Signora mia, i Pokemon!

L’annunciato successo planetario di Pokemon GO (poi non sappiamo se accadrà davvero, diciamo che le premesse ci sono) avrà probabilmente due effetti certi sul nostro modo di osservare il mondo digitale e la realtà.

Il primo sarà quello di incrinare alcune certezze. In questo a Nintendo sembrano essere piuttosto esperti. Qualche anno fa hanno portato nelle case di tutti noi una strana console bianca, piena di personaggi buffi dalle teste troppo grandi che ci facevano giocare a tennis o a golf in salotto, che ci organizzavano sedute di yoga o altre attività sportive nello spazio ristretto dei nostri soggiorni. Quelle teste eravamo noi e la Wii per la prima volta ci costringeva ad utilizzare i nostri muscoletti atrofizzati di fronte ad uno schermo. Funzionò, fu un grande successo, per via di questa grande intuizione di semplicità e grossolana verosimiglianza.

Pokemon GO, alla stessa maniera, sposta ulteriormente il punto di vista, portando le nostre teste troppo grandi fuori di casa, a inseguire improbabili esserini giapponesi in giro per le strade delle nostre città. In pochi istanti (quelli necessari a Nintendo per fare +25% in Borsa) ne esce scardinato uno dei più solidi luoghi comuni sui videogames: quella di consumarsi dentro lo spazio digitale delle camere dei nostri figli, connessi ad altri figli dentro altre identiche stanzette, tutti con le persiane abbassate. Materia sufficiente per lunghi trattati sociologici e improbabili centri di recupero per sociopatici del WWW.

Se lo spazio digitale si impossessa – come in questo caso – dei luoghi fisici, da un certo punto di vista è una grande notizia, dall’altra è fonte di nuove preoccupazioni ed incertezze. Qualche giorno fa scherzando su Twitter ho scritto che se prima i genitori rimproveravano i figli di starsene troppo tempo chiusi in casa di fronte allo schermo (esci, per dio, non vedi che è una bella giornata?), da oggi inizieranno a rimproverali per essere troppo tempo fuori di casa ad allenarsi in strane palestre agli angoli delle strade che solo loro sono in grado di riconoscere.

Al momento nulla di meglio di Pokemon GO segnala la nascita di quel sincretismo fra ambienti digitali e analogici che tutti andiamo da tempo teorizzando: non esiste un ambiente digitale (claustrofobico, potentissimo e distopico), non esiste una vita reale (soleggiata, ventosa, analogica e come tale umanamente apprezzabile) ma esiste la nostra vita nella quale entrambe le componenti sono ormai indissolubilmente connesse, tanto che girato l’angolo della strada in questo afosissimo luglio magari ecco che compare Pikachu da dietro un albero.

Il secondo aspetto ha riempito ormai le cronache dei giornali, anche se in molti Paesi del mondo la app non è ancora ufficialmente disponibile (e ben di peggio accadrà nelle prossime settimane): gente rapinata nel vicolo con la scusa dei Pokemon, gente che cerca animaletti nel Museo dell’Olocausto, ragazzi che spazzolano in bici, in auto o in moto le vie del centro o rischiano di finire sotto a un treno mentre sono alla ricerca del maggior numero di mostriciattoli possibile. Ieri – per esempio – pur abitando io in una cittadina alla periferia del mondo – sono quasi stato investito in bici da due adolescenti interamente catturati dal loro nuovo formidabile gioco. Non essendo io un Pokemon ero fuori dai loro radar, impegnati com’erano a scrutare lo schermo del loro cellulare e non la strada di fronte.

È la sindrome “Signora mia” che si presenta potentemente in ogni occasione in cui nuove abitudini mediate dalla tecnologia irrompono tanto bruscamente. Dove andremo a finire con questa nuova ossessione planetaria? Perché occupare il proprio tempo con tali stupidaggini infantili? Mentre il Guardian si chiede se Pokemon Go sarà utile a ridurre l’obesità in USA (discorsi analoghi si fecero anche ai tempi della Wii) si apre una vasta nuova arena di contrapposizione fra chi pensa che il digitale domani occuperà potentemente i luoghi pubblici dentro nuove sinergie e quelli che invece chiederanno ai propri figli di tornarsene finalmente a casa, che nella palestra dei Pokemon all’angolo rischiano la polmonite. Non ora, che fa un caldo considerevole, ma accadrà.

Che non siamo mai contenti. Che abbiamo sempre nuovi spettri a cui riservare le nostre attenzioni.

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