Tanto fuoco che non incendia niente

Ognuno ha le sue perversioni, io ho quella di andare a sentire Buttafuoco ogni volta che è nei paraggi. “Ogni volta” significa molto spesso, visto che per quest’ultimo libro (Buttanissima Sicilia) Buttafuoco sta girando l’isola da punta a punta.

Se qualcuno non ha mai ascoltato Buttafuoco parlare a braccio, può rimediare cercandosi i podcast di Mix 24, la trasmissione radiofonica di Giovanni Minoli, di cui è ospite fisso insieme a Mario Sechi.

Però serve giusto a farsene un’idea, perché durante la diretta gli altri due conduttori riescono in qualche modo a gestire le sue intemperanze intellettuali, cosa impossibile quando invece è da solo e occupa il centro della scena.

E meno male, perché io ci vado apposta per sedermi e aspettare il momento topico: quello in cui la diga Buttafuoco cede di schianto e la sua facondia esonda in profluvio.

Può capitare a tutti di appassionarsi a un argomento fino al punto di entrare in una specie di trance linguistica: di avere cioè così tante cose da dire, così tanti pensieri che premono per uscire fuori, che a un certo punto l’eloquio s’ingolfi di periodi lunghi, parentesi che non si chiudono, incisi, digressioni, immagini, richiami, paragoni, suggestioni, proverbi dialettali e inserti di poesia araba. Di sicuro capita con maggiore facilità a chi, possedendo un temperamento vulcanico come quello di Buttafuoco, abbia deciso di esprimersi con questo stile anche sulla pagina, amplificandolo e giocando a saturarlo fino farne un marchio di riconoscimento.

In effetti, lui utilizza questo stile per scrivere qualsiasi cosa: articoli di giornale, pamphlet, romanzi, racconti, tutto. Non sta là a domandarsi se sia il caso- non già di variarlo- ma quantomeno di regolarne l’intensità o tararne il grado a seconda del contesto, del tema o della circostanza: Buttafuoco è sempre cauro, e quella rimane la sua temperatura stilistica qualsiasi cosa scriva, più che mai quando scrive di Sicilia.

Perciò la prima volta che sono andato a una presentazione di Buttafuoco è stato per vedere se Buttafuoco faceva Buttafuoco anche di presenza. E ho scoperto che sì, Buttafuoco fa Buttafuoco anche live, sempre, ogni volta, e quando parla è ancora più cauro di quando scrive.

Dalla seconda volta in poi, invece, ho cominciato ad andarci apposta per assistere a questi episodi di licantropia: lui, che a un certo punto gli si accendono gli occhi e uno spasmo lo costringe ad afferrare il microfono con le mani giunte e tremanti, che un pensiero lo possiede al punto di comandargli di modulare il tono della voce in grido rabbioso (o invocante, a seconda del momento) fino a quando poi un altro demone non lo obbliga improvvisamente a tornare placido e sussurrare carezzevole certe verità coraniche, o talmudiche, o dialettali.

Non ho gli strumenti necessari a valutare se Buttafuoco sia un artista oppure no, e nemmeno per capire quanto sia voluto questo suo tirare fuori per intero il repertorio del guitto ogni volta che gli capita di comparire in pubblico. So solo che io mi siedo là e aspetto il numero, e questo vuol dire che per quanto quello stile a me non piaccia, lui sa adoperarlo così bene da incuriosirmi sempre.

Ma forse a trascinarmi alle sue presentazioni non è neanche la curiosità, perché tutto sommato, io abito in Sicilia, e con questo tipo di comunicazione ridondante ho una certa consuetudine, è prevalente ovunque: qua si procede quasi sempre per addizione e quasi mai per sottrazione, e questo è vero in qualsiasi contesto, dal comizio dell’assessore comunale ottantenