Le foto della ragazza

Il caso di Slane Girl per fortuna non è stato troppo seguito sui media italiani. Dico per fortuna perché nel racconto di un simile episodio gli aspetti morbosi rischiano costantemente di oscurare quelli più significativi di questa vicenda che sono molti.

La storia, intanto, per sommi capi. Sabato sera ad un concerto di Eminem allo Slane Castle vicino a Dublino, una ragazza di 17 anni fa sesso orale e si abbandona ad effusioni varie, in pubblico, con alcuni ragazzi. Persone intorno riprendono la scena coi cellulari e postano video e foto in rete. Nella giornata successiva le immagini e l’hashtag #slanegirl fanno il giro dei social network, diventano trending topic su Twitter, vengono condivise su Facebook, un video viene ripetutamente postato su Youtube, le generalità della ragazza diffuse sui social network. Per circa 24 ore tre differenti foto circolano su Twitter e vengono retwittate centinaia di volte, la pagina Facebook di Slane Girl, appositamente creata, raccoglie circa 8000 like in 24 ore prima di essere chiusa nella giornata di lunedì. Come si dice in questi casi con una espressione ampiamente detestabile Slane Girl per 24 ore, dalla domenica pomeriggio a lunedì diventa virale.

Le cronache irlandesi raccontano che la ragazza viene poi ricoverata in ospedale per una crisi di nervi mentre sono in corso di identificazione i partner della giovane e le utenze dalle quali le immagini ed i video sono stati messi online.

Il primo punto da sottolineare è il solito: molti dei commenti e dei meme che hanno riguardato l’evento sono commenti sessisti, usualmente sessisti. Il maschio eroe e la femmina sgualdrina, per sintetizzare. Il machismo in rete è identico a quello con il quale siamo cresciuti e che conosciamo bene. L’unica differenza è che nella società delle persone fisiche è mimetizzato meglio, ma chiunque di voi sia maschio ed abbia frequentato un bar, una scuola o gli spogliatoi di una palestra lo conosce bene. Internet insomma è lo specchio della società così com’è, notoriamente maschilista, senza essere, come spesso si tende a dire, il laboratorio di un nuovo inedito maschilismo tanto odioso quanto protetto dal diaframma dello schermo. Se lo schermo ha un ruolo questo è quello di mostrare, nella concretezza della parola scritta e con maggior chiarezza, un sentimento imbarazzante già esistente.

Il secondo aspetto importante che mi pare vada sottolineato è che, a differenza di quanto accadeva in passato, il filtro di controllo delle piattaforme di rete sociale, almeno in casi singoli eclatanti come questo, comincia a funzionare discretamente. Ho provato a cercare le immagini in questione su Twitter, Facebook, Youtube e sul web in generale a pochi giorni dall’evento e ho fatto molta fatica a trovarle (in realtà delle tre immagini nella versione non censurata che circolavano ne ho vista solo una). Questa è una novità non banale ed è una buona notizia, visto che una delle tendenze classiche tipiche del passato era la sostanziale incapacità da parte dei fornitori di servizi di arginare il diluvio di duplicazioni digitali dei contenuti che si stava tentando di bloccare. Esistono oggi software che consentono di leggere le foto messe on line e confrontarle con un database di immagini da bloccare automaticamente (per esempio photoDNA di Microsoft che sia Facebook che Twitter utilizzano), talvolta i risultati sono comici, altre volte invece funzionano. In tutto questo ha un ruolo ovviamente il numero relativamente piccolo di piattaforme di largo utilizzo nelle quali gli utenti tendono a concentrarsi.

L’ultimo aspetto è quello repressivo, che spesso si appoggia a norme di difficile decodifica. Visto che la ragazza era probabilmente minorenne la polizia irlandese sta ipotizzando, per coloro i quali hanno messo online le immagini, il reato di diffusione di immagini pedopornografiche che è forse cosa tecnicamente corretta ma piuttosto assurda nella realtà dei fatti. È del tutto evidente come in questo episodio la pedofilia non c’entri granché. Nei paesi anglosassoni la auspicata rigidità nei confronti dei comportamenti offensivi in rete, talvolta sfociati in vere e proprie tragedie, rischia di produrre scelte di campo assolute anche quando molte variabili andrebbero considerate. Per esempio la maggiore età varia da nazione a nazione, per esempio è tutto da chiarire se le responsabilità di chi mette su Twitter una foto possano essere estese (come sembra stia accadendo in questo caso) a quanti l’hanno retwittata. Soprattutto il tema repressivo tende a sostituirsi interamente a quello assai più importante dell’educazione di rete. Al “comportati bene perché è bene comportarsi bene”, si sostituisce il più pratico “comportati bene perché diversamente sarai severamente punito”. Non che uno escluda l’altro ma in casi come questi è evidente quanto sia difficile sanzionare con misura e razionalità certi odiosi comportamenti in rete. E di misura e razionalità abbiamo molto bisogno se non altro per non cadere nei massimalismi dei tanti che non capiscono e che domani si faranno venire delle nuove idee su come regolamentare la rete.