Attenti al Gorinto
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Attenti al Gorinto
Michele Serra
Martedì 23 maggio 2023

Attenti al Gorinto

Una strada franata vicino a Monterenzio, a sud di Bologna (ANSA/Max Cavallari)
Una strada franata vicino a Monterenzio, a sud di Bologna (ANSA/Max Cavallari)

A cinquecento metri da casa mia, alla fine di un campo di erba medica, scende un piccolo rio, quasi sempre a secco perché sull’Emilia occidentale, da almeno tre anni, piove pochissimo. Sarà lungo, a occhio e croce, tre chilometri. Uno sgorbietto sulla crosta del mondo. Un minuscolo capillare del sistema di circolazione delle acque sulla superficie del pianeta.

Non sapevo che avesse un nome e invece, un giorno del maggio 2019, ho scoperto che un nome ce l’ha. Si chiama Gorinto, quando me l’hanno detto mi è venuto da ridere perché è un nome che suona pomposo, un nome da fiume vero. E il Gorinto, invece, è il più insignificante dei corsi d’acqua, praticamente uno scolo. Infilandosi in un grosso tubo di cemento, l’acqua passa sotto una strada sterrata. Mezzo chilometro più a valle incontra un altro piccolo rio, il Taffone, e le due acque scendono insieme a fondovalle, confluendo nel torrente Tidone che arriva pigramente fino al Po.
Il 28 maggio del 2019 il minimo Gorinto, d’improvviso gonfio e impetuoso come un bisonte infuriato, è esondato, portandosi via un pezzo di strada e qualche pertica del mio campo di erba medica. (La pertica è una misura agricola medievale rimasta in uso ancora oggi. In ogni zona d’Italia vale un numero diverso di metri quadrati. Dalle mie parti, in Emilia, per fare un ettaro ci vogliono quasi tredici pertiche). Da quel giorno ho saputo che aveva un nome; e in sostanza ho capito che quella fenditura nel terreno, per anni valicata senza uno sguardo, era pur sempre un corso d’acqua, scavato dalle piogge nelle migliaia di anni. Ogni rilievo ha i suoi impluvi: sono i solchi di scorrimento delle acque, se sono proprio lì è perché la geomorfologia, tirando le somme delle varie pendenze e della consistenza del terreno, lì ha deciso che devono essere.

Perché il Gorinto esondò, in quel maggio di quattro anni fa, convocando ruspe e badili attorno al proprio letto ormai sfatto? Perché una pioggia particolarmente abbondante, precipitando lungo quel breve e ripido corso, aveva incontrato detriti in grande quantità. Alberi vivi e morti, ramaglie, sassi piccoli e grandi. Trascinati verso valle, i detriti avevano fatto diga e ostruito il rio. L’acqua era esondata, pesante e copiosa, erodendo in pochi minuti campo e strada.
Nel tratto che corre sui miei terreni, che sono coltivati, il rio era abbastanza pulito. Solo qualche salice di troppo: niente piace ai salici come crescere addosso ai corsi d’acqua, se possono anche dentro. Il guaio vero fu che il tratto a monte (appena un chilometro di lunghezza) corre nella boscaglia, tra terre incolte da molto tempo. Nessuno lo puliva da chissà quanti decenni. Gli uomini devono aver pensato che del Gorinto non fosse il caso di occuparsi, oppure se ne erano semplicemente dimenticati. Vivevano qua attorno, prima dell’industrializzazione, molte centinaia di persone. Ora siamo in poche decine. Tenaci, ma pochi.

Se vi ho raccontato questa piccola storia è perché, in scala ridottissima, quasi casalinga, è il riassunto preciso e implacabile delle nostre disgrazie. È una storia che capisce anche un bambino: “dissesto idrogeologico” è un concetto impegnativo, ma sturare uno scarico, pulire un fosso, liberare dalle foglie una grondaia è pensiero pratico, vita quotidiana, mani al lavoro. Il regime delle acque, che nella sua parte celeste sfugge ampiamente al nostro controllo, nella sua parte terrestre va governato e sorvegliato. I corsi d’acqua non devono avere tappi, devono essere pervi, come le arterie e le vene nel nostro corpo.
A meno che si decida che la natura ha il diritto di levarsi di dosso il nostro ingombro (è la tesi che sta alla base dell’ambientalismo più radicale), e dunque i corsi d’acqua vadano lasciati liberi di sommergere i coltivi e i frutteti, annegare le bestie, erodere le valli e farle franare, diroccare le case, e insomma la sola cosa che ci resta da fare sia prepararci a levare l’incomodo; a meno, dicevo, di stabilire che per la natura siamo solo un parassita, una degenerazione, la nostra presenza deve manifestarsi come manutenzione e cura di un corpo del quale siamo parte integrante. E siccome, a differenza del luccio, della nutria, del cuculo e dello scarabeo, noi abbiano tecnologia, e dunque un potere di intervento enormemente più rilevante di tutti gli altri animali; e siccome abbiamo usato fin qui questo potere con ingordigia e imprevidenza nei confronti di Gea, a nostro stesso discapito; ora siamo obbligati ad aggiungere, al potere tecnologico, anche una nuova sapienza e una nuova cultura. Cambiare paradigma, come si dice.

