Comunicare il coronavirus

Alle otto della sera di una giornata convulsa, caratterizzata dai primi casi di contagio da coronavirus in Italia, il virologo Fabrizio Pregliasco si presenta in TV (min. 2.30) e dopo aver invitato la popolazione alla calma afferma:

“Ritengo che l’Italia sia pronta ad affrontare questa situazione, però pensando sempre allo scenario peggiore, lo scenario come nell’influenza del 1918, la cosiddetta “spagnola” che colpì il 35% della popolazione con molti morti”

Da giorni, da quando il tema coronavirus è diventato la notizia principale sui media, un altro virologo molto noto, Roberto Burioni si misura in rete, sui suoi profili social, con interlocutori di vario tipo: da semplici polemisti a Presidenti di Regione che non hanno capito, da troll a medici molto attivi come lui sui social ma che non posseggono le sue competenze. Il tutto in una guerra a colpi di tweet, molto seguiti e commentati un po’ da tutti compresi alcuni politici di primissimo piano, nei quali insieme a molte utili informazioni il messaggio nemmeno troppo nascosto che ne esce assomiglia un po’ ad una celebre invettiva del Marchese del Grillo.

Nulla descrive meglio di queste piccole schermaglie l’ormai definitiva centralità della comunicazione in tutte le attività quotidiane della nostra vita. È una prevalenza multiforme e assoluta che suggerirebbe un assioma altrettanto evidente che vediamo applicato già da tempo soprattutto negli ambiti della comunicazione politica. Più i fili di relazione fra le persone si infittiscono e più la comunicazione diventerà superficiale, urlata e grossolana.

Sui temi della divulgazione scientifica non partiamo da zero, ovviamente. Il tema coronavirus si sovrappone a una discussione precedente che riguarda le fake news, il proliferare di movimenti antiscientifici, grandi ciarlatanerie approdate sui media, l’allarmismo diffuso su temi complessi che ipertrofizza il principio di precauzione fino a renderlo un riflesso semplificatorio e paralizzante per l’intera comunità.

Nonostante questo un paio di punti legati alla comunicazione sul coronaravirus forse potrebbero essere aggiunti. Perché una volta sfrondato lo scenario dal rumore di fondo e dalle perturbazioni tipiche di ogni ambiente digitale, e anche volendo immaginare un mondo perfetto nel quale le informazioni di pubblica utilità siano veicolate nella maniera migliore (si veda al riguardo la meritoria collaborazione delle piattaforme social con il Ministero della Salute per ciò che riguarda le ricerche legate all’hashtag #coronavirus) dai soggetti con le necessarie competenze, esistono ulteriori questioni comunicative che avranno una qualche importanza.

Nel caso del coronavirus oltre all’usuale ruolo tossico dei media, il cui modello di business si oppone da tempo, specie nel nostro Paese, ad ogni moderazione e spirito tranquillizzante, anche il ruolo degli esperti, insieme a quello delle piattaforme, assume nuova importanza. Talvolta il virologo ha banalmente qualche umana difficoltà a comunicare (il caso di Pregliasco nel primo esempio) e se un tempo le sue parole sarebbero state addomesticate e filtrate dai media, lasciando il tecnico sullo sfondo, oggi simili figure saltano ogni mediazione. Altre volte – come nel caso di Burioni – l’esperto deve parte della sua fama al tono oppositivo e virulento (è il caso di dirlo) con il quale affronta ogni giorno le discussioni in rete. In entrambi i casi, a dispetto dei santi, sembra di poter dire che l’ingresso diretto degli esperti nella discussione pubblica avviene non senza incidenti.

Un ruolo aggiuntivo sembra imputabile alle piattaforme social che, con le loro caratteristiche di immediatezza e sintesi, le loro note carenze metacomunicative che trasformano continuamente i fischi nei fiaschi, da un lato aggiungono velocità e valore informativo alla discussione pubblica su una emergenza sanitaria ai nastri di partenza e dall’altra intossicano loro stesse quella medesima discussione, orientandola ogni volta verso direzioni non richieste.

Così ieri sera, contro ogni attesa, pensavo che forse in questo momento sarebbe utilissima una ulteriore mediazione al pensiero scientifico e che non solo esista il solito problema del rumore di fondo di gente che pontifica non sapendo nulla, ma che anche gli esperti veri, i virologi, gli epidemiologi, gli accademici, quelli insomma che posseggono informazioni per noi cittadini tanto importanti, avrebbero bisogno di una più attenta valutazione del proprio ruolo comunicativo.

Twittare meno, e magari condividere le medesime informazioni su una noiosa pagina web forse aiuterebbe. Parlare meno magari, e pensare di più alle cose che si stanno dicendo, a come le si dice e all’effetto che faranno su chi ci sta ascoltando. Un lavoro comunque difficile, reso ancora più complicato dal clima di grande attesa e paura che accomuna tutti.

Stare più zitti, nel momento in cui tutti parlano, non polemizzare, pensare meglio a come e quando raccontare faccende complicate. Un lavoro difficile, difficilissimo, che certo fino a ieri nessuno poteva pretendere da uno scienziato.