I dati e la buona politica

Il primo passo è stato – alla fine e faticosamente – dare dignità ai dati. Dignità significa comprendere che quelle informazioni saranno importanti per le nostre decisioni.

Per molto tempo, in un Paese con una solida cultura antiscientifica come il nostro, la politica ha utilizzato nei confronti dei dati la retorica che riserva alle cose complicate che non comprende. È una lista lunga quella delle cose complicate che i politici sono costretti a citare ma che li interessano poco. Come mai non li interessano? Perché si tratta di processi lunghi, da iniziare oggi e completare quando loro non ci saranno più. Una prospettiva di lungo periodo inaccettabile. Il bene comune di cui avrà senso occuparsi sembra essere solo quello che può essere rapidamente ricompensato.
Così è accaduto che alcune parole chiave come innovazione, ambiente, digitale, merito, cultura, ricerca sono da tempo (oggi più che mai) nelle parole della politica e contemporaneamente lontanissime dal suo reale interesse.

Poi è arrivata la pandemia e improvvisamente i dati, che fino al giorno prima ci facevano sbadigliare, sono diventati l’unica maniera possibile per scrutare il mondo e prendere decisioni. Non ne esistevano altre e abbiamo dovuto acconsentire ad utilizzarli.

Quello che la politica forse non immaginava è che l’etica dei dati non può essere improvvisata. L’altra cosa che invece la politica ha subito istintivamente compreso è stato il pericolo di lasciare i dati nelle mani di chi sa utilizzarli (e purtroppo anche in quelle di chi non sa comprenderli). L’etica dei dati prevede che i dati siano resi pubblici: renderli pubblici è l’unica maniera nota per farli funzionare al meglio ma ha un prezzo politico salato da pagare.

All’inizio della pandemia ci siamo così trovati nell’inedita situazione di dover affidare ai dati decisioni delicate che interessavano milioni di cittadini (a quei tempi non avevamo nemmeno l’esempio degli altri paesi da poter eventualmente copiare): ogni sera alle 5 in diretta TV era un profluvio di numeri difficili da comprendere. Avevamo a disposizione pessimi dati (non solo l’etica dei dati ma nemmeno la cura nella loro raccolta si improvvisano) e la percezione che tali informazioni dovessero essere protette. La ragione di una simile pretesta di riservatezza è banale ed è la medesima per cui l’Italia continua a non avere un vero e propria FOIA ma solo una sua sottospecie: perché se i dati fossero pubblici (tranne alcune piccole eccezioni) le nostre decisioni potrebbero essere migliorate dal contributo di tutti ma sarebbero sottoposte allo scrutinio di tutti. L’eterna variabilità delle scelte politiche sarebbe stata infine sottoposta ad un giudizio dotato di un’inedita oggettività.

Fosse vera questa faccenda dell’oggettività saremmo quasi a cavallo, basterebbe tener fermo il cavallo dei dati e provare a saltarci su, purtroppo però non è così. I dati, anche i migliori anche quelli più accurati, consentono ugualmente più visioni del mondo, non tracciano linee precise, non sostituiscono la politica. Nel caso della pandemia le camminano accanto in una maniera inedita.

Le scelte sui dati del governo Conte alle prese con la drammatica seconda ondata rispecchiamo tutti i malintesi culturali sui dati e sulla loro etica che la politica ha mostrato in questi anni.
Immaginare di affidare ad un algoritmo basato su 21 parametri le scelte operative regionali per la pandemia è in fondo un esempio classico del fideismo a doppio flusso che applichiamo da sempre alle tecnologie. Le ignoriamo e sbeffeggiamo per anni, tranne poi affidarci ai loro supposti poteri taumaturgici quando non abbiamo alternative. È il salto temporale che in teoria ogni tecnologia consente ma che nei fatti non funziona mai. Governare l’innovazione è un percorso, non si improvvisa, non si fa salendo improvvisamente le scale tre gradini alla volta dopo essere stati fermi per anni.

Molti chiedono da giorni la totale trasparenza sui dati della pandemia. Perfino il Presidente del Consiglio nel suo ultimo intervento alla nazione ha accennato (pur se vagamente e con accenni del tipo “ho chiesto che siano resi pubblici…”) ad una simile necessità ma questo nei fatti non avviene e probabilmente continuerà a non avvenire. E se anche dovesse avvenire accadrà quello che avviene normalmente dove l’etica dei dati è un sentimento sconosciuto. “Garbage in, garbage out” recita un famoso motto di un tempo: mentre è in atto un processo di inevitabile parziale liberazione delle informazioni, sarà sufficiente inquinare le fonti in entrata (sta già succedendo) anche solo rendendo i dati non omogenei per ottenere il medesimo effetto adulterante senza bisogno di inventarsi bugie o ritardi. E la politica, locale, regionale o nazionale, sarà salva.

È quasi ridicolo dover dire ancora una volta che i dati della pandemia devono essere pubblici, che devono essere omogenei e che deve esistere un obbligo stringente per raccoglierli e distribuirli con cura. Magari aggiungendo che la rete nazionale di raccolta dati andava enormemente potenziata in questi mesi mentre i bandi di assunzione girano in questi giorni.
Una volta detto e fatto questo, se mai sarà possibile farlo, quando avremo tutti i dati disponibili liberati per tutti, la politica sarà chiamata al passo successivo: non intestare ai dati responsabilità che sono solo sue. Che l’algoritmo per una buona politica per ora, fortunatamente, non esiste.