L’uomo in mutande

Dell’uomo in mutande noi non sappiamo nulla. Abbiamo visto quella foto, sfocata e in bianco e nero, nella quale si riconosce a stento un tizio basso, in maglietta bianca e mutande. Sappiamo che tale immagine è collegata a un’inchiesta per assenteismo in un comune ligure. L’uomo in mutande, in effetti, è immortalato di fronte ad un apparecchio marcatempo. Le cronache dicono che si tratta di un vigile urbano. La sua immagine – dicono ancora gli articoli di stampa – “ha fatto il giro del web”.

Non sappiamo bene chi l’abbia diffusa, probabilmente gli inquirenti, o la Guardia di Finanza, a dimostrazione – credo – della bontà del loro lavoro: nessuna parola, nessuna frase burocratica contenuta in un verbale o in un comunicato stampa sarà del resto in grado di convincerci più di quella foto. La verità di una foto supera quella di qualsiasi parola. Lo stesso accade, purtroppo, anche per la sua eventuale falsità.

Eppure dopo averla vista e rivista, dopo averla associata alle gesta dei furbetti del cartellino, dopo averla innalzata a prova definitiva del misfatto, noi di quella foto continuiamo a non sapere granché.

Gli inquirenti certo ne sapranno più di noi. Sapranno se l’uomo in mutande andava al lavoro oppure no, se si era dimenticato di timbrare una volta oppure cento, se le sue assenze erano croniche o occasionali, ma noi no. Non lo sappiamo e non lo potevamo sapere. Perché il processo ancora non c’era stato e la sentenza non era stata pronunciata.

Oggi il giudice dell’udienza preliminare ha stabilito che l’uomo in mutande non ha commesso alcun reato: che il fatto non sussiste. Così la foto ha fatto di nuovo “il giro del web” e come fosse una rete a strascico a maglie strettissime si è riempita una seconda volta di una lunga serie di commenti: “E’ una vergogna”, “Ma che Paese”, “Solo in Italia” ecc. ecc.

Nonostante questo noi dell’uomo in mutande continuiamo a non sapere nulla. Fra 90 giorni con il deposito della sentenza si saprà perché secondo il gup il fatto non sussiste.

C’è da chiedersi se non sia il caso di consigliare gli inquirenti, i poliziotti o i magistrati di non alimentare questa continua sarabanda in giro per il web e i TG. Per esempio evitando di diffondere le foto del malvivente in mutande. Quando l’unica cosa certa che si sa, in quel momento, è che quella è la foto di un uomo di fronte a un marcatempo. E che quell’uomo – certo – è in mutande.