Divulgare è barare?

Viviamo in un momento storico e in una nazione dove il termine “divulgazione” viene associato a un tipo di svago per tipi un po’ strani, che non si accontentano di pascersi di cantanti più o meno intonati e di partite di pallone. E a dirla tutta va ancora bene: c’è anche chi la considera quasi alla stregua di una parolaccia o almeno roba da cui starsene accuratamente alla larga. In fin dei conti l’interno della parola mostra sin troppo bene al suo interno il volgo, la plebaglia insomma. Chissà, forse la divulgazione funziona meglio nei paesi anglofoni perché loro non sentono nulla di strano nella parola, se non una lunghezza eccessiva…

Se però lasciamo per un attimo perdere i soliti alti lai su come in Italia si faccia poca divulgazione e la si faccia male, e ci mettiamo a pensare un attimo a cosa vuol dire in pratica divulgare, a parte la risposta a pappagallo “spiegare la scienza”, forse ci si accorgerà che le cose non sono così semplici come sembrava a prima vista.

Partiamo da una constatazione persino ovvia: la scienza è difficile. Se fosse semplice non ci vorrebbero tutti quegli anni di scuola: ci sarebbe sì bisogno di un po’ di tempo perché si devono studiare tante cose, ma le verifiche sarebbero poco più di una formalità. Detto in altri termini, se la divulgazione scientifica servisse davvero a rendere semplice la scienza non si capisce perché i programmi scolastici non siano mai stati sostituiti dalle puntate di Superquark. (E no, non è un complotto delle lobby degli insegnanti.) Proviamo allora ad accontentarci di qualcosa di meno, cioè di chiedere che la divulgazione mostri cosa fa la scienza, anziché spiegarlo. Vi pare una buona idea? Mica tanto. Intendiamoci, pecco anch’io al riguardo: quando scrivo qui sul Post spesso presento i risultati ma non do nemmeno una traccia di come ci si è arrivati, anche perché spesso non lo so neppure io. Però in questo modo si rischia di avverare la predizione di Clarke, secondo cui ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia. “La scienza ha dimostrato questo e quest’altro”. Davvero? Lo dobbiamo accettare fideisticamente, come abbiamo accettao fideisticamente per decenni che vaccinare i bambini aumenta la probabilità che siano autistici, solo perché un’autorevole rivista scientifica (Lancet, tanto per fare i nomi) pubblicò un articolo inventato dal suo autore? Non mi pare una grande idea. E anche pensando positivo e immaginando che tutto quello che viene propinato sia vero, quello che stiamo facendo non è divulgazione ma semplicemente nozionismo, che giustamente entrerà da un orecchio e uscirà dall’altro senza lasciare nulla in testa.

Ci vuole una terza via, insomma: ma la strada da percorrere è davvero stretta. L’idea di base sarebbe quella di semplificare le spiegazioni, usando per quanto possibile metafore comprensibili ai più e ricordando allo stesso tempo che quelle che si fanno sono appunto approssimazioni. Peccato che tra il dire e il fare ci sia in mezzo il mare! Per prima cosa, non si può comunque fare divulgazione “buona per tutti”. Parlare a un dodicenne, a un diciottenne o a un quarantenne è completamente diverso perché le loro conoscenze di partenza sono diverse ma soprattutto sono diverse le conoscenze “non scientifiche”, quelle di cultura generale che appunto permettono di comprendere le metafore.

C’è poi il problema di come sbagliare. Come dicevo sopra, se la divulgazione semplifica una spiegazione e non era possibile partire già dal testo semplificato vuol dire che il testo semplificato è errato. Nulla di male di per sé: la fisica va avanti da secoli con leggi approssimate sempre meglio, e nessuno si è mai preoccupato che non siano poi esatte. Persino in matematica in un certo senso abbiamo qualcosa del genere: i teoremi della geometria piana valgono in un piano ideale, che in pratica non esiste certo. Provate a costruire geometricamente un pentagono regolare e poi controllate se i lati sono davvero identici… Il guaio è che per sapere cosa sbagliare devi sapere molto bene come fare le cose giuste! Approssimare in maniera sensata è forse ancora più difficile che spiegare le cose correttamente. Abbiamo così un problema: i cosiddetti mediatori culturali, o se preferite il termine classico i giornalisti scientifici, si trovano nei guai perché spesso non hanno gli strumenti necessari per comprendere cosa viene detto o scritto dagli scienziati, e quindi fanno approssimazioni di approssimazioni con i risultati che vedete sin troppo spesso sui giornali. Non che la scelta opposta, far cioè scrivere direttamente gli scienziati, sia la panacea: lo scienziato tipico non sa scrivere – non penso che le facoltà scientifiche richiedano nemmeno oggi un esame di tecniche di scrittura per laurearsi – ed essendo abituato a parlare ai suoi pari non sa nemmeno a quale livello fare le metafore. Risultato? Un testo magari scientificamente corretto ma illeggibile, che quindi non serve a nulla.

L’unica soluzione che mi viene in mente è di avere una maggiore interazione tra scienziato e giornalista, dove entrambi tengono ben a mente che ciascuno ha i suoi pregi e i suoi difetti, e che la divulgazione non serve a mostrare quanto si è bravi ma a far sì che il pubblico possa imparare qualcosa. Da questo punto di vista, se usato bene, il blog ha sicuramente un vantaggio: i commenti (seri) permettono di affinare le spiegazioni e correggere gli inevitabili errori… se il tenutario parte dallo stesso principio che raccontavo sopra: non ha sempre ragione lui. Si apra il dibattito!