Memorie selettive
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Memorie selettive
Michele Serra
Martedì 16 maggio 2023

Memorie selettive

(Ashish Vaishnav/SOPA Images via ZUMA Press Wire)
(Ashish Vaishnav/SOPA Images via ZUMA Press Wire)

Nel 2009, cominciando una nuova vita in Appennino, cominciai a tenere un diario della casa. L’intenzione era sostanzialmente agricola e naturalistica: annotare gli eventi climatici più rilevanti, le semine, i raccolti, la messa a dimora di alberi e piante, gli avvistamenti sempre più frequenti degli animali selvatici in continuo aumento – il lupo, l’aquila, il cervo oltre ai più ordinari cinghiale, capriolo, volpe, istrice, tasso. E beninteso il mio preferito, il rigogolo che risplende di giallo: so parlare la sua lingua. Mi risponde. Un diario del posto, dunque, ben più che mio. Un pluviometro, non un’autobiografia. Niente di “letterario”, appunti rapidi, date ed eventi, poche righe e non tutti i giorni, neanche tutte le settimane.
Poi accadde che il diario, come per una sua naturale spugnosità, cominciò ad assorbire anche i fatti miei, di mia moglie, dei suoi e dei miei figli. I viaggi, le cose di lavoro, le visite degli amici e le visite agli amici. Le malattie, i lutti, le nascite, le vacanze, i principali avvenimenti politici, qualche buon film visto, libro letto, ristorante o albergo visitato. Con il tempo, come la stalagmite, le cose della vita si sono depositate in quel racconto goccia dopo goccia, e la consistenza del diario si è fatta notevole, come per dire che la vita di ciascuno, in soli quindici anni, è carica di molte più cose di quante pensiamo; e di quante conserviamo memoria.

Ogni tanto ne rileggo qualche pagina e mi sorprende misurare la mia capacità di oblio: ho dimenticato molto, le cose spiacevoli come quelle piacevoli. Credo di avere anche teorizzato (in articoli antichi, sulla guerra nell’ex Jugoslavia) che la memoria può essere una galera – ci si scannava nel nome di battaglie di cinque o sei secoli fa, si moriva sbandierando ragioni e torti che appartennero ai nonni dei nonni dei nonni dei nonni dei nonni… Poi forse – grazie alla infinita libertà della scrittura letteraria – sono riuscito a raccontarla meglio, questa mia attrazione per l’oblio, nel romanzo Le cose che bruciano, che è una specie di fuga ostinata e orgogliosa dalla memoria e dai suoi detriti anche fisici (i mobili tarlati! Le caterve di libri che nessuno ha mai letto e nessuno leggerà mai! Certi orribili sofà della zia! I bauli zeppi di cianfrusaglie! Quell’odore di polvere, di zavorra, di morte, la scia appiccicosa di un passato che non solo non passa, ma ci insegue greve e implacabile, come uno stalker, e per quanto noi acceleriamo quella scia ci rimane attaccata. Perché non farne una bella pira, del nostro passato?).

Ovviamente so bene quanto è vero il contrario: attorno alla memoria, anzi in difesa della memoria, sono costruite l’epica e anche l’etica dell’Europa che rovescia fascismo e nazismo e rinasce democratica, unita e anti-nazionalista (quest’ultimo connotato solo sulla carta). Ed è anche a causa dell’impallidire di questa memoria fondativa – la Shoah, la Seconda guerra mondiale, l’occupazione nazista, la Resistenza – che ci ritroviamo, noi italiani, un governo siffatto.
Ma memoria pubblica e memoria privata, anche se si intersecano così spesso, non sono la stessa cosa. Il cumulo delle proprie memorie personali è a carico di ciascuno, disperderle o accumularle è facoltà di ciascuno.
Uno psicanalista mi saprebbe spiegare se il mio tasso di rimozione è salubre o insalubre. Io mi limito a prenderne atto. Ma devo aggiungere – ed è importante – che quando, aprendo spesso a caso il diario, mi ritrovo di fronte alle cose che avevo dimenticato, siano esse piacevoli o spiacevoli, sono contento di averle appuntate. Cioè sono contento di avere contraddetto la mia tendenza a dimenticare. Quelle righe mi aiutano a disegnare un cammino che giorno per giorno non ci si rende conto di fare. Mi danno una sensazione di chilometraggio, di tempo speso, di cose fatte, di non staticità e di non inutilità. Non conta solo la qualità, nella vita, conta anche la quantità: dei giorni vissuti, degli incontri, degli incidenti, delle gioie, delle persone perdute e di quelle trovate.
Non avessi mai scritto un diario la mia vita mi sembrerebbe più breve e più vuota – invece è lunga, e piena di cose. So esattamente quando il rigogolo mi rispose – maggio 2013 – e credetemi: sono soddisfazioni.
Tanto è vero che mi dispiace averlo iniziato così tardi, il diario. Nel 2009 avevo già 55 anni, il tempo precedente è stato enormemente più lungo e pieno di cose importanti. Una loro traccia, anche esile, mi servirebbe a capire meglio che vita ho vissuto. Non per impicciarmi dei fatti vostri: ma se non tenete un diario, secondo me dovreste farlo. È come l’indice di un libro, e quel libro siete voi. Fatelo leggero, appena accennato, che la vita è pesante e confusa, meglio riassumerla in pochi tratti senza fronzoli, senza aggettivi. Invece il sofà della zia bruciatelo senza rimorsi, per rileggere il vostro diario potrete sedervi altrove.

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Anche se non tutti lo sanno, Fabio Fazio è un grande imitatore, e in quanto tale cominciò la sua lunga storia alla Rai, diciottenne, con Raffaella Carrà. So che esiste da qualche parte un fondamentale nastro, reperto dell’era analogica, che contiene un intero LP (solo i più anziani hanno memoria di che cos’è un LP) nel quale Fabio canta – tra le altre – con la voce di Al Bano le canzoni più improbabili per Al Bano (tipo: La locomotiva di Guccini). Quel disco non uscì mai perché Al Bano fu colpito da una sventura familiare e si decise, nobilmente, di soprassedere, ma esiste, e i non pochi che parteciparono alle feste di Cuore a Montecchio sicuramente hanno memoria di Fazio che canta Scende la luna dal monte con la voce di Francesco Cossiga, o La locomotiva con la voce di Al Bano. Ci si sbellicava, eravamo ragazzi semplici.
L’imitazione, come è noto, è una delle branche dello spettacolo più umili e spesso più sgangherate (nelle feste di paese spesso l’imitatore ha bisogno di spiegare in qualche modo chi sta imitando). Ma fa comunque ridere, o per il buon esito o per il fallimento. Non credo che, andando a lavorare a Nove, Fabio vorrà ripescare dai suoi bauli alcuni pezzi di repertorio riservati nei decenni, quando era di buon umore, a chi lavorava con lui. Nel frattempo, torno a dire quanto mi sorprenda e mi faccia piacere scoprire tra i lettori di Ok Boomer! siano davvero tanti quelli che leggevano Cuore e venivano a Montecchio, sulle rive del fiume Enza, a sentire Fabio che faceva Cossiga accompagnato alle tastiere da Vittorio Bonetti. Tra le tante, ecco la lettera di Samuele.

“Ciao Michele,
presente! Sono anche io un ex lettore affezionato di Cuore, ora abbonato al Post.
Grazie a Cuore ho cominciato ad appassionarmi alla politica. Avevo iniziato a comprarlo, ai tempi del liceo, perché qualcuno mi aveva fatto leggere la pagina del Giudizio Universale, che avevo trovato geniale. Dopodiché, leggendo gli articoli di satira politica delle altre pagine, non c’era verso: se volevo capirli fino in fondo, se volevo ridere, dovevo informarmi, approfondire, imparare, conoscere il contesto. Vengo da una famiglia che definirei qualunquista, in cui l’unica cosa che si diceva dei politici è che erano tutti uguali e tutti ladri. Cuore, e le meravigliose feste a Montecchio Emilia, sono state la mia gioiosa, intelligente, indimenticabile scuola di politica. Cuore mi ha insegnato a mettere in discussione quello che leggevo sui giornali, in primis a metterne in discussione la lingua di plastica; attitudine critica che ho ritrovato, anni dopo, nel blog Wittgenstein di Luca Sofri, con le sue “Notizie che non lo erano”, e da lì sono sbarcato al Post, in una traiettoria che mi sembra perfettamente logica e naturale. Quindi ritrovarti sul Post per me è solo una conferma, di cui sono oltremodo lieto. A questo punto il prossimo passo saranno le feste del Post a Montecchio Emilia, e chissà se i bonghisti sono ancora là. Un grande abbraccio”.
Samuele Galassi

Mia nota a margine: nel caso che il Post, già prodigo di iniziative, voglia anche organizzare un revival di Montecchio, dubito che i bonghisti saranno inclusi nella playlist di Luca Sofri.

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Per la serie “i grandi dibattiti di Ok Boomer! (che minaccia di diventare un kolossal…), non poteva non generarne uno anche il tema “educazione dei figli”, evocato la settimana scorsa da due lettere, di una madre e di un padre, che tracciavano un’idea molto precisa, e molto “al servizio dei figli” (sintesi mia) del ruolo dei genitori. Scelgo queste due lettere, che sembrano fatte apposta per aprire una discussione molto accesa sul tema: essere troppo accoglienti e disponibili con i figli li prepara oppure no ad affrontare il mondo?

“Caro Michele, non resisto e le scrivo commentando le due email dei lettori che raccontavano l’evoluzione del modo di essere genitori. Parlo da mamma quarantaduenne di due bambini di 8 e 3 anni. Anch’io naturalmente, essendo arrivata alla maternità abbastanza in là con gli anni, ho letto libri di pedagogia, frequentato corsi online e in presenza, sono andata in crisi e ho messo fortemente in discussione il modello dei genitori boomer. Quindi Montessori, musica e acquaticità fin dal primo giorno, accoglienza delle emozioni e per l’amor del cielo mai uno scapaccione. Solo che adesso sono arrivata alla preadolescenza di mio figlio e scopro che era tutto sbagliato, in quanto gli adolescenti di oggi vivono nell’ansia e non vogliono più andarsene di casa per colpa nostra, perché siamo troppo accoglienti, amorevoli e disponibili. E chi glielo fa fare ai ragazzi di essere adolescenti come una volta?”
Marta Zanoni

“Ho 70 anni, sono felicemente sposato da 41, tre figli e cinque nipoti. Sono pensionato dopo una vita professionale varia e ricca di soddisfazioni; sono un fortunato sopra la media. La vita è sempre stata dura, più o meno per tutti. Spesso si sbatteva su disgrazie bibliche. La sfortuna dell’homo sapiens è averne coscienza, e pochi hanno il carattere di Michela Murgia. Una volta la cosa era chiara a tutti perché guerre, carestie, epidemie e disastri vari erano nella memoria e nell’esperienza, e l’attrezzatura principale era la pazienza, ‘a chi la tocca, la tocca’. Non che non reagissero, ma non si chiedevano troppo perché proprio a loro, visto che i vicini, più o meno, ne avevano altrettante (vedi l’incipit di Anna Karenina). L’educazione dei figli, prendendo atto della ruvidezza della vita, era ruvida: un allenamento alle disgrazie future. Non era un bel crescere e l’età della spensieratezza durava poco”.
“Oggi le cose vanno molto meglio e abbiamo qualche strumento in più per difenderci dalle disgrazie, o almeno per limitarne gli effetti. L’educazione dei figli, nella nostra società, è ben descritta nella lettera di Francesca riportata nella puntata dell’otto maggio. È un’educazione per una vita senza incidenti. Sono convinto che vada bene così. Ma quando arriverà una botta, che strumenti avranno a disposizione? Basteranno le consolazioni filosofiche e/o l’assistenza di uno psicoterapeuta? Siamo sicuri che questa nuova educazione, nata nel benessere, sia la migliore di fronte a una vita che, comunque, sempre bene non va? E non sto pensando a una bocciatura, ma ad una morte, uno sradicamento, uno sconquasso familiare, un’infermità, la vecchiaia. Non sarà che l’educazione è come un pendolo che prima era tutto da una parte e adesso è tutto dall’altra, ancora lontano dall’equilibrio? Parafrasando: fortunata la vita che non ha bisogno di eroismi. Ma quanti potranno goderla, considerando che oggi la vita è, per la maggioranza, più facile per le necessità minime, ma più difficile per tante nuove situazioni? Il futuro per molti giovani è un’angoscia pesante”.
Pier Francesco Costantini