Trump e i social. Per punti.

– Fino all’altro ieri nessun politico in nessuna parte del mondo sarebbe andato su Twitter a scrivere “Scemo chi legge”. Quindi il problema del doppio standard fra diritti elementari dei potenti e del popolino proprio non si poneva. Improvvisamente è diventato di moda per la politica imitare (con successo) i toni e la profondità di pensiero dei suoi peggiori elettori ed ora sembra che la colpa sia di Twitter che non ha saputo vigilare.

– In ogni caso Twitter e Facebook e Instagram non hanno saputo vigilare.
(Ma non erano Superman. Hanno fatto finta, come tutti quando ti devono vendere qualcosa)

– Superman del resto non esiste.

– Chiunque abbia una frequentazione meno che occasionale con i grandi social network conoscerà qualcuno che ha avuto problemi di censure al proprio profilo social. Ammonimenti, chiusure temporanee, cancellazioni improvvise e definitive senza alcuna spiegazione. Possibilità di appellarsi? Praticamente nessuna, il massimo dell’interlocuzione possibile era confrontarsi con un bot totalmente stupido. Parente stretto, con ogni probabilità, dell’altro bot altrettanto stupido che aveva deciso la nostra espulsione in quanto pornografi recidivi per aver postato la foto di un quadro di Courbet.

– Superman – come si diceva – non esiste ma esistono algoritmi per vendere cose. Funzionano male anche loro. La colpa di Zuckerberg e compagnia è che ci hanno fatto credere per un sacco di tempo che la tecnologia nelle loro mani fosse segreta, automatica e potentissima. Non solo per venderci cose ma anche per tutto il resto. Non lo era.

– Senza una tecnologia automatica potentissima la moderazione dei contenuti in rete, un enorme gigantesco flusso di bit che non si arresta nemmeno per un istante, non potrà funzionare. E infatti non funziona.

– Donald Trump su Twitter o su Facebook è un semplice cittadino. Come ogni altro cittadino ha aperto un profilo volontariamente, ne ha sottoscritto senza leggerli i termini di servizio, non ha pagato un dollaro per accedere alla piattaforma. La differenza fra Donald Trump e un semplice cittadino nel momento in cui si viene allontanati sono, da questo punto di vista, trascurabili. Fino a quando la section 230 resterà in piedi (Trump la voleva eliminare, Biden ha promesso che diventato Presidente la eliminerà) una volta cacciato da un social network Trump o chiunque altro, potrà iscriversi ad un altro social network. Se nessun social network li vorrà più potranno costruirsene uno proprio. Si chiama Internet, non c’è stato fino ad ora bisogno di permessi da parte di nessuno per esserci. Non è fantastico?

– Se un social network cresce e viene utilizzato da milioni o miliardi di persone non diventa come per magia un luogo pubblico. Resta un luogo privato. Ha finalità e dinamiche tipiche del luogo privato, pagato dai suoi azionisti. Quelli che ora teorizzano che Facebook e Twitter siano di fatto dei luoghi pubblici dovrebbero domandarsi perché non si è fatto nulla per contrastare la creazione di oligopoli tanto estesi. Si poteva, ed era l’unica soluzione.

– Quando i poteri forti decisero che Wikileaks era un pericolo e Julian Assange il peggiore dei delinquenti fecero una cosa molto semplice. Chiusero i rubinetti alla raccolta fondi di migliaia di cittadini in tutto il mondo che volevano che Assange continuasse a mostrare i crimini dell’esercito americano in Iraq. I circuiti bancari americani impedirono a semplici cittadini di mandare soldi a Wikileaks: Visa, Mastercard, Paypal, Western Union e Bank of America abdicarono al loro ruolo di mediatori neutrali per schierarsi chiaramente. Oggi gli store di Apple e Google e l’infrastruttura di Amazon ostacolano come mai in passato la crescita di Parler, un social network nel quale Trump forse intendeva spostarsi. Sono entrambe forme di censura preventiva, comunque pericolose per tutti noi. Ieri Assange, oggi Trump domani qualcun altro.

– Da grandi poteri (comunicativi) derivano grandi responsabilità (comunicative). Se hai 88 milioni di follower non puoi twittare come un ragazzino in crisi ormonale. Anche se sei il Presidente degli Stati Uniti.

– Nella remota possibilità che una cosa del genere accada (è accaduta) toglierti il giocattolo di mano non è una opzione ma un preciso dovere di chiunque abbia la possibilità di farlo. Anche se sei il Presidente degli Stati Uniti.

– L’eventualità che un ragazzino in crisi ormonale avesse 88 milioni di follower è una possibilità che chi ha immaginato l’architettura di Internet non aveva considerato.

– Se un ragazzino in crisi ormonale può ricevere l’attenzione simultanea di tutto il mondo emerso è in quel momento esatto che Internet smette di funzionare.

– Tutte le volte che una folla di politici e intellettuali alza la voce e ci informa che “è colpa dei social network”, in genere è colpa di qualcos’altro.

– “È colpa dei social network” del resto è un soprabito che sta bene con tutto. Specie se la maggioranza dei tuoi ascoltatori nonché di quelli che ne scrivono sui giornali si sta domandando: ma cosa ci fate poi tutto il giorno dentro quei social network?

– La libertà di espressione è sacra ed è in pericolo da sempre. Da un paio di decenni è in pericolo prevalentemente negli ambienti digitali. Se si tratta di ambienti che non conosci o che conosci per sentito dire, forse sarebbe meglio parlare d’altro.

– Donald Trump andava bannato da Twitter nel 2017. Se non prima.