Cos’è il draft NBA

Il Draft.
In America la parola ha due interpretazioni principali, una militare, l’altra sportiva.
Sempre di reclutamento si tratta – solo che i primi poi vanno in guerra, gli altri invece finiscono a giocare, strapagati, tra i professionisti.
Noi ci occupiamo di questi ultimi e, alla vigilia del Draft NBA 2010 (giovedì notte), vogliamo provare a capire cos’è questo benedetto Draft, come funziona e soprattutto che cosa riserverà.
Volete la versione corta? Ci proviamo.
Cos’è? La più inesatta delle scienze inesatte.
Come funziona? (Introduciamo la teoria del “È come se…”, odiata e vituperata. Ovvero: ridurre qualsiasi fenomeno sportivo globale alla nostra mono-dimensione pallonara. Quindi…) “È come se”, per un giorno, l’Inter fosse il Livorno (non ce ne vogliano i toscani) e il Livorno l’Inter.
Cosa riserverà? Il giocatore scelto con la prima chiamata assoluta quest’anno sarà (al 99%) tale John Wall.
[Ora, se vi basta così, ci salutiamo. Se invece vi abbiamo incuriosito, andiamo avanti a spiegare un po’ meglio].
Con il meccanismo del Draft, le leghe sportive americane (in questo caso la NBA) permettono alle squadre più “deboli” di scegliere per prime i migliori talenti giovani del panorama americano (e mondiale, ormai). L’idea è semplice, ammirevole ed egualitaria – ci sono un sacco di implicazioni da sviluppare, se volete, di giustizia sociale, pari opportunità e altro, ma lasciamo stare…
Si prende l’ordine di classifica dell’anno precedente (ecco spiegati l’Inter e il Livorno) e lo si ribalta. Chi è arrivato ultimo sceglie per primo, chi è arrivato primo va in coda. Ricorda da vicino un passaggio del Vangelo, senza voler essere tacciati di blasfemia. Qui, poi, va inserito il primo “asterisco”. Perché il meccanismo è ammirevole ed egualitario quanto volete, ma gli americani scemi scemi no, per cui – stando così le regole – le squadre più deboli, senza prospettive di playoff, iniziavano presto un loro personalissimo campionato nel quale, di ribaltato, c’erano anche le regole: vince chi perde di più. Solo così, infatti, ci si assicurava il diritto alla prima scelta al Draft. E nel 1985, ad esempio, voleva dire portarsi a casa Patrick Ewing, giamaicano in uscita dal college di Georgetown, colosso nero di 2.13 destinato per tutti a grandi, grandissime cose. Quell’anno, così, per evitare che la corsa a perdere diventasse troppo smaccata (e lo stava diventando, eccome se lo stava diventando!) la NBA introdusse il meccanismo della Lottery, tuttora attivo, includendo così anche la variabile “culo” tra quelle determinanti per assegnare la prima chiamata a chicchessia.
Fin qui, più o meno, il “come funziona”. Di scienza inesatta si parla perché, essendo basata sulla valutazione del talento di imberbi ventenni, può succedere di azzeccarci (spesso) ma anche di prendere cantonate memorabili. Una spicca su tutte, ed è il paradigma dell’intera categoria. Draft 1984: al numero uno va un fenomeno nigeriano, Akeem Olajuwon (poi aggiungerà la H davanti al suo nome di battesimo e diventerà per tutti Hakeem “The Dream” Olajuwon), ma con la seconda i Portland Trail Blazers scelsero tale Sam Bowie. Bene, ma non benissimo. Non tanto per la carriera del Bowie in sé, appena onesta e fortemente condizionata dagli infortuni, ma perché, con la n°3, i Chicago Bulls si portarono a casa un certo Michael Jordan. (Cantonate-Draft-e-Jordan, poi, tornarono di prepotente attualità nel 2001, con MJ titolare della prima chiamata nel suo ruolo di mega dirigente degli Washington Wizards. Scelse tale Kwame Brown, e non fu esattamente un trionfo…). Succede, in alcuni Draft va tutto bene, in altri meno. Soprattutto, ci sono Draft in cui il valore dei giocatori è altissimo e altri in cui si fatica a trovare talento dal serbatoio dei college. In America il dibattito è apertissimo, e suscita sempre molto interesse: qual è stato il Draft più forte di tutti i tempi? Il quiz prevede non più di tre risposte, perché non si scappa da una di queste tre annate: 1984 (Jordan e Olajuwon ma anche Charles Barkley e John Stockton), 1996 (Kobe Bryant, Allen Iverson, Steve Nash e Ray Allen), 2003 (LeBron James, Dwyane Wade, Carmelo Anthony e Chris Bosh). Ogni opinione al riguardo (anche la vostra) è ben accetta. Altrimenti si tira per aria una moneta.
E poi ci sono le annate significative, storiche quasi. Quella del 1985, con Ewing, lo è stata perché ha cambiato le regole. Quella del 2002 perché, per la prima volta, alla numero uno c’è finito un non-americano (l’onore è toccato a un cinesone lungo-lungo, Yao Ming, perfetto cavallo di Troia per penetrare sul mercato asiatico). E poi c’è il 2006, quando il non-americano chiamato con la n°1 è finalmente europeo. Da dove arriva? Dall’Italia! Si chiama Andrea Bargnani, viene scelto dai Toronto Raptors e inaugura così un (breve) momento di popolarità del nostro basket oltreoceano, che porta Marco Belinelli a Golden State con la n°18 l’anno dopo e Danilo Gallinari a New York con la n°6 nel 2008.
Quest’anno? Numero uno e due, a scanso di grosse sorprese, dovrebbero essere definite: John Wall, dall’università di Kentucky, andrà a Washington con la prima scelta, Evan Turner, da Ohio State, a Philadelphia con la seconda. Alla terza scelgono i New Jersey Nets, e già c’è un casino pazzesco su chi potrebbero prendere…
È il Draft NBA, d’altronde. Una scienza inesatta. Ve lo avevamo detto.