Il crollo dell’aspettativa di vita


Non so se la scorsa settimana avete visto i titoli dei giornali sul crollo dell’aspettativa di vita nel 2020: qui sopra vedete quelli di Repubblica e Corriere. Questi dati, ancora preliminari, sono tratti dal BES 2020, il rapporto annuale sul benessere equo e sostenibile in Italia che trovate sul sito Istat. Tralasciamo il titolo errato del Corriere – il calo da 83,6 a 82 anni non è quello dell’Italia ma del solo Nord, dove la scorsa primavera il Covid ha colpito più duramente – e cerchiamo di capire cosa significa questo numeretto che appare negli articoli: l’aspettativa di vita alla nascita.

In statistica ci sono vari numeri che si possono associare a una popolazione, ciascuno dei quali ha un suo significato preciso. Per esempio, la media di un insieme di numeri è semplicemente il valore che si ottiene sommandoli tutti e dividendo per quanti essi sono, mentre la mediana è il valore per il quale metà dei numeri è superiore ad esso e metà inferiore. A seconda di quello che vogliamo misurare sceglieremo uno o l’altro. Per calcolare l’aspettativa di vita (a partire da una certa età: in questo caso la calcoliamo alla nascita, ma per esempio quando si calcola il montante pensionistico lo si fa a partire dall’età in cui si va in pensione) si parte dall’ipotesi che il tasso di mortalità entro un anno dipenda solo dall’età che si ha, e non vari con il tempo. Detto in altre parole, se io ora ho 20 anni so quanti dei miei coetanei sono morti l’anno scorso, ma devo per esempio immaginare che tra trent’anni la percentuale di cinquantenni che morirà nell’anno successivo sarà la stessa dei cinquantenni che sono morti l’anno passato. Fatta quest’assunzione (e alcune minori sulla linearità delle morti durante l’anno) i conti si fanno in fretta. Si parte da una popolazione fittizia di 100000 neonati; si calcola quanti sono ancora in vita dopo 1, 2, 3, … anni; e infine si calcola l’età media con tutti i valori trovati.

Se siete stati attenti, tra le assunzioni che ho fatto c’è quella che afferma che la mortalità non vari col tempo. Naturalmente ciò non è vero, ed è per questo che l’aspettativa di vita cambia con gli anni. In passato, per esempio, la mortalità infantile era molto più alta, e questo impattava pesantemente sull’aspettativa di vita. Per fare un esempio, su Wikipedia in inglese possiamo leggere che nel XIII secolo l’aspettativa di vita alla nascita per un britannico era di 30 anni. Però se quel britannico (maschio) fosse riuscito a raggiungere i 21 anni, la sua aspettativa sarebbe cresciuta a 43 anni, arrivandolo a farlo vivere in media fino a 64 anni. Poi nel secolo successivo sarebbe calata di quasi vent’anni a causa della peste bubbonica… In scala molto minore possiamo vedere qualcosa nei dati ISTAT (presi a partire da qui che mostra una serie più lunga) relativi al 2003, quando ci fu un’ondata di caldo estivo che fece morire molti anziani. Come vedete dalla figura, ci fu un abbassamento dell’aspettativa di vita nel 2003 seguito da un notevole balzo nel 2004, perché in quell’anno le morti ritornarono nella media. In pratica, se noi avessimo guardato le statistiche solo negli anni pari avremmo notato un progressivo crescere dell’aspettativa di vita, dovuto alle migliori cure, senza nessuna particolarità.

Detto in altri termini, la misurazione dell’aspettativa di vita è molto sensibile alle fluttuazioni di un singolo anno. È solo naturale che in un anno con un 15% di morti in più rispetto alla media dei cinque anni precedenti si veda un brusco suo calo; se poi prendiamo le province più colpite, come qualche mese fa Stefano Mazzuco aveva fatto su scienzainrete, troviamo cinque anni e mezzo di taglio a Cremona e quattro anni e mezzo a Bergamo. E va ancora bene – si fa per dire, naturalmente – che la prima ondata di Covid abbia colpito soprattutto gli anziani; altrimenti ci sarebbe stato un arretramento ancora peggiore, perché le morti da giovani hanno un peso molto maggiore sulla media, facendo calare per un numero maggiore di anni il numero di persone vive su cui si calcolerà la media.

Cosa succederà però nel 2022, se riusciremo davvero ad arrivare all’immunità di gregge e quindi tagliare le morti per Covid? Che ritorneranno i valori simil-2019, se non addirittura leggermente migliori perché molte persone con patologie pregresse saranno purtroppo morte nei due anni precedenti e quindi non entreranno nei conti. E allora che faremo? Grideremo al miracolo per il balzo dell’aspettativa di vita? In definitiva, non solo non è così bello fermarsi alle nude statistiche senza pensare che dietro di esse ci sono persone morte per la pandemia; ma è ancora meno bello farlo senza avere un’idea chiara di quello che si sta facendo.