi abbiamo gli accendini, le cravatte e i portachiavi, ma ogni giorno gli oggetti possono cambiare, è un lavoro diversificato». In quel momento la mia faccia e quel lenzuolo intrapresero una gara per decretare chi fosse più bianco. Raggiungemmo l’ospedale lì vicino. Quando vidi che entrava nei reparti e si faceva un letto dopo l’altro finsi di dover cercare una cabina del telefono e mi eclissai. Vidi all’orizzonte casa mia, ma avevo la macchina a un’ora da lì. Maledissi il “tutor”, presi la metro, tornai alla sede, dissi loro che “ci avrei pensato”, mi infilai in macchina e me ne tornai a casa. Pochi giorni dopo mi arrivò l’imbeccata.

Quell’anno si sarebbe rivelato rivoluzionario non solo per me ma anche per gli italiani. Il fisco aveva innescato una incredibile serie di novità che avrebbero cambiato per sempre le nostre abitudini. Il 1998 sarebbe stato l’anno della riforma fiscale. Non si sarebbero più pagate la marca sulla patente e la tassa sull’autoradio (ma il bollo sarebbe stato più caro); da quell’anno tutti i titolari di partita Iva sarebbero stati chiamati a fare i conti per la prima volta con l’Irap, l’imposta regionale che sostituiva l’Ilor; sarebbe stato istituito un riccometro che avrebbe misurato il nostro tenore di vita tenendo conto oltre che del reddito anche dei patrimoni nonché del possesso di barche e autoveicoli. Ma l’effetto più vistoso di questa rivoluzione avrebbe riguardato la dichiarazione dei redditi.

Mi presentai dalla responsabile della comunicazione, una signora apparentemente austera ma gentile e disponibile. Mi spiegò la sua esigenza: «Da quest’anno i contribuenti presenteranno una dichiarazione unica per fisco e previdenza, e faranno un unico versamento. E pertanto il Ministero vuole un nome nuovo che sostituisca il 740». Sarebbe bastato un solo modello per denunciare Irpef, Iva e contributi previdenziali, ma anche per versare l’Irap. Con quel solo modulo sarebbe stato possibile anche compensare tra di loro i contributi dovuti con i crediti vantati nei confronti delle Finanze. Inoltre quella nuova dichiarazione non sarebbe stata più presentata agli uffici del Comune ma tramite professionisti abilitati, in banca o alle Poste. Sarebbero stati questi intermediari a “digitare i dati della dichiarazione su un computer” (!) per inviarli al fisco.
Domandai qualche delucidazione in merito alle linee direttive. «Si dovrà capire già dal nome che Finanze, Inps e Regioni si pagano in una sola volta». Poi aggiunse una raccomandazione: «Deve essere un nome meno antipatico di 740».  Era una sorta di bando. Ogni creativo consegnava le sue proposte e tra queste sarebbe stata scelta quella più gradita al Ministro delle Finanze, Vincenzo Visco. La scadenza era il giorno seguente. Chiesi solo se dovevo limitarmi a presentare una sola proposta. Mi rispose di no. Salutai e mi misi a lavorare.

Il nuovo 740 era quindi la punta di un iceberg. Il sistema tributario italiano aveva avuto fino a quel momento una situazione piuttosto difficile. Le principali problematiche avevano toccato soprattutto l’elevato numero delle imposte e l’eccessiva quantità di disposizioni di leggi e decreti. Tutto ciò aveva dato luogo a una molteplicità di adempimenti a carico dei contribuenti, una gran mole di documenti cartacei, un elevato numero di ricorsi, sovrapposizioni e sfasature. Questa situazione aveva negato all’amministrazione finanziaria la possibilità di ottenere un’unica visione globale del contribuente. Pertanto, l’analisi di una simile situazione aveva portato il Governo a chiedere un pacchetto di leggi in materia tributaria allo scopo di recuperare l’efficienza del sistema, semplificare gli adempimenti, rafforzare le attività di accentramento dei redditi e ripristinare i criteri di equità nella distribuzione del prelievo. Il decreto legislativo 241 del 9 luglio 1997 aveva definitivamente rinnovato il sistema di riscossione introducendo un versamento unificato delle imposte. E pertanto la nuova dichiarazione che ne derivava avrebbe dovuto avere un nuovo nome.

