La foto della ragazza

sfoca

La ragazza sorride. Allarga le braccia. In una delle tre foto abbraccia un ragazzo più giovane (un parente? Un amico?) la faccia di lui resa irriconoscibile con un effetto pixel. Come si fa con i bambini o con la faccia di qualcuno che era lì di passaggio ma che non c’entra nulla. Quei pixel aggiungono pena alla pena.

Sono tre foto, diverse una dall’altra, scattate in anni differenti: nella piazzola di un benzinaio, dalla cima di una collina in un luogo bellissimo con uno sfondo di boschi e baie, seduta mentre guarda altrove davanti a un mare verde.

Ora la ragazza è morta e i giornali, quasi tutti, hanno usato le sue foto, prese dal suo profilo Facebook per corredare i servizi di cronaca nera che parlano di lei. Hanno chiesto il permesso a qualcuno? Non ce n’è stato bisogno. Erano lì, su Internet, è bastato un colpo di mouse per impadronirsene. Un altro per pubblicarle.

Le nostre foto sono nostre ed i giornali fanno finta di non saperlo. Pubblicare una propria immagine su Internet, anche su una bacheca pubblica, non significa dichiarare che quella foto sia di tutti, che possa essere utilizzate liberamente. Le fotografie sono come le parole, raccontano mondi, quasi sempre privati e insondabili, aprono il fianco a interpretazioni ed equivoci: nessuno dovrebbe avere il diritto di toccarle senza il nostro permesso. O senza il permesso di qualcuno che ci conosce e ci ama nel giorno in cui noi non potessimo più decidere da soli.

Talvolta le nostre foto sono pietre nella mani altrui. Anni fa ai tempi del caso Meredith a Perugia i giornali pubblicarono una foto di Raffaele Sollecito con uno strano costume e una mannaia in mano. Era uno scherzo, una foto di carnevale o qualcosa del genere. I giornali le pubblicarono lo stesso, non sia mai che il bambino che da piccolo si vestiva da cowboy poi da adulto non si fosse riscoperto cacciatore. Le foto sono piene di indizi, sono abissi adatti alla malafede di chiunque.

La ragazza sorride e fa le boccacce, con quale diritto quelle immagini privatissime possono essere utilizzate per raccontare la sua morte violenta? Cosa nasconde una simile leggerezza? Forse una idea intossicata del diritto di cronaca, forse semplicemente una scorciatoia per semplificare il proprio lavoro, magari solo la scarsa coscienza di cosa sia ormai Internet nella vita di tutti noi.

Non importa che lo facciano tutti, né che sia legale, se lo è. Quello che Gaia ha subito, come molte altre vittime di fatti violenti prima di lei, è una forma di vilipendio, di scarsa umanità e in definitiva la scelta pigra e automatica di un cattivo giornalismo.