Ho un drone per la testa

Fra ieri e oggi un drone, un aggeggio che chiunque può acquistare liberamente per poche decine di euro, ha annullato l’attività del secondo più importante aeroporto di Londra. Ha costretto alla cancellazione 700 voli e lasciato a terra più di centomila persone. Gente che viaggiava per lavoro, per svago o per raggiungere i parenti per le vacanze natalizie.

Un cretino, o più cretini, o nella peggiore delle ipotesi uno o più delinquenti intenzionali, con un pezzo di tecnologia e un telecomando in mano, hanno causato tutto questo.

Sembra un perfetto assist per incolpare la tecnologia. Qualsiasi intellettuale novecentesco vi potrà confermare che quando i droni non esistevano gli aerei potevano decollare con maggior tranquillità, il mondo era un luogo più quieto e non si rischiava di far tardi al cenone di Natale dai suoceri in Provenza.

In alternativa potrebbe essere un assist altrettanto perfetto per incolpare i cretini, così immensamente potenziati dalla tecnologia. Umberto Eco potrebbe rinnovare la propria celebre frase sugli imbecilli ambientandola non più in un bar ma in un aeroporto. Qualsiasi intellettuale contemporaneo vi potrà confermare che il problema non sono certo i droni, ma la testa sempre uguale di quelli che li pilotano.

E cosa accadrebbe – pensavo malignamente oggi mentre seguivo le notizie da Londra – se un manipolo di giubbotti gialli decidesse di affidarsi ai droni per paralizzare i cieli di Francia? O se i nazisti dell’Illinois li utilizzassero per rivendicare le proprie uncinate posizioni nel midwest degli Stati Uniti? Non sarebbe una maniera contemporanea e geniale di ripensare la contrapposizione politica?

Oggi Theresa May, ormai da tempo nel ruolo continuativo di colei che calma gli animi, ha ricordato che in Gran Bretagna per fortuna esiste una legge sui droni (da noi in Italia per esempio non c’è) e che chi decide di violarla (cretino o no) rischia grosso: per la precisione fino a 5 anni di carcere. Sono abbastanza convinto che per i 100 mila accampati a Gatwick cinque anni siano sembrati perfino pochi.

E mentre il Primo Ministro diceva quello che si dice usualmente in questi casi, ancora più nettamente è sembrata delinearsi la distanza fra quello che possiamo e quello che non possiamo fare a riguardo della tecnologia quando la tecnologia stessa diventa di tutti. Perché dire è un conto ma fare è un altro.

Si materializza il fantasma di una enorme impotenza nel momento in cui qualcosa diventa nella disponibilità di tutti, alla portata di tutti: la comunità, da quel momento in poi, sarà impegnata a rivedere i propri registri, le proprie strategie, quando si parla di tecnologia ma non solo. Perché dentro quel di tutti molto si nasconde. Nuove inattese criticità, come quella di oggi a Londra, nuove opportunità, inediti e spesso giganteschi problemi. Anche un furgone a noleggio diventa una nuova tecnologia di tutti, come ci hanno tristemente dimostrato certi fatti di sangue in questi anni.
Allo stesso tempo un mondo di tutti è quello che abbiamo immaginato per noi ed è quello che oggi la tecnologia stessa talvolta consente. E a tutto ciò non intendiamo rinunciare.

Provare a risolvere questa contraddizione non sarà semplice, ma è l’unica maniera che abbiamo per immaginare noi stessi dentro il nostro tempo.

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