La fuorviante traccia su Pascoli

Una delle sette tracce proposte per la prova d’italiano dell’esame di maturità riguarda un noto componimento pascoliano (La via ferrata) compreso nelle Myricae, la prima raccolta poetica pubblicata da Giovanni Pascoli. Sulla traccia mi sono arrivate decine di segnalazioni di studenti e insegnanti, disorientati o dubbiosi sull’analisi da svolgere. Scopriamo perché.

Al terzo punto della traccia si chiedeva: «Quale elemento lessicale è presente in ogni strofa della poesia»? Si aggiungeva quindi: «Illustrane il senso». Il senso, attenzione, non il significato. Si richiedeva cioè di spiegare il valore assunto da quell’elemento lessicale nel contesto del componimento. Se leggiamo con attenzione la lirica pascoliana, un madrigale composto di due terzine e una quartina, scopriamo tuttavia che un elemento lessicale comune alle tre strofe non c’è. Per elemento lessicale comune si deve difatti qui intendere una parola – o al limite un’espressione, non certo una radice – che compaia identica in ciascuna delle tre strofe. Nella poesia non c’è però nessuna parola che risponda allo scopo, nemmeno un articolo, una preposizione o una congiunzione, che sono parole a tutti gli effetti (per quanto “grammaticali”) e in quanto tali registrate, come amore o cantare, dolcemente o gratuito, in un qualunque dizionario di italiano dell’uso corrente.

Se le due terzine e la quartina della composizione pascoliana avessero avuto in comune un articolo, una preposizione o una congiunzione i maturandi avrebbero anche potuto sviluppare, e la cosa sarebbe stata ovviamente assurda (ma rispondente alla traccia), un discorso logico-grammaticale sul “senso” di quell’articolo, di quella preposizione o di quella congiunzione. E allora? Allora si deve presumere che il legame da istituire, nelle intenzioni del selezionatore, fosse quello tra si difila (nella prima terzina), fila (nella seconda terzina) e fili (nella quartina finale). Ora, se fili e fila sono i due diversi plurali di una stessa parola (filo), il primo dei quali vuole dire ‘oggetti filiformi’ (fili d’erba, fili di lana, ecc.) e il secondo ‘serie di elementi in successione’ (le fila di racconto, di un discorso, ecc.), difilarsi (‘estendersi in linea retta’) è proprio un’altra parola. Deriva da fila (più precisamente dalla locuzione di fila, ‘senza interruzione, senza sosta’: lavorare per due settimane di fila), che ha la stessa origine di filo (il latino filum), ma niente più di questo. Filo (coi suoi due plurali: fili, fila) e difilarsi, per quanto etimologicamente imparentati, sono due termini fra loro indipendenti.

Un pasticcio che si sarebbe potuto facilmente evitare. Anziché pretendere dagli studenti che stabilissero un’improbabile relazione di “valore” fra la via ferrata che si difila, le aeree fila e i fili di metallo si sarebbe potuto parlare del “tema portante” del componimento. Il “senso” che avrebbero potuto illustrare i maturandi, istupiditi da quell’inesistente “elemento lessicale” comune, sarebbe allora stato quello di una ferrovia (via ferrata) e di una linea telegrafica, i cui fili aerei vibrano al vento e i cui pali corrono lungo i binari sui quali passa il treno (“rombante”, con la sua lamentosa voce di donna, il “femminil lamento” che il selezionatore riferisce al telegrafo), in quanto testimoni della modernità. Con tutto ciò che il suo tecnologico avvento comportò agli occhi del poeta.

Una curiosità. Nella sua prima stesura la poesia pascoliana era intitolata al telegrafo, che a quell’altezza non era un’“immensa arpa sonora” ma un’“argentea lira”. Ecco. Se il silenzio è d’oro, le parole – lo sappiamo – sono d’argento.