La mattina del 25 febbraio 1998 ne buttai giù una serie. Erano per lo più acronimi. Giocavo sui tre elementi Finanze, Inps e Regioni e su alcuni suffissi. Avevo poche ore e non sapendo chi ci sarebbe stato dall’altra parte percorsi parallelamente strade differenti.
Alla fine mi trovai diverse famiglie di nomi. Riassumendole qui posso dire che esistevano scelte più burocratiche e più informali. Tra le prime rientravano le opzioni “istituzionali”. Certo, lo volevano meno antipatico di “740”, ma non potevo chiamarlo “Ambrogio”, anche se lo desideravo fortemente. In questo primo insieme, che reputavo poco riuscito, raccolsi nomi che rimandavano a quel nuovo modo di pagare “in una sola volta”. Gli slogan che li accompagnavano erano indicativi e intercambiabili. Ciascun nome aveva una sua linea grafica.

Unitax
Un modo nuovo, un modulo nuovo per pagare le tasse

Monotax
C’è un solo modo per dichiarare i redditi

Unitas
1998: l’unità di tassa

Simultax
Una sola volta, una sola tassa

Fritax
Finanze Regioni Inps

Moderin
Il nuovo modulo per le Entrate le Regioni e l’Inps

Computax
Uno per tutti

Unisono
Il posto delle tasse

Se escludo l’ultimo queste scelte non mi entusiasmavano, il suffiso tax mi era stato suggerito dalla stessa Sogei ma trasformava quei nomi a volte in partiti altre in medicinali. Se bisognava rendere il nome più simpatico queste due associazioni mi portavano decisamente lontano dall’obiettivo. Ad ogni modo le lasciai.

Passai quindi a opzioni più liriche e giocose, sempre moderandomi.

Finir
Dove sono andate a finire Finanze, Inps e Regioni

Rien
Regioni, Inps e Finanze: nient’altro che questo

Modì
Un modo, un modulo, un modello per dichiararsi

Finire
Finanze, Inps e Regioni, una volta per tutte

Poi aggiunsi un elenco di proposte con nomi secchi e decisi senza riferimenti diretti ma, che ritenevo ugualmente efficaci. Avevano anche loro degli slogan sulla falsa riga dei precedenti. Ne cito alcuni:

Solo, Quanto, Mitto, Argo, Ecco.

Tra questi c’era anche:

Pan.

Il greco del liceo si rivelò prezioso: significava “tutto”. Ma se volevamo vederlo in chiave “simpatica” si poteva anche intendere Peter Pan. In fondo quel modello era un bambino. Poteva essere simpatico dire: “Hai pagato il Pan?”. Certo, si poteva prestare pure a battute straordinariamente calzanti. Bastava pensare al detto “Rendere pan per focaccia”. Tra le altre cose, richiamava anche il mio nome di battesimo. Pertanto se l’avessero scelto sarebbe stato per me un piccolo eponimo. Come, con le dovute proporzioni, il Grande Raccordo Anulare per Eugenio Gra (ma se si pensa che nacque dopo che il ministro Giuseppe Romita istituì l’ANAS, non si poteva che usare quelle tre lettere). Ad ogni modo, fantasie napoleoniche a parte, non lo spinsi più di tanto. Mi sentivo sicuro di me, ma ero anche consapevole dei miei limiti. Avevo bazzicato il cinema, avevo fatto qualche mostra, scribacchiavo sulla carta stampata ma non ero un lavoratore. E fino a quel momento non avevo mai fatto una dichiarazione dei redditi. Pertanto non avevo una padronanza dei confini da rispettare.

Le colonne d’Ercole le superai solo con la proposta finale. Fu frutto di un ragionamento piuttosto elementare. Pensai: se un solo modulo consentirà di pagare tutte le imposte permettendo anche la compensazione, forse dovrei fregarmene degli acronimi, dei suffissi e delle direttive perché c’è un nome che dice già tutto. Così aggiunsi una sola parola, semplice e riepilogativa:

Unico
In una volta sola

Dove quel nome poteva anche funzionare da acronimo: unificato compensativo.
In questo caso il nome era simpatico, l’acronimo che nascondeva meno, dal momento che parlava burocratese. Ma questo da fuori non si vedeva. Era stato tradotto, divulgato e truccato.
L’elenco fu salvato e chiuso, come testimonia la data del file rimasto intrappolato per vent’anni in un vecchio portatile, mercoledì 25 febbraio 1998 alle ore 12.52.  Dopodiché stampai il documento a colori,  lo rilegai nel migliore dei modi, lo consegnai alla comunicazione della Sogei, compilai un po’ di scartoffie e me ne andai.
Il giorno seguente il Ministro Visco, confermò pubblicamente l’obiettivo di abolire le dichiarazioni dei redditi per sostituirle con dichiarazioni telematiche inviate dai centri di assistenza fiscale.

