Cyberbullismo: sempre la solita storia

La legge sul cyberbullismo che la Camera dei Deputati sta approvando in queste ore è due cose assieme. Una, la prima, è la solita, la stessa che si ripete da 15 anni a questa parte, da quando cioè il Parlamento italiano ha iniziato timidamente ad occuparsi dei temi del digitale. Ed è una palese dichiarazione di superbia e incompetenza. I nostri deputati e senatori, nell’anno domini 2016, sembrano essere tuttora – nel loro complesso – del tutto inadatti a trattare simili temi. Tutte le volte che ci provano (e purtroppo i tempi sono crudeli ed accadrà sempre più spesso) la scena si ripete sempre uguale: appena qualcuno nomina Internet, dal nulla si materializza una maggioranza schiacciante che unisce destra e sinistra. Con piccole ininfluenti eccezioni, una volta erano i radicali oggi sono alcuni deputati del M5S, l’arco parlamentare compatto vota provvedimenti conservatori (nella migliore delle ipotesi) o reazionari (nella peggiore). Inoltre durante l’iter parlamentare si ripete ogni volta l’effetto palla di neve: lasciata rotolare con noncuranza dal bimbo dalla cima della montagna qualsiasi minuzia digitale si trasforma rapidamente in una enorme valanga dagli effetti incerti.

Così è accaduto anche questa volta: la piccola palla di neve della senatrice Ferrara, ex insegnante di una vittima di cyberbullismo ed ora parlamentare del PD si è trasformata nella slavina di un provvedimento stravolto dalla Camera, vago e pericoloso come al solito, che oltre che preoccuparci tutti ci è valso in queste ore divertite citazioni sulla stampa internazionale.

Ma non è della legge in sé che vorrei parlare oggi, dei suoi rischi censori e nemmeno del costante e diffusissimo desiderio di rivalsa (da cosa poi) che i parlamentari italiani mostrano verso Internet, anche perché la mia speranza nel caso specifico è che la legge ora torni al Senato e venga rapidamente dimenticata come accade spesso ai parti più sfortunati del nostro legislatore.
Mi interessa invece parlare di politica delle reti digitali, perché la norma sul cyberbullismo è un chiarissimo esempio della sua assenza e di come questa mancanza pesi sulle sorti di questo Paese.

Cosa pensano i partiti italiani della politica delle reti? Di internet, del diritto all’accesso, della sharing economy, della neutralità, della libera espressione dei cittadini in rete? La risposta sintetica è: non ne pensano niente. Se vi andrà di sprecare un po’ del vostro tempo dentro i programmi elettorali dei partiti italiani troverete frasette generiche sempre uguali, sani vaghissimi principi e poco d’altro. E questo accade per una semplice ragione: perché nessun partito italiano (no, nemmeno il M5S) pensa che dal contesto digitale passi oggi una buona fetta delle nostre vite. E questa mancanza è significativa e molto importante.

Prendiamo per esempio il disegno di legge sul cyberbullismo, questo simpatico obbrobrio legislativo attraverso il quale chiunque potrà chiedere a chiunque altro di rimuovere una pagina web se quella pagina gli causa “ansia” e proviamo a leggerlo nell’ottica della politica delle reti. La proposta di legge è nata in Senato nel 2014 da parte di Elena Ferrara, senatrice del PD. Quel ddl è stato cofirmato da una cinquantina di altri senatori del PD e poi ha percorso tutto il suo iter in Senato fino all’approvazione. Passato in Commissione alla Camera è stato rapidamente stravolto non dagli alieni né da Salvini ma dallo stesso partito della senatrice Ferrara (i relatori per la maggioranza sono gli onorevoli del PD Campana e Beni) e così modificato votato in maniera compatta dal Partito Democratico (insieme ad altri) che ha rifiutato qualsiasi ulteriore emendamento di sostanza (se desiderate fare il confronto qui ci sono appaiate le due versioni).

A questo punto il povero elettore interessato ai temi del digitale, si chiede: qual è il Partito Democratico che ho votato, quello del Senato della sen. Ferrara preoccupata per la prevenzione e l’informazione ai minori a riguardo del cyberbullismo o quello del PD della Camera che, riscrivendo completamente l’articolo 1, estende la possibilità di oscurare i contenuti di rete non solo ai minori ma a tutti i cittadini e promette ammende fino a 180.000 euro, anche in casi non penalmente rilevanti ma che possono generare ansia nel povero navigatore del web e che affida al Garante della Privacy un ruolo di gendarme che non potrà avere per manifesta mancanza di mezzi?

La risposta è né l’uno e né l’altro perché il PD non ha un politica delle reti e vota ogni volta, che si tratti della Camera o del Senato sul cyberbullismo o che si tratti dei parlamentari europei a Bruxelles sulla neutralità della rete, in modalità del tutto casuale. Sui temi del digitale i parlamentari del PD sono cani sciolti, o se preferite cavalieri senza padrone. Si svegliano una mattina e smentiscono i colleghi di partito dell’altra camera per sfizio, antipatia personale o per altre più consistenti ragioni ma in ogni caso a spese nostre, senza alcun coordinamento e soprattuto senza nessuna identità politica alla quale qualcuno possa magari un domani richiamarli.

Nel caso della norma sul cyberbullismo il governo ha infine in questi giorni svogliatamente sposato la legge del PD così come modificata dalla Camera, iscrivendosi quindi, pur se con poca convinzione, alla folta schiera di quelli che pensano che Internet abbia bisogno di una lezione, ma anche qui si tratta più di un testa o croce obbligatorio piuttosto che di una reale presa di posizione. E questo sempre per la stessa ragione: perché il PD una politica delle reti non ce l’ha e non gli importa di averla. Figuriamoci se può averla un governo dove Alfano sta seduto accanto a Scalfarotto.

Così all’elettore del PD attento a queste cose, che invece pensa che dalla politica delle reti digitali passi la vera essenza del pensiero politico contemporaneo e che si chiede come mai ogni volta che si parla di Internet i parlamentari italiani di qualsiasi estrazione si alzino in piedi come un sol uomo in totale concordanza, resterà l’amletico dubbio se forse non sia meglio al prossimo giro non votare per il PD del Senato o, in alternativa, non votare per l’altro opposto PD della Camera.