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Michele Serra
Martedì 7 marzo 2023

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Barche sul letto prosciugato del Po, luglio 2022 (ANSA/RICCARDO DALLE LUCHE)
Barche sul letto prosciugato del Po, luglio 2022 (ANSA/RICCARDO DALLE LUCHE)

Il mio primo articolo sulla siccità uscì su Repubblica nel luglio del 2017, ormai sei anni fa. Diversi altri seguirono, non li ho cercati nella certezza che fossero una specie di “copia e incolla”: parole sempre uguali per problemi sempre uguali.

L’estate del ’17 era quella in cui i telegiornali aprivano con le immagini del lago di Bracciano quasi vuoto. Si vociferava di razionamento dell’acqua a Roma, purtroppo non accadde. Scrivo “purtroppo” perché, per come funziona la nostra psicologia nazionale, solo l’irreparabile, l’inaudito, la catastrofe smuovono l’inerzia e spingono a qualche provvedimento sostanziale. Fino a che è possibile rimandare la fatica di affrontare i problemi, la si rimanda. Vedi, anche sul Post, le lungaggini del cosiddetto “piano laghetti”, partito in ritardo e già surclassato dalla cosiddetta emergenza che emergenza non è – piove di meno da parecchi anni.

La siccità, cronometro alla mano, ci sta doppiando: soprattutto al Nord e in specie nel Nord-Ovest, dove io abito e nel quale mi sento, sul mio cocuzzolo, una specie di sentinella climatica. Vorrei avere il naso dei cani e la vista dell’aquila per fiutare nel vento gli odori in arrivo e avvistare le oche selvatiche prima di sentirle gridare sopra la mia testa. In questi giorni molto numerose sulla rotta Sud-Nord: al confine tra Piacentino e Pavese sono passate, con grande frastuono, nella notte tra il 28 febbraio e il primo marzo. Mentre vi scrivo c’è il solito sole. Niente nubi all’orizzonte, e non confondetemi con un menagramo se vi dico che la situazione è stabilmente grave.

Inutile tediarvi con discorsi meteo-climatici e agricoli che potete approfondire molto meglio nelle sedi competenti, diciamo così. Basta cliccare su siccità, clima, agricoltura e trovate da leggere per un paio di settimane, nel micro e nel macro: dal destino delle risaie del Lodigiano a quello del Pianeta Terra. Vi invito solo a prendere con le molle la gran parte dei siti meteo, sovente a caccia di clic e dunque “strillati” come la massima parte dell’informazione, che cerca di attirare clienti alzando la voce. Annunciano l’alternanza tra Africa e Siberia nel giro di poche ore, nella speranza che noi gonzi si clicchi a volontà. Tra i pochi dei quali mi fido, nonostante il suo inesorabile pessimismo a medio e lungo termine, il solito Luca Mercalli, climatologo oltre che meteorologo. Tra quelli più pop mi sembra serio (perché cauto nelle analisi) 3BMeteo. Nel giorno per giorno, guardo quello.

Mi limito a dirvi, in estrema sintesi, che sull’Italia cadono in media 300 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, quantità in costante e sensibile riduzione; che se ne raccoglie – a seconda delle fonti, e fa sorridere scrivere “fonti” parlando d’acqua – tra l’undici e il quattordici per cento del totale; che questa percentuale è meno della metà rispetto a Paesi europei con clima molto simile al nostro, come Spagna e Francia; che dunque dovremmo costruire in fretta invasi grandi, medi e piccoli che ci permettano di raccogliere molta più acqua, fatte salve le necessarie cautele ambientali (i grandi invasi hanno comunque un impatto ambientale serio). E siamo tornati, più o meno, al “piano laghetti”. Nel mio piccolo, spendendo un bel gruzzolo, il mio dovere l’ho fatto: una cisterna di cemento armato interrata da cento metri cubi (5 per 10 per 2) nella quale raccolgo tutta la pioggia dei miei tetti. Per darvi un’idea, con cento metri cubi posso annaffiare un grande orto, un frutteto e un giardino per tutta l’estate – a parte il prato, che lascio civilmente ingiallire in buona armonia cromatica con il paesaggio estivo attorno a lui. Il “prato all’inglese” è uno dei vezzi piccoloborghesi da estirpare senza pietà.