Non seppi più nulla per un paio di settimane, fino a quando la sera del 16 marzo (vent’anni fa) mentre guardavo la trasmissione Maastricht Italia, il ministro Visco annunciò: «È nata la nuova dichiarazione dei redditi. Si chiama Unico». Bingo! Era stato scelto il mio nome.
La mattina chiamai io la Sogei: «Ha visto?», mi dissero. «Ho visto», risposi. E mi convocarono. Presi i giornali: “Arriva Unico, il nuovo 740”. Mi fece uno strano effetto.
Venni a sapere che tra quelle scartoffie avevo firmato anche un documento con il quale rinunciavo alla paternità e ai diritti di un eventuale nome scelto tra quelli da me proposti. In cambio, per il lavoro svolto, la Sogei si impegnava a darmi un milione e mezzo di lire. Ma principalmente quella paternità fu subito barattata con un contratto di consulenza. Uno stipendio per dovermi recare ogni tanto in sede, ascoltare le principali questioni legate alla comunicazione, lavorarle, risolvere e consegnare il lavoro nel più breve tempo possibile. Perché, imparai presto, se ostenti sicurezza, risolvi problemi e sei veloce diventi indispensabile. Iniziai così ad addentrami nell’universo fiscale. Ci avrei viaggiato per un po’.
Mi occupai delle campagne di lancio di Unico, dei testi sul primordiale sito, delle newsletter, dei periodici aziendali e dei comunicati che finivano sui giornali. Diventai un esperto in anagrafe tributaria, fisco telematico, rivoluzione catastale, federalismo fiscale. Così, io, un povero neolaureato in lettere, ex investigatore privato, venditore ambulante fallito, mi ritrovai in qualche modo a decriptare la rivoluzione fiscale agli italiani.

Di fronte a me avevo un compito delicato. Dovevo tradurre in un’altra lingua le centinaia di pratiche, fascicoli e incartamenti che mi portavo a casa. In quei giorni era scoppiata l’ennesima querelle sull’uso dell’italiano. Era stata rinvigorita da un paio di libri del linguista Tullio De Mauro, “Prima persona singolare” e “Linguistica elementare”. La nota dolente restava sempre la burocrazia. «Il modulo 740 sarà mai scritto in italiano?», chiedeva Nello Ajello a De Mauro. «La battaglia contro l’italiano del 740 è cominciata – aveva risposto lui – facendo registrare qualche successo. Il progetto del codice di stile di Sabino Cassese, ministro della Funzione Pubblica nel governo Ciampi, è stato sviluppato dai ministri che gli sono subentrati». Poche settimane prima era stato presentato un disegno di legge che ne imponeva l’uso alle amministrazioni e ai legislatori. Era una crociata personale di De Mauro. Le parole – diceva – sono fatte per essere capite, prima ancora che per essere dette. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. E chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire. Italo Calvino parlava di antilingua inesistente, di terrore semantico, di significati allontanati in favore di “vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente”.

Quel linguaggio usato sui fogli che portavo a casa era palesemente inadatto a comunicare efficacemente qualcosa ai contribuenti: periodi tortuosi, termini tecnici, inutili neologismi e sigle indecifrabili. Se quei testi dovevano arrivare a un lettore questo doveva essere privilegiato. Pertanto per prima cosa mi calai nei panni del destinatario. Non mi fu difficile. Perché non solo ero anche io un potenziale lettore, ma non ero nemmeno lontanamente esperto in materia. Mi posi quindi un paio di domande: chi deve pagare le tasse che cosa ha bisogno di sapere? E che cosa è in grado di capire? La risposta alla prima domanda mi avrebbe aiutato a selezionare le informazioni realmente utili per il lettore, la risposta alla seconda mi avrebbe aiutato a presentare le informazioni selezionate in modo che gli fossero comprensibili.

Devo dire che il Ministero per primo, data la sua vocazione a operare nell’interesse collettivo, si poneva il dovere di comunicare questi atti con la massima chiarezza possibile. Ma quel linguaggio giuridico-amministrativo era evidentemente destinato agli addetti ai lavori e se fosse stato fatto circolare in quella forma si sarebbe rivelato discriminatorio e antidemocratico, perché, a causa della sua complessità, avrebbe potuto essere compreso solo da una minoranza. Sapevo però che quel tipo di linguaggio era stato forgiato su misura per esigenze di lavoro interne. Il Ministero e la Sogei svolgevano infatti funzioni tecniche e complesse e pertanto facevano ricorso a parole tecniche incastrate in un linguaggio complesso. Ma, mi chiedevo, era giusto? Alla complessità del lavoro doveva per forza corrispondere una complessità del linguaggio?

