Unisci e impera

I progetti di unificazione dei sistemi di messaggistica di Facebook, Instagram e Whatsapp non sono recenti. Le prime notizie risalgono al gennaio del 2019. Poi tutto è rimasto per molto tempo sotto traccia fino a qualche giorno fa quando qualcuno si è accorto di alcune prove tecniche in corso per condividere i messaggi fra utenti di Instagram e Facebook.

Dal punto di vista del tecnologo e dell’oligopolista è tutto piuttosto naturale e ragionevole. Le parole per annunciare una simile mossa saranno le solite: migliorare l’esperienza d’uso degli utenti che verranno dotati di una nuova grande opportunità di connessione con i propri amici e contatti e blablabla.

Dal punto di vista dell’interesse pubblico l’unione dei servizi di messaggistica delle tre gigantesche piattaforme che fanno riferimento a Mark Zuckerberg è invece un pericolo del quale – mi pare – non si parla abbastanza.

Nessun dubbio che quelli di Facebook e Google siano al momento grandi oligopoli che hanno un effetto paralizzate sull’innovazione e la cui potenza di fuoco andrebbe ridotta. Per farlo servirebbe una valutazione di politica antitrust che in questo momento in USA (il Paese di residenza di molte delle principali piattaforme tecnologiche) manca completamente, ma servirebbe, per una volta, anche provare ad allargare lo sguardo comprendendo nella disputa anche altri temi non strettamente economici.

Qualche anno fa l’Economist elencò una serie di misure necessarie per ridurre lo strapotere dei giganti del web: fra queste c’era ovviamente la necessità di dividere la proprietà di Facebook da quella di Instagram e Whatsapp e di impedire ulteriori acquisizioni da parte di soggetti già troppo potenti (non dimentichiamo che una delle maniere usuali per bloccare l’innovazione è comprare i progetti innovativi per farli propri o semplicemente lasciarli morire) ma simili ragionamenti si basavano in gran parte sul tema economico: sulla necessità di consentire a nuovi attori di emergere con le proprie idee inedite e vincenti nonostante Facebook o Google, inducendo così una dinamica del ricambio tecnologico che la neutralità della rete fino a qualche anno fa aveva continuato a consentire.

Facebook ha oggi circa 2,5 miliardi di utenti, Instagram circa 1 miliardo, WhatsApp 1,6 miliardi. Youtube ne ha circa 2 miliardi, WeChat 1,6 miliardi. La popolazione mondiale è attualmente di circa 7,7 miliardi di persone.

Mentre osserviamo la pagliuzza di una economia di rete dai tratti ormai chiaramente monopolistici, impossibili da risolvere senza scelte di rottura, per altro previste dalle attuali leggi del mercato occidentale, sfugge a molti, e in special modo alla politica americana, la trave ben conficcata nel nostro occhio planetario. Quella secondo la quale Internet, un sistema nato e ottimizzato per decentralizzare i contenuti e che funziona egregiamente solo quando gli ambiti digitali saranno molti, differenti e debolmente connessi, si sta trasformando in un unico gigantesco canale broadband nel quale il flusso è sempre più spesso unico e controllato.

Così consentire la creazione di una enorme chat mondiale che abbatta le barriere generazionali residue fra utenti di piattaforme differenti è un enorme pericolo non solo per la difficoltà di accesso a nuovi soggetti tecnologici ma soprattutto perché mantiene e amplifica i guasti culturali che le piattaforme di rete hanno creato in questi anni per propria insipienza, disinteresse ma soprattutto per ragioni insormontabili di gigantismo tecnologico e ingordigia. Provateci voi a moderare i contenuti di un sito web da 2,5 miliardi di utenti.

Il tema delle fake news e della circolazione virale delle notizie intenzionali, molto caro ai politici di tutto il mondo soprattutto quando simili tecniche li svantaggiano, soprattutto quando nonostante le promesse non li favoriscono, soprattutto quando serve un argomento solido e vago per giustificare le proprie sopravvenute sconfitte, un tema che ha creato negli ultimi anni una enorme discussione pubblica e una serie ampia di tecniche di guerriglia basate sulla tecnologia delle grandi piattaforme, dipende molto sia dall’ampiezza del canale di trasmissione sia dalla sua evidenza pubblica. Molti dei guai di Facebook degli ultimi anni dipendono dal fatto che sono risultate evidenti, in quanto pubbliche e alla luce del web, le operazioni di adulterazione della conversazione pubblica gestite dai peggiori di noi. Un simile fallimento tecnologico e la grande attenzione che ne è derivata, ha consigliato Mark Zuckerberg a spostare la propria attenzione commerciale agli ambiti di comunicazione privata. E l’unione dei servizi di messaggistica delle sue tre enormi piattaforme va in questa direzione. Avremo così, sempre di più, uno strumento di adulterazione del discorso pubblico in ambiti nei quali sarà più difficile riconoscerla e, contemporaneamente, spalmato su ordini di grandezza molto più ampi e connessi.

Ancora una volta gli interessi commerciali di Facebook si riveleranno utili a nuove campagne disinformative con microfoni più potenti capaci di rimbombare direttamente dentro le nostre orecchie e senza creare scandalo, apparentemente, negli ambiti pubblici.

Divide et impera, dicevano quelli. Unisci e impera, potremmo dire oggi. Con tanti cari saluti alla grande democrazia della rete Internet, apparentemente a disposizione di tutti ma, nei fatti, ormai nelle mani di pochissimi. Quasi sempre i peggiori.