Per costruire la mia riserva d’acqua, con i dovuti svincoli idrogeologici, ho avuto zero incentivi, zero sgravi fiscali. Nessun “centodieci” per cento, con il quale sono state rifatte a costo zero le facciate dei palazzi eleganti dei centri storici. Ero in anticipo sui tempi (poco italiano, dunque) e mi bastava guardare i torrenti agonizzanti e i pozzi vuoti, già dieci anni fa, per capire che dovevo correre ai ripari. Scrivo questo non per vantarmi, che a mio vanto già parla la magnifica cisterna. Ma per dire che tante, tantissime cose si potrebbero fare, anzi, avrebbero già dovuto essere fatte. Un piano acqua nazionale (che prenda l’abbrivio dai quasi quattro miliardi “emergenziali” stanziati nel Pnrr per le risorse idriche), una nuova agricoltura, meno idrovora, una nuova cultura dell’acqua a partire dalle scuole, che insegni daccapo non solo a chi abita sui cocuzzoli, ma a tutta la comunità nazionale, che l’acqua è sacra, è genitrice, è lei che andiamo cercando sui pianeti lontani per scoprire se laggiù ci sono forme di vita organica o solamente pietra.

In quel luglio del ’17, con la terra spaccata fuori di casa e il secondo taglio di erba medica già compromesso, scrivevo così:
“Nella dialettica città-campagna c’è un solo aspetto – però macroscopico – che vede le città in retroguardia e i cittadini nel ruolo degli insipienti. È la conoscenza dei cicli naturali, direi la percezione stessa della natura come contenitore e arbitro delle vicende umane. È il prezzo che i cittadini pagano all’artificialità della vita urbana. Se l’acqua è solamente un rubinetto da aprire, la luce solo un interruttore da girare, e l’intera esistenza a portata di polpastrello, un comodo alternarsi di on e off, tutto quanto sta a monte e a valle della quotidianità organizzata (vale anche per i rifiuti) diventa impercepibile”.

“Ho potuto verificare con mano solo dopo i cinquant’anni, diventando campagnolo, la banalità e al tempo stesso la complessità del ciclo dell’acqua. La stessa che ricordavo nei sussidiari delle scuole elementari, bene illustrata con colori pastello: le nubi, dalle nubi la pioggia, dalla pioggia gli invasi e i fiumi che la convogliano a mare, dai mari l’evaporazione e nuovamente le nubi. Uno dei grandi cerchi della vita. Con una delle fasi – quella della pioggia che scende, quando scende, dunque dell’acqua che impatta sulle nostre vite – che necessita assolutamente di essere governata, perché tra fertilità e sterilità, tra irrigazione e alluvione, tra conservazione e scialo, il margine è un filo sottile, e quasi interamente nelle nostre mani. Si può fare. È questo che duole: che si può fare, nel piccolo come nel grande, e dunque non averlo fatto è una tremenda omissione e un segno pauroso di ignoranza, di perdita di contatto con la vita materiale del pianeta”. Parole scritte sei anni fa.

*****

Come tutte le belle cose, anche la nostra lunga chiacchierata (tale la considero: grazie della vostra compagnia) sul senso del lavoro – coincidente, ma anche no, con il senso della vita – è arrivata in fondo, almeno per ora. Molte lettere le ho pubblicate nelle scorse settimane. A parecchi sono riuscito a rispondere privatamente. Mi dispiace per i tanti rimasti senza risposta, sappiate comunque che vi ho letti tutti. Scelgo, come gran finale, la lettera che segue. La scelgo perché è estrema, vigorosa, e proprio per questo tocca. Se Ok Boomer! voleva avventurarsi nel famoso “confronto tra generazioni”, beh, mi sembra che qui ci siamo.

“Buongiorno signor Serra,
sono Alberto P. e ho ventiquattro anni. Ho lavorato per cinque anni dopo il diploma mentre cercavo di diventare un cantautore. Ho intrapreso gli studi universitari in materie umanistiche lo scorso anno, continuando i miei tentativi di trovare una strada nella musica insieme a neonate aspirazioni letterarie (scrivo racconti e storie). Come può vedere sono il perfetto esempio del giovane che non sa cosa fare della propria vita. Trovo, però, che in nessun commento dei lettori o suo spunto di discussione sia stata toccata una tematica fondamentale, ovvero i valori e le motivazioni che muovono le persone”.