Le parole di quella rivoluzione avrebbero influito in modo sostanziale sulle vite degli italiani. Soprattutto sui loro obblighi. E pertanto conoscerli per poterli adempiere significava anche conoscere i propri diritti. Non sapevo nulla di plain language o di indice Gulpease, tuttavia giunsi comunque a una certezza: non era giustificato sovrapporre la complessità di quelle procedure a una equivalente complessità dei linguaggi. La complessità organizzativa della macchina pubblica poteva essere forse chiamata in causa per giustificare la complessità delle procedure, ma non aveva nulla a che vedere con l’abitudine a scrivere in modo tortuoso e oscuro. Le parole dovevano essere accessibili a chiunque. Ne parlai in Sogei (forse l’unico luogo di lavoro dei tanti che avrei bazzicato in seguito dove si sarebbero rivolti a me attribuendomi sempre la qualifica di “Dottore”).  Spiegai che dal mio punto di vista quei testi utilizzavano un linguaggio oscuro, difficile da comprendere, e pertanto era necessario trasferirne i concetti in una lingua immediatamente accessibile. Incredibilmente, fui ascoltato. Di questo devo essere grato alla mia interlocutrice.

Quelle traduzioni spesso per me diventavano veri e propri esercizi di stile perché presentavo infinite varianti dello stesso concetto nelle quali le differenze erano legate anche alla forma della frase, alla sua impostazione o ai toni utilizzati. Proponevo sempre versioni differenti in modo da semplificare la vita dei miei interlocutori mettendoli nella condizione di poter scegliere senza rimpalli continui. Ricordo ad esempio che anche per la semplice pagina di accoglienza del sito mi adoperai con le consuete variazioni sul tema: dall’incipit (“Benvenuti. Le porte della Sogei sono aperte…”; “Siete entrati nella nuova versione di Sogei online…”; “Sogei online mette a vostra disposizione documenti, notizie, aggiornamenti…”; “Il patrimonio informativo della Sogei è a vostra disposizione…”, etc.) alla chiusura (“Buon viaggio”; “Buon lavoro”; “Buona consultazione”, etc. fino a un categorico “Consultatelo”).

L’esordio del modello Unico non fu felice. Un paio di mesi dopo la sua uscita il Garante della Privacy, Stefano Rodotà, “bocciò” la busta per la consegna del nuovo modello perché poteva “permettere di leggere il frontespizio della dichiarazione e anche di estrarre la stessa con relativa facilità”. La grana della busta sbagliata non fu l’unica. Ne venne fuori un’altra, ancora più clamorosa: in Valle d’ Aosta ai contribuenti giunsero i moduli con i vecchi toponimi fascisti. Per capirci: Porta Littoria e non La Thuile, Cormaiore e non Courmayeur, Villanova Baltea e non Villeneuve, San Vincenzo della Fonte e non Saint Vincent. Il fatto fu capace di creare sconcerto fra i contribuenti anziani, che conoscevano quelle denominazioni, e quelli giovani, che le ignoravano.

Il 19 giugno di quell’anno fu l’ultima data utile per presentare la dichiarazione dei redditi. Quello fu anche il giorno in cui nacquero i prefissi per le telefonate urbane (da quel momento avremmo dovuto aggiungere “06” per Roma, “02” per Milano e così via), come aveva spiegato con orgoglio martellante la pubblicità della Telecom, senza farci capire il reale motivo di un simile cambiamento.  Dopo l’estate Romano Prodi decantò un boom delle entrate. L’ introduzione del modello Unico aveva permesso di recuperare base imponibile. L’ aver racchiuso in una sola dichiarazione tutti i dati e i versamenti di Irpef, Irap, Iva e contributi previdenziali aveva limitato l’evasione impedendo ai contribuenti più smaliziati di trovare forme di elusione “giocando” con i pagamenti. Con il tempo i principali effetti del decreto avrebbero visto una modificazione delle logiche di lavoro, una riduzione degli adempimenti, una semplificazione delle procedure, l’eliminazione dei documenti cartacei, la possibilità di accertamento unificato di tasse e contributi. L’avviamento del decreto legislativo avrebbe portato una trasformazione radicale dei rapporti tra amministrazione e contribuente. Se oggi non dobbiamo fare altro che presentare la nostra dichiarazione a un professionista si deve a quella rivoluzione. Fu così che il Ministero dalla perdita di una visione globale passò alla conquista di una visione unitaria. Quella che probabilmente molti di noi oggi maledicono ogni qual volta ci arriva una raccomandata a casa da parte sua o di chi ne fa le veci.