Così la penso. Ma evidentemente non siamo in tanti a pensarla così, perché a dispetto dei fiumi (di parole) e delle alluvioni (di retorica), ci sono decine di migliaia di Gorinto, solo in Italia, che nessuno sorveglia, nessuno pulisce, nessuno rinforza. Quei fiumetti insignificanti sono in attesa del prossimo diluvio per venire a svegliarci di notte, scaraventarci giù dal letto, costringerci a farci un paio di domande sul quoziente di intelligenza medio di homo sapiens.

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Si sbaglia. Dopo quasi mezzo secolo che scrivo, ancora mi capita di scrivere cose sbagliate. Non si sbaglia per dolo o per malafede, si sbaglia per distrazione o per fretta o per un cortocircuito neuronale, ma si sbaglia ugualmente, e la cosa è sempre seccante. Particolarmente seccante, per uno che vi ha appena intrattenuto sulla salvaguardia dei crinali, è avere confuso la pala e la vanga. Pochi giorni fa, nel mio commento in prima pagina su Repubblica a proposito dell’alluvione in Romagna, ho tirato in ballo la vanga: invece era la pala, accidentaccio. La vanga, più aguzza, serve a rivoltare il terreno dopo averlo inciso e penetrato. La pala (o badile) serve a spostare materiale – sabbia, terra smossa, ghiaia. Il fango si spala, non si vanga. Me lo ha fatto notare un lettore di Repubblica, Paolo, con tatto e gentilezza. “Guarda che forse volevi dire pala”. Sì, volevo dire pala, e invece ho scritto vanga.

Il mio rapporto con l’errore, negli anni, si è come rasserenato. Da giovane ci rimanevo malissimo, non accettavo di avere sbagliato, credo di essere arrivato perfino a negare di avere scritto una scemenza pur di non doverlo ammettere. Dire “ho sbagliato” mi costava, mi bruciava. Ora l’errore va semplicemente a finire nel conto generale, nel grande sacco delle cose dette e fatte, è l’impurità inevitabile, l’inciampo di un lungo cammino. Io sono anche le belinate che ho scritto – direbbe il saggio. Questo non mi autorizza ad allentare la sorveglianza sulle mie parole, ma mi permette di non sanguinare più quando sbaglio. Le cicatrici, alla mia età, prevalgono largamente sulle ferite. È tra i pochi vantaggi dell’età.

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Questa settimana pubblico la lettera di Emanuele perché ci aiuta a ritornare a quella che è un poco la “ragione sociale” di Ok boomer!: come sono cambiati i tempi, le esperienze, l’idea che abbiamo del mondo, e di conseguenza quanto è importante parlarne. Un ventenne e un sessantenne seduti allo stesso tavolo avrebbero quasi bisogno di un traduttore. A meno che facciano lo sforzo di capire, ognuno, quello che l’altro sta cercando di dirgli.

“Caro Dottor Serra,
ho 22 anni, sono nato a Milano ma vivo e studio da quattro anni all’estero dove ho prima preso una triennale in storia e ora un master in economia dello sviluppo. Amo molto Ok Boomer! (in tutta sincerità la preferisco all’Amaca, chiedo venia) ma ho notato che sono diminuite in modo esponenziale le lettere di ragazzi/e della mia generazione, mentre aumentano quelle di persone sopra i quaranta. Tema costante: quanto i giovani siano emotivamente impreparati ad affrontare le sfide della vita. Non discuto che la mia generazione viva una vita più ‘comoda’ rispetto alle precedenti: abbiamo meno tabù, c’è più libertà di espressione ed è più facile accedere a certe risorse rispetto alla generazione dei miei nonni e genitori. Ma molte delle persone che parlano/scrivono degli under trenta odierni li pongono nel contesto sociale, economico e politico di quando erano giovani loro. C’è un problema: il vostro mondo non esiste più, sentite condoglianze”.
“Da un punto di vista umano i giovani d’oggi sono più poveri, ergo più soli. In una puntata lei incoraggiava i giovani a combattere la solitudine come rivalsa generazionale. Ma dove? Tutte le istituzioni che erano sinonimo di ritrovo giovanile o non esistono più, cancellate da una retorica che ha demonizzato il collettivismo, o non appartengono più ai giovani. I centri sociali ancora aperti a Milano si contano sulle dita di una mano. Le sezioni giovanili dei partiti sono l’ombra di ciò che erano e chi ne è parte deve fare i conti con un dialogo paternalistico e monodirezionale, dall’alto verso il basso. Gli oratòri sono diventati nuclei di estremismo conservatore cattolico (conosco giovani cattolici che si trovano a disagio a frequentarli). L’aspetto più triste di questa faccenda? Ci sono rimasti solo i social, tra l’altro pieni di coetanei dei nostri genitori. Strumenti che ci hanno dato l’impressione di essere più connessi ma invece minano la nostra capacità di costruire rapporti significativi. Tutto questo per dire che, sebbene il presente sia più ‘comodo’, la vita dei giovani oggi è più complicata. I miei genitori, studenti universitari nei primi anni 80, sapevano inconsciamente che, laurea o non laurea, sarebbero riusciti a trovare un lavoro che gli avrebbe permesso uno stile di vita più che dignitoso. Oggi le competenze richieste, per lavori spesso sottopagati, sono, per gente che non ha disponibilità economica, inapprocciabili. Gli under trenta si ritrovano ad affrontare sfide senza precedenti, come il cambiamento climatico e la robotizzazione del lavoro, senza quelle bussole che erano considerate il fondamento delle identità di ognuno, un’ideologia, credere in Dio o avere fede nell’economia. Viviamo in una nuova fase della storia dell’umanità e saremo noi a creare delle nuove bussole. Ma forse non siamo noi gli unici a doverci porre delle domande sul nostro ruolo nella società”.
Emanuele Moretti

