Baistrocchi

Io, la mia vita, se l’avessi dovuta descrivere in un grafico, il cinquanta per cento della mia vita sarebbe stata in una fetta di grafico che indicava dei periodi che mi ero sforzato che la mia vita rimanesse così, il cinquanta per cento sarebbe stato in un’altra fetta di grafico che indicava dei periodi che mi ero sforzato che la mia vita cambiasse.
Adesso ero in un periodo che mi sforzavo che la mia vita rimanesse così, che non era però una cosa priva di conseguenze.
Che io ogni tanto, a me, nella mia immaginazione, mi si presentava un personaggio immaginario che mi piaceva moltissimo che ero praticamente io stesso però un me stesso che vedeva le cose con molta più chiarezza di come la vedevo io, come se fosse il protagonista di una canzone, o di una commedia musicale, Il paese dei campanelli, che in quei posti lì, nelle canzoni, nelle operette, nelle commedie musicali, le cose che c’erano dentro erano sempre cose sensate se ci andava a finir dentro una cosa insensata c’era un motivo sensato anche per la presenza di una cosa insensata cioè tutto il contrario della mia vita, che era piena di cose insensate senza motivi sensati, e compariva d’un tratto questo io bello, alto, intelligente, sensato, con i capelli e con un nome sensato, come Gianluca, e mi diceva «Baistrocchi!», mi chiamavo Baistrocchi, «Baistrocchi!» mi diceva Gianluca.
«Oh», gli rispondevo io.
«Ma ti piace, a te, questa vita che fai?», mi diceva Gianluca.
«No», gli dicevo io.
«E allora perché vuoi che rimanga così?» mi chiedeva Gianluca.
E io non sapevo più cosa dirgli che a me, il me stesso con i capelli, alto, bello, da operetta, quando mi compariva, era un’apparizione così mortificante che mi ammutoliva, il più delle volte.

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