Decodificare quel burocratese, per di più declinato in tributarese, fu per me una incredibile palestra. Dopo fisco e tributi non mi spaventò più nulla. Fui in grado – non dico di fare bene – ma quantomeno di accettare senza spaventarmi qualsiasi lavoro editoriale o di comunicazione in qualunque ambito. Nel giro di qualche mese per me le cose si misero improvvisamente bene. Diventai cronista per un giornale e grazie all’uscita di un redattore (che sarebbe diventato Presidente di uno dei canali Rai) venni preso in pianta stabile nel settimanale dove facevo manovalanza. Esordii malissimo. Correndo da una redazione all’altra fui inavvertitamente agganciato dal manico di un ombrello di una vecchietta finendo per terra. Lì per lì non accadde nulla, ma dopo una notte di inferno mi recai nello stesso ospedale dove ero entrato con il “tutor” per uscirne ingessato al braccio destro.

Pochi giorni dopo ebbe luogo la cena di fine anno del giornale. L’intera redazione sedeva su un lunghissimo tavolo nella sala di un ristorante modaiolo dell’allora rinascente Portonaccio. Ero seduto a capotavola, all’orizzonte opposto si intravedevano editore, direttore e capi redattori al gran completo. Come spesso accade in questi frangenti noi redattori pensammo bene di occupare i tempi morti all’insegna della ricerca scientifica e della cultura enologica. Da lì a parlare di danze e tradizioni popolari nell’Unione Sovietica il passo fu breve. Offuscato dai fumi, a seguito di una provocazione («Saresti capace?»), assecondai meccanicamente i pilastri del mio credo lavorativo (ostentare sicurezza, risolvere problemi, essere veloce) saltando a piedi uniti (con un braccio solo) sul tavolo. Se l’assoluta incoscienza mi manovrava come un burattino, un agghiacciante mantra si era impossessato dell’intera tavolata. E al ritmo ipnotico di «Salta-Salta-Salta!» iniziai, credo, un Kazatchoc sul tavolo. Mi accorsi che il tavolo stava ballando ma, galvanizzato dagli scroscianti applausi redazionali, iniziai impercettibilmente ad avanzare. Non sapevo che stavo poggiando i piedi su dieci piccoli tavoli affiancati. Quando il primo iniziò a tremare saltai sul secondo, poi sul terzo e via così su tutte le zolle, in un crescendo che mi piacerebbe definire rossiniano ma che in realtà fu solo fantozziano. Volteggiando in un ideale rallenty – di fronte al viso roseo del direttore – sapevo già che quel domino si sarebbe potuto chiudere in un modo solo: con una mia inevitabile caduta. Sulla mano sana. Sentii il crack, ma, grazie all’alcol, non il dolore. Dissi solo con distacco aristocratico: «Mi sono rotto l’altra mano». Ricordo poco altro. Le ultime parole che pronunciai uscendo da una macchina furono senza senso: «Assumerò un ufficio stampa per dimostrare la mia innocenza».

La mattina seguente ero di nuovo nel medesimo ospedale: trovai gli stessi medici, mi guardarono con disapprovazione e mi fecero uscire con la seconda mano ingessata. Mi sarei meritato di trovarmi di fronte il “tutor” e di essere costretto a comprargli un paio di cravatte, sempre che quello fosse giorno di cravatte. Ma non lo incontrai. Mi feci portare invece in redazione. Entrai come la statua del Cristo redentore sulla cima della montagna del Corcovado. Fu molto divertente. Per loro. Da quel giorno per mesi non potei fare più nulla da solo. Ma le mani si ripararono in tempo per permettermi di presentare il mio primo modello Unico. Osservando quel nome cubitale rivestito di celeste zuccherino pensai:«E se fosse passato Pan? O Modì?». Non so, forse sarebbe stato più bello. Ma a quel punto dovevo guardare avanti. Ero ormai un lavoratore. E se questa condizione mi faceva assomigliare a tutti gli altri, per me rappresentava un fatto rivoluzionario. Unico.

Mostra commenti ( )