Non sarà un’illusione

L’illusione di frequenza è un pregiudizio cognitivo sostanzialmente innocuo. La sua definizione si deve a un professore di linguistica di Stanford, Arnold Zwicky, che nel 2005 ipotizzò che un simile abbaglio dipendesse dalla somma di due pregiudizi: quello dell’attenzione selettiva (notiamo le cose che ci interessano e ignoriamo il resto) e il pregiudizio di conferma (cerchiamo prove a nostro favore e ignoriamo quelle che smentiscono il nostro punto di vista). Un altro nome che troverete facilmente in rete per definire una simile predisposizione è “effetto Baader-Meinhof”.

Nulla di grave insomma, del resto se l’illusione di frequenza fosse stato un disturbo grave ce ne saremmo accorti, visto che riguarda più o meno tutti.

Oggi per esempio ha riguardato Michele Serra che nella sua rubrica quotidiana su Repubblica ha raccontato di aver notato su internet la comparsa di una pubblicità particolare (quella di una abitazione su ruote) dopo che, giusto alcune ore prima, gli era capitato di discorrere del medesimo argomento mentre era in auto con sua moglie.
La deduzione di Serra, come quella di molti altri, è stata che qualcuno attraverso il cellulare avesse ascoltato la sua conversazione e convertito un simile discorso privato in un’offerta pubblicitaria. Nemmeno questo è un comportamento strano: le correlazioni esistono, dobbiamo solo cercarle. Quando le troveremo il passo successivo sarà quello di immaginare qualcosa che sia in grado di spiegarle.

In questo processo di decodifica dell’informazione acquista un ruolo anche un altro aspetto che guida segretamente le nostre vite: la ricerca e il riconoscimento del “magico”.
Siamo irresistibilmente attratti dalla magia e dal mistero, e oggi niente soddisfa simili promesse in maniera maggiore della tecnologia. La tecnologia invisibile, in particolare, incombe su di noi: le connessioni senza fili che esistono e funzionano anche se non sappiamo vederle, le comunicazioni impercettibili fra gli oggetti di cui solo occasionalmente ci arriva notizia, la lavatrice che manda messaggi al suo creatore (e non a noi!), più in generale la internet delle cose che assume l’aspetto di un delirio distopico nel quale gli oggetti di casa nostra o altri di cui nemmeno sappiamo parleranno tra loro e con chissà chi altri senza il nostro permesso, tutto ciò accade nonostante noi.
Roland Barthes, più di mezzo secolo fa, scrivendo della appena commercializzata Citroën DS, disse che le automobili erano allora “l’equivalente abbastanza esatto delle cattedrali gotiche”: penso da tempo (e l’ho anche scritto) che le cattedrali gotiche dei nostri tempi potrebbero forse essere le tecnologie senza fili che ormai governano le nostre vite senza un rumore e senza un tocco.

L’articolo di Michele Serra sullo smartphone che lo ascolta ha un unico punto di debolezza che la distanzia da noi: per il resto i suoi sentimenti sono i nostri e lui è esattamente come siamo noi. Ed è quando scrive “Immagino che già esistano discussioni…”. Ecco forse sarebbe bastato utilizzare un motore di ricerca per cercarle simili discussioni e rapidamente il dubbio si sarebbe sciolto e il piccolo rimbrotto evitato.

Eppure la discussione più interessante esula dall’infortunio giornalistico e parte proprio dalla cattedrale gotica: attiene al persistere del pensiero magico e occulto che la tecnologia non solo ha conservato ma, se possibile, ampliato. Quello che ci serve molto spesso è una scusa, un casus belli per intestare a qualcuno le colpe che noi in quel preciso istante abbiamo identificato.

Qualche giorno fa mi è accaduto un episodio simile a quello occorso a Serra: ha senso raccontarlo per capire come la stratificazione di senso di simili ragionamenti a volte prosegua e a volte invece si interrompa. Stavo trascrivendo un documento fiscale e ho trovato nell’indirizzo una parola che non avevo mai sentito: quella parola è “Olivetani”. Non avendola mai ascoltata (per mia crassa ignoranza) in 59 anni l’ho riscritta con attenzione per timore di sbagliarla. Poi me ne sono dimenticato. Al pomeriggio sono salito in auto e come faccio da tempo mentre viaggio ho messo in riproduzione l’audiolibro che sto ascoltando: in questo periodo quel libro è “I miserabili” di Victor Hugo. Prendo l’auto e parto (esatto, come Lucio Battisti), percorro i primi chilometri e improvvisamente Moro Silo, il raffinato lettore di quella grande opera ottocentesca la cui voce da un po’ di tempo venero esattamente come Battisti, pronuncia chiaramente quella stessa parola a me fino a poche ore prima ignota: “Olivetani”.

L’unica differenza fra me e Michele Serra è che nonostante anch’io come lui abbia pensato a un trucco (in alternativa andrà bene qualsiasi cosa, per esempio un avvertimento di qualcuno che ci vuole male o un messaggio esoterico, o un pubblicitario molto esperto in tecnologia) quel trucco era in quel caso semplicemente implausibile.
Avevo (forse) semplicemente incrociato per la seconda volta in mezzo secolo abbondante la parola Olivetani. Due volte in poche ore: poteva forse essere un caso?