Altro argomento (ma mica tanto “altro”): l’educazione dei figli. Sta diventando troppo “empatica” e sprovvista di capacità di veto, come mi ha scritto qualcuno, oppure è più attrezzata, più attenta e meno rozza di come fu secondo tradizione? Scrive Martina.

“Sono una mamma ‘giovane’ in una famiglia ‘giovane’, ho 37 anni e 2 figlie, una di 10 e una di 7 anni, mio marito ne ha 39, a Milano eravamo i più giovani, nel 2013, al corso pre-parto. Vorrei rispondere a Pier Francesco Costantini (che la settimana scorsa si domandava: ‘quando arriverà una botta, che strumenti avranno a disposizione’ i figli troppo protetti?, ndr). La ‘botta’ storica, l’incidente che segna per sempre, i nostri figli e le nostre famiglie l’hanno già avuta, ed è stato il Covid. In età giovanissima hanno dovuto cavalcare un’onda gigantesca, che ha spazzato via una quantità di persone impressionante. Un’emergenza mondiale senza precedenti”.
“Ogni famiglia ha fatto il possibile, io parlo per noi quattro, un lavoratore essenziale in prima linea per tutta la pandemia, l’altra lavoratrice non essenziale ma da remoto, e due bambine che nel 2020 iniziavano due cicli scolastici nuovi, una la primaria, l’altra la scuola dell’infanzia. Lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, la gestione ‘gentile’ dei conflitti, l’abitudine alla richiesta di aiuto (a un terapista, agli amici, alla famiglia), l’ascolto attivo, la capacità di giocare e empatizzare con le nostre figlie, il senso dell’humour e una certa confidenza con gli strumenti tecnologici e il loro utilizzo consapevole, sono stati la nostra chiave e la nostra salvezza. Personalmente non so come saremmo usciti da questa crisi se avessimo applicato i metodi ‘duri’ o anche solo meno empatici che sono stati alla base della nostra educazione e infanzia. Anche la visione del cartone animato Bluey è stata importantissima. Consiglio di vederlo a chiunque voglia farsi un’idea di come funziona una famiglia negli anni ’20 di questo secolo, in Australia, ma anche in Italia. Non smettiamo di riconoscerci negli Heeler e li guardiamo ancora molto volentieri, anche se le bimbe sono un po’ più grandicelle”.
Martina Badiali

Infine, sempre in tema, due consigli di lettura.

“Caro Michele,
sono Francesco, quasi 73. Per tanti anni, come psicoterapeuta, mi sono tenuto alla larga dalle fatiche e dalle complicazioni connesse alla cura per le sofferenze dell’adolescenza. Oggi, da qualche tempo, avendo acquisito la patente di nonno, ho cambiato idea e mi sono fatto coraggio. Ho trovato un sostegno in due libri che sto consigliando ai pazienti che hanno figli di quell’età. Il primo è di Umberto Galimberti: ‘L’ospite inquietante’, Feltrinelli. L’altro si intitola ‘Il gesto di Ettore’ di Luigi Zoja, Boringhieri. Ciò che ricavo dai miei giovani pazienti sono illuminanti e preziosi collegamenti per aiutare l’adolescente ancora bloccato e irrisolto che è in me stesso e nei miei pazienti adulti. Mi hai quasi convinto a riprendere dopo 50 anni a scrivere un diario. Grazie di tutto cuore”.
Francesco Di Lecce