Internet è bella ma non ci vivrei

L’edizione domenicale di Liberation dedica le prima 7 pagine (sette) ai caschi per la realtà virtuale che saranno commercializzati in Francia nelle prossime settimane. Una serie di articoli che raccontano in maniera molto completa e piuttosto neutra cosa siano, come funzionino, quanto costino, questi strani occhiali claustrofobici che l’industria metterà in vendita. Il quotidiano francese affronta tutti gli aspetti del nuovo gadget, da quelli sociologici a quelli commerciali, considerando le implicazioni sul cinema e sull’arte, chiedendosi se e come simili oggetti influenzeranno prossimamente il nostro essere individui connessi. Il tono complessivo è interessato, forse leggermente entusiasta verso le aspettative delle tecnologia, tutto sommato laico.
Dentro un atteggiamento di fiduciosa attesa c’è l’editoriale di David Carzon che in poche parole ricorda come ad ogni cambio tecnologico si assista agli ammonimenti delle Cassandre: voci prestigiose che ricordano come il vecchio sia da preferire al nuovo e come i rischi per un instupidimento generale della società siano ogni volta concreti ed imminenti per poi uscirne regolarmente smentiti o ridimensionati.

Mentre leggevo Liberation pensavo che nulla di tutto questo sarebbe stato possibile da noi. Nessun quotidiano italiano avrebbe dedicato tanto spazio ad un nuovo gadget tecnologico per quanto innovativo e interessante. Il nostro approccio generale nei confronti dell’innovazione è nella migliore delle ipotesi minimizzante e guardingo, nella peggiore di aperta e netta contrapposizione in nome di un presunto interesse generale da buon padre di famiglia.

Se Repubblica o il Corriere o La Stampa avessero deciso di dedicare spazio alla realtà immersiva dei caschi VR lo avrebbero fatto quasi sicuramente per segnalare un’emergenza generazionale. Avrebbero consultato rapidamente i nostri migliori intellettuali novecenteschi, avrebbero dato spazio a neurologi preoccupati per la povera fine della nostra corteccia cerebrale, avrebbero dedicato l’inchiostro agli allarmi di genitori, sacerdoti, sociologi da talk show e chiunque altro fosse disposto a segnalare quanto simili cambiamenti saranno deleteri per i nostri figli, nipoti e discendenti. Il tutto, preferibilmente, senza averne mai nemmeno provato uno. Al termine dell’inchiesta, come sempre avviene in questi casi, cinque righe di par condicio avrebbero dato conto del parere dell’entusiasta tecnologo di turno: perché il pluralismo dell’informazione, quello peloso e di facciata fa parte del pacchetto complessivo.

Siamo il paese dei “ma anche”: Internet è un formidabile laboratorio di libertà, lo scrivono e lo ripetono tutti da anni nei loro brevi cappelli iniziali sui giornali e nei dotti convegni, ma è anche soprattutto altro. È anche un rischio per i nostri figli, anche un serbatoio per diffamatori seriali, per maschi che odiano le donne, per terroristi dell’ISIS a sud di Roma.

Il ma anche sulle future opzioni tecnologiche è uno standard culturale dal quale non riusciamo ad affrancarci ed è una delle tare che ci portiamo appresso da un paio di decenni. Non è la tara più grave, ne abbiamo altre peggiori, ci basterà osservare come siamo fatti noi italiani alle prese con la tecnologia, in generale – dico – e senza eccezioni. Si potrà sostenere che i media siano lo specchio fedele della nostra allergia nazionale al mondo che cambia, ma forse non è nemmeno quello. I media italiani assomigliano ai cittadini cui si rivolgono ma ne sono il lato colto e argomentante, l’occasione persa di chi fa il mestiere giusto con le parole sbagliate. Per lo meno quando si osserva il futuro immaginando dove riuscirà a portarci

Io – vedendoli in foto – trovo Oculus ed i caschi VR leggermente angoscianti, sarei però molto curioso di provarne uno. Penso in ogni caso che noi, collettivamente, avremo tempo per farcene un’idea e per osservare gli influssi sulle nostre vite di relazione di questo ennesimo diaframma: nel frattempo, come tutte le cose che abbiamo immaginato e che ora escono sul mercato, raccontare cosa siano e cosa potrebbero essere, come fa Liberation, è una maniera sana di scriverne. Per gli umbertiechi, i titoli terrorizzanti, gli psicologi da strapazzo che sapevano tutto fin da prima, ci sarà tempo e modo: c’è sempre tempo del resto per spiegare con un giro di parole di leggera superiorità e senza nemmeno accorgercene quanto siamo vecchi e stanchi e senza speranza.

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