Le bugie restano gratis

Qual è lo scopo dell’industria culturale? Le possibilità non sono molte, direi sostanzialmente due.

– diffondere la cultura (in quanto motore della conoscenza, della democrazia, del benessere sociale, ecc. ecc.)
– creare ricchezza (aziendale, personale, posti di lavoro, ecc. ecc.) attraverso la cultura.

I due aspetti, per lo meno in questo residuo di società capitalistica nella quale ci capita di vivere, sono inscindibili per ovvie ragioni di ecosistema generale. Nell’ampio arcobaleno di possibilità fra i sostenitori della cultura libera e l’innamoramento per i rigidi principi del mercato, magari aggiungendo alla discussione generale anche un sentimento sempre presente, riassumibile nella celebre invettiva del commercialista Tremonti sulla cultura che non si mangia, provare a immaginare quali siano le nostre priorità al riguardo non sarà un esercizio inutile. Specialmente oggi, nei tempi delle molte possibilità legate alla nostra vita digitale.

Fino a un quarto di secolo fa l’industria culturale non poteva fare a meno della forza bruta e con essa dei denari necessari per applicarla. Per consegnarla servivano cavalli, aerei, e poi camion e oggetti fisici da impaginare, incollare e distribuire. A un certo punto l’informazione si è fatta immateriale ma quella domanda è rimasta intatta.

Prendiamo l’esempio dei giornali, la cui traiettoria è stata in fondo la più semplice. Quando ho cominciato a utilizzare Internet, verso la metà degli anni novanta, una delle prime minuscole comunità nella quale incappai era composta da persone che in giro per il mondo si scambiavano La bustina di Minerva di Umberto Eco. Tecnicamente un reato. Ogni settimana L’Espresso pubblicava la rubrica e Internet si occupava di diffonderla, amatorialmente, dove la sua carta non sarebbe potuta arrivare.
Se lo scopo dell’industria culturale era quello di diffondere conoscenza Internet faceva certamente al caso nostro, se lo scopo era invece quello di creare ricchezza Internet era già allora un nuovo pericolo che si stava affacciando. Tutto quello che stava nel mezzo, il mix inestricabile di necessità economiche del comparto e slanci etici dei singoli attori, era lì ad indicarci che sarebbe stato un casino. E così in effetti è stato.

In tutto questa confusione le persone maggiormente svantaggiate nel farsi un’idea realistica di ciò che stava accadendo sono stati sicuramente gli editori. È accaduto ovunque. Chi è arrivato tardissimo? Chi ha resistito disperatamente fino all’ultimo secondo nelle proprie posizioni nel momento in cui tutto sotto i loro piedi stava franando? Gli editori. Quelli musicali per primi e tutti gli altri a seguire. In nome del proprio istinto alla resistenza hanno bruciato denari ed intelligenze per almeno un decennio. Del resto è normale: tutti noi viviamo immersi dentro il nostro sistema di riferimento e faticheremo ad uscirne, anche nei momenti di crisi.

Così non è strano che il decano degli editori italiani, Carlo De Benedetti, da sempre storicamente mal consigliato o forse solo particolarmente testardo nelle faccende che hanno riguardato la trasformazione digitale dell’industria editoriale, continui a sostenere che il peccato originale dei giornali, la causa scatenante dell’attuale crisi definitiva, sia stata, anni fa, la scelta di rendere gratuiti i propri contenuti in rete: i lettori così si sono abituati e oggi non intendono pagare quello che dovrebbero. L’analisi, da fuori dell’occhio del ciclone, è assai più semplice e ovviamente non riguarda così tanto i lettori: per un certo periodo il modello basato sulla pubblicità (lo stesso che ha retto per decenni i giornali di carta) è sembrato quello più promettente: quando si è compreso che così non sarebbe stato chi ha potuto ha puntato su contenuti di qualità chiedendo ai lettori di pagarli: da noi si è scelto di continuare a produrre spazzatura da click per poi scoprire che 1) la propria reputazione era definitivamente compromessa 2) quella roba misera e gratuita tutto sommato era risultata sufficiente per l’idea di informazione che avevano la maggioranza dei lettori. Oggi metà degli italiani si informa su Facebook: notizie adulterate, di pessima qualità, ridotte spesso a un titolo urlato.

Detto in altre parole: lo scopo principale dell’industria giornalistica italiana in crisi è stato quello di sopravvivere abdicando al proprio ruolo e alla fine non è andata bene per nessuno. La fiducia dei lettori è sotto i tacchi e la qualità dell’informazione anche. E ora immaginatevi la faccia che abbiamo fatto quando, dopo tutto questo, gli editori hanno iniziato a proporci i loro contenuti a pagamento in nome della conoscenza, del pluralismo e della democrazia.

Nel frattempo la domanda originale si è tinta di nuove tonalità, anche prescindendo dalla deprimente eccezione giornalistica italiana. Nel momento in cui tutti i contenuti di qualità sono passati dietro un paywall chi si occuperà della cultura delle persone?

In ambito giornalistico qualcosa di simile alla distribuzione sotterranea del Bustina di Eco trent’anni fa accade oggi con la rubrica giornaliera di Mattia Feltri su La Stampa. Che io leggo talvolta su Twitter per merito/colpa di quale entusiasta estimatore del giornalista che la diffonde sui social.
Ed ogni volta che mi trovo a leggere abusivamente i brillanti elzeviri di Feltri non riesco a non pensare ad un recente articolo di Nathan Robinson su Current Affairs del quale anche solo il titolo sarà per noi illuminante:

“La verità è a pagamento ma le bugie sono gratis”.

Qui siamo ora. Le nostre migliori menti non sono liberamente raggiungibili (anzi si è creato un cortocircuito per cui se un articolo è liberamente leggibile nella maggioranza dei casi è considerato di scarso valore) ma le balle circolano come non mai.

Tutto questo è il risultato di una grande complessità e di problemi spesso difficili da risolvere, resi ancora più paradossali dal fatto che l’informazione si è affrancata da tempo dai cavalli, dai camion, dalla colla e dall’inchiostro, dalle edicole e perfino dai bar. Eppure qualcosa è andato storto lo stesso.

Riguardo alla domanda iniziale: l’industria culturale forse potrà essere considerata un’industria come un’altra, concentrata, com’è normale che sia, sulla propria sopravvivenza. Una industria che però, e questa è forse la novità che riguarda soprattutto i giornali nella loro versione digitale, si sta trasformando, passo dopo passo, in un ostacolo alla nostra conoscenza.