“Per una persona come mio nonno, per esempio, non è stato il lavoro a dare un senso alla sua vita, ma il senso che lui dava alla vita a giustificare il suo lavoro. Mi spiego. Mi viene difficile scindere la situazione attuale dal declino in atto già da più di un secolo dei valori cristiani. Questi valori e obblighi morali avevano sicuramente le sembianze di una gabbia (per utilizzare un’immagine che ho trovato nella sua rubrica), ma avevano allo stesso tempo la funzione di protezione e incubatrice di senso. Per fare un esempio, un uomo nato all’inizio del secolo scorso probabilmente avrebbe trovato nello spezzarsi la schiena lavorando una parte dell’espiazione terrena dei peccati dell’uomo, e nel sacrificio per un bene collettivo terreno e la salvezza spirituale, il vero senso e la motivazione delle sue azioni”.

“Nel 1969, mentre a Woodstock si teneva un festival musicale impresso nella memoria storica, si era già iniziato a inneggiare all’alba di una nuova epoca priva dei dettami di una società dogmatica e retrograda, fossilizzata in forme vetuste. Si iniziava a uscire in massa dalle gabbie citate prima, ci si liberava dall’alienazione di sistemi oppressivi trasversali. Per quanto si possa sostenere che il Sessantotto sia ormai un periodo consegnato alla storia, non smetterò di credere che la sua eredità sia sottostimata. Alle persone nate dopo è stata data in dono la possibilità di determinarsi come a nessun altro prima. Siamo però così sicuri che questo poter determinare noi stessi sia qualcosa per cui siamo fatti? Non è forse questa libertà solo uno specchio sulla nostra inutilità dentro il gioco dell’esistenza?”

“Il terrore che si prova nell’affacciarsi su questo mondo, troppo grande perché la nostra presenza possa fargli anche solo un po’ di solletico, potrebbe essere la causa scatenante della generale disillusione che le nuove generazioni provano? Si stava meglio dentro gabbie di cui conoscevamo spazi e limiti, sgravati dal fardello di scelte che quando si è troppo liberi hanno un peso capitale?”

Caro Alberto, non basterebbe l’assemblea generale di tutti i grandi filosofi della storia per risponderti. Questo mi rinfranca: se neppure quella basterebbe, ti sarà più facile accontentarti di me e delle mie poche parole. La tua domanda è: a cosa accidenti serve, tutta questa libertà? Era meglio la vecchia gabbia dalla quale siamo evasi? Prima una piccola precisazione. Poi una piccola risposta.

La piccola precisazione: quella gabbia non era fatta solamente di quelli che tu chiami “valori cristiani”. A formarla era una potente lega di diversi metalli. C’era il patriarcato (molto attivo, e lo vediamo, anche nelle civiltà non cristiane); c’era la divisione del lavoro del capitalismo tradizionale, con una distinzione molto nitida tra padrone e operaio, tra comando e obbedienza, tra status quo e rivoluzione; c’era una soggezione molto maggiore (pre-tecnologica) al bisogno, alle malattie, al freddo e alla fame. C’era, certo, il “senso del peccato”, e dunque della colpa, a costruire soggezione ma, a modo suo, anche significato. La gabbia imprigionava, ma anche sorreggeva, come tu spieghi. Ci si sentiva dentro un ordine. Ora ci sentiamo dentro un disordine: e non solo tu, che hai ventiquattro anni. Pure io, che ne ho sessantotto.

Ora provo con la piccola risposta, che comincia con una domanda: tu, dentro quella gabbia, ci torneresti volentieri? Ovvero, rinunceresti all’idea (certo, ansiogena) di una libertà quasi illimitata, in favore dell’idea a suo modo rassicurante, ma anche umiliante, di non essere all’altezza di tutta questa libertà? Io no. In quella gabbia, anche se so bene che aveva i suoi comforts, non ci tornerei.

E dunque: il senso è qualcosa che dobbiamo ricostruire, ma non può più essere il senso di prima. Non è neanche così decisivo stabilire se il senso di prima fosse peggiore o migliore; quello che davvero conta è sapere che non funzionerebbe più, perché quella gabbia è scassata per sempre. Per non sentirci sospesi nel nulla dobbiamo ritrovare i limiti e dobbiamo ritrovare i doveri (diritti e doveri sono come lo yin e lo yang). Ma non quelli di ieri, quelli di oggi e di domani. E dunque, Alberto, non hai scampo. Ti tocca, vi tocca mettervi all’opera, stavo per dire mettervi al lavoro, perché hai davanti a te i tre quarti della vita e io li ho già ampiamente consumati.

Se al posto di una gabbia fosse un pontile, una struttura aerea che sostiene ma non imprigiona (rieccola, la famosa gru di Tino Faussone!) sarebbe bellissimo. Potremmo vedere passare insieme le oche selvatiche.