L’IVA sui libri, la rosa e la pipa

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Il numero di luoghi comuni che circonda la faccenda dell’IVA sui libri elettronici è molto solido e vasto. Come è noto i libri di carta godono di un regime fiscale agevolato che fino ad oggi non ha compreso i formati elettronici. Ora sembra che il governo abbia deciso di cambiare. Secondo un punto di vista corrente l’IVA al 22% sugli ebook ha due effetti sostanziali: riduce l’adozione dei nuovi formati di lettura digitale e ostacola la diffusione della cultura nel momento in cui la tecnologia detta nuove abitudini di utilizzo.

Uno dei luoghi comuni maggiormente intuitivi riguarda l’oggetto libro. Che sia su carta o in formato digitale il libro sempre libro è e come tale dovrebbe essere uniformemente considerato dalla legge. Su questa unità ontologica si basa la campagna di marketing #unlibroèunlibro che l’Associazione Italiana Editori ha silenziosamente finanziato nelle ultime settimane. Sui social network centinaia di pollici entusiasti hanno manifestato la loro contrarietà ad una fiscalità esosa che ostacola la cultura. Nel frattempo, sarà utile ricordarlo, negli ultimi 20 anni la fiscalità ridotta sui libri di carta non ha impedito che l’Italia sia in fondo alle classifiche europee di lettura.

Un altro luogo comune sui libri e sulla cultura in genere è che lo Stato debba fare di tutto perché i cittadini leggano e si informino, per la semplice ragione che così funzionano le democrazie compiute. Da questo punto di vista è piuttosto chiaro che l’Iva al 4% sugli ebook (se l’UE – come è invece molto probabile – non deciderà di applicare un procedimento di infrazione al riguardo costringendoci a pagare una multa salata come è accaduto a Francia e Lussemburgo qualche anno fa) è meglio dell’Iva sugli ebook al 22%.

Ma per provare ad uscire per un istante dalle spire dei luoghi comuni provate a leggere cosa ha scritto al riguardo Giuseppe Granieri (scrittore esperto di tecnologie ed ex direttore editoriale) qualche giorno fa su La Stampa:

La prima cosa da fare probabilmente è smettere di confondere argomenti di natura diversa. Un libro è effettivamente un libro sia su carta, sia su ebook. Ma lo schema produttivo e distributivo che c’è dietro la differenza di supporto è estremamente lontano.
La carta è costosa da stampare, stoccare, distribuire. Ha un ciclo di vita cortissimo, perché lo spazio nelle librerie fisiche è limitato e se un libro non vende dopo qualche mese viene «reso» agli editori. E spesso esce fuori dal mercato, con perdite enormi. L’editoria è quell’industria in cui un libro che vende sostiene la produzione degli altri 9 in perdita. Ma quei nove libri in perdita spesso sono importanti per la cultura. E vanno pubblicati anche se non sono economicamente sostenibili.
Questo modello industriale -diverso da quello del digitale- potrebbe spiegare le ragioni dell’IVA agevolata al 4% per i volumi di carta.

Io lo trovo un punto di vista interessante: l’oggetto è il medesimo ma è possibile che i costi di produzione e distribuzione dei due formati consiglino atteggiamenti differenti in termini di incentivazione fiscale. Questo punto è importante anche per un altro motivo: chi sarà domani il beneficiario del calo dell’IVA sugli ebook? I lettori che vedranno scendere i prezzi di un 18% o più banalmente gli editori che incasseranno la differenza lasciando i prezzi invariati? Oppure entrambi i soggetti? Personalmente non ho nulla contro tutele statali che aiutino l’industria editoriale in crisi, non vorrei che questi provvedimenti venissero però raccontati come incentivi che discendono direttamente sui lettori quando di fatto non lo sono: almeno non del tutto. Perché se lo scopo era questo allora forse sarebbe stato logico evitare la procedura di infrazione UE e perfezionare il meccanismo di detrazione fiscale sui libri (elettronici e no) da dedicare a chi effettivamente li acquista. Una idea del resto già a suo tempo presentata dal governo Letta e rapidamente naufragata. Chissà come mai. Ricordo inoltre che nell’ambito dei provvedimenti per salvaguardare il mercato editoriale che il Governo italiano ha approvato negli ultimi anni c’è anche la cosiddetta legge Levi del 2011 che limita gli sconti sui libri venduti online. Una norma anti Amazon che, per salvaguardare gli editori, limita la diffusione della cultura per i cittadini mantenendo alto il prezzo dei libri. Un indirizzo legislativo schizofrenico nei confronti delle esigenze dei lettori, per lo meno rispetto al calo dell’Iva annunciato oggi, ma perfettamente lineare se rapportato alla usuale tutela dell’industria editoriale.

Il rischio concreto è ben evidente: che la modernità, il buon senso e la cultura siano ancora una volta bandiere sventolata dal primo che passa in nome dei cittadini. Talvolta anche da soggetti le cui aspirazioni non hanno grandi parentele con l’innovazione e la crescita culturale.

Insomma un libro è un libro come una rosa è una rosa. Oppure no. Forse a volte sarebbe il caso di cambiare citazione e, trasformando la rosa in una pipa dire, “Questo non è un libro”. Per quelli che si intendono di citazioni e capiscono che molto spesso dietro le parole – anche le più ragionevoli – c’è un mondo.

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