Non è tutto oro quel che AOL

Così Huffington Post è stato venduto ad AOL. Il tutto per una barca di soldi, 315 milioni di dollari, moltissimi, per lo meno se confrontiamo l’acquisizione con quella di TechCrunch, avvenuta un po’ di mesi fa (25 milioni). Si tratta di una buona notizia? Dipende. Da quando esiste questa strana nuova economia delle imprese digitali, in genere accade che il danaroso gigante sfiatato acquisti la giovane azienda di successo. Qualche volta funziona, molto spesso no.

AOL è una grande azienda quotata e non troppo in salute. Nel corso dell’ultimo anno ha lasciato a casa 2500 persone, un terzo del proprio personale, ha un nuovo modello di business piuttosto improbabile (fare concorrenza a Google nell’advertising) ed esce da una fusione disastrosa con Time Warner. A dar retta al New York Times che oggi dedica un articolo alla questione, nell’ultimo anno gli introiti pubblicitari di AOL sono calati del 29% e i ricavi nell’ultimo quarto dell’anno scorso sono scesi del 26%.

Ma non si tratta solo di questioni strettamente finanziarie. Qualche giorno fa Business Insider ha pubblicato un impietoso documento attribuito a Tim Armstrong, CEO di AOL, una sorta di vademecum da applicare perché l’azienda diventi un gigante dei media del 21° secolo. Una idea dei contenuti e della loro composizione che ricorda il mix perfetto della Coca-Cola. Senza però avere la formula della Coca-Cola.

Seguendo queste indicazioni, tutte fatte di SEO, traffico potenziale, pageviews e numero di pezzi al giorno (ogni editore di AOL dovrà passare da 5 a 10 pezzi al giorno, i contributi video dovranno trasformarsi dal 4% attuale al 70% ecc. ecc.) ogni poesia legata ai contenuti finisce dritta nella spazzatura, il successo di blog come Boing Boing diventa una alchimia incomprensibile e il panorama complessivo si trasforma in una bruma dai contorni impalpabili.

Scrivere per la macchina, si sa, è una rispettabile tendenza di questi tempi accelerati e sarebbe sciocco non tenerne conto, ma non in questi termini, non con questa cinica pianificazione da ragioniere applicata alle parole ed ai pensieri.

Engadget, TechCrunch e ora Huffington Post sono relativamente ai margini di simili progetti: l’interesse di AOL per ora è che questi ibridi fra blog e giornali, progetti di grande successo raggiunto prima dell’acquisizione da parte del gigante quotato, mantengano la propria centralità informativa. Ma quando domani, prevedibilmente, le strategie commerciali di Armstrong falliranno, come è nell’ordine delle cose, il padrone passerà prevedibilmente a chiedere il conto anche da quelle parti. Accade così, di solito in queste Beautiful dell’economia digitale, anche se a quel punto, in genere, è ormai troppo tardi per tutti.

Nel frattempo oggi Dan Gillmor su Mediactive un po’ ironizza su Patch, il progetto di news locali di AOL che sarebbe in grande crisi e un po’ si domanda se, dopo una cosi favorevole acquisizione, Arianna Huffington inizierà finalmente a dividere un po’ dei soldi incassati anche con i collaboratori della propria creatura. Perché a fronte di una piccola redazione regolarmente stipendiata l’ampio network di blogger che scrivono su Huffington Post lo ha fatto fino ad oggi praticamente gratis, ricompensati solo dalla visibilità che un sito ad alto traffico era in grado di portar loro. A giudicare dal messaggio che oggi la bella Arianna ha spedito ai propri collaboratori non sembrerebbe averne troppa intenzione.