Camminare verso Parigi

Fra le decine di messaggi in rete che ho ritwittato nelle ultime 48 ore, da quando si è capito che a Parigi stava accadendo qualcosa di strano ed orribile, ce n’era uno che diceva più meno così:

Twitter mostra il meglio di sé nelle prime ora di una tragedia inattesa e mostra il peggio di sé nelle 48 ore successive.

Le reti sociali, come molta della tecnologia che ci siamo costruiti attorno, sono ormai oggetti inevitabili. Possiamo allontanarli ma non possiamo spegnerli. Spegnerli del resto non avrebbe senso: dentro quelle relazioni passa tutta la nostra umanità, i nostri limiti e le nostre paure; scegliere di ignorarle significherebbe rinunciare a una parte rilevante di noi stessi.

Il formato informativo precedente, quello affidato interamente alla stampa cartacea ed ai media, mostra in queste ore tutta la sua inadeguatezza. Le notizie che contiene sono le stesse di sempre: informazioni dubbie e casuali, falsità che non saranno emendate domani, bugie intenzionali utili alla causa. Ma tutto questo oggi, nel contesto digitale, acquista una nuova evidenza: noi sappiamo con esattezza quello che una volta potevamo solo sospettare, siamo animali in qualche modo informati. Nessuna persona fra quelle che hanno seguito con febbrile attenzione le notizie da Parigi venerdì notte comprerà più domani un quotidiano a cuor leggero. Troppo grande il fardello della notizia piegate intenzionalmente, troppo la distanza fra le ipotesi possibili o l’evidente impossibilità tecnica di rettificare gli errori.

Così ieri sera dopo molte ore passate in rete a seguire l’orrore, un orrore che lentamente si è trasformato dall’orrore delle informazioni a quello delle opinioni (le persone, dio santo, hanno spesso opinioni terribili e questa è un’altra lezione che in rete, durante le emergenze, si impara in fretta), sono uscito di casa e sono andato al corteo. Ne sentivo il bisogno, perché le esperienze digitali sono fondamentali ma sempre leggermente claustrofobiche; sono avvolgenti ma spesso incapaci di creare una sintonia naturale e senza filtri con gli altri. Mi lasciano perplesso le foto profilo virate nei colori della bandiera francese, le petizioni on line, i RT compulsivi della immagine artistica che da Charlie Hebdo in qua descrivono con un tratto grafico elegante la natura di un evento tragico. Non riesco ad adeguarmi alla leggerezza digitale con cui si utilizza l’icona del bambino sulla spiaggia o l’hashtag della candela per onorare i morti o il video di Jeff Buckley che canta nel teatro del massacro. L’ho fatto anch’io, forse lo farò ancora ma si tratta di una specie di riflesso automatico che non porta da nessuna parte.

Sono uscito ed ho camminato fino in centro, ho aspettato un po’ nel luogo convenuto mentre i vigili urbani bloccavano il traffico della auto e poi mi sono aggiunto ad una piccola folla che è sfilata in silenzio per qualche centinaio di metri. Dalla biblioteca comunale al municipio di una piccola città non abbiamo fatto altro che riprodurre in sedicesimi quello che avveniva altrove nel mondo, dentro piazze più grandi, con più persone, con più candele accese.

Poi sono tornato a casa e mi è parso che in quel camminare in silenzio, in quel tornarsene al buio verso la propria famiglia, il mio cervello abbia sedimentato meglio il senso delle cose che stavano accadendo. Ho suonato il campanello, ho raccontato a mia moglie che nel frattempo stava rientrando anche lei dei quattro gatti in piazza, ho parlato un po’ con mia figlia di chi diavolo siano questi terroristi che fanno cose tanto terribili e poi sono tornato a seguire su Internet le notizie e le opinioni del mondo al quale appartengo. Non si può fare diversamente. È stato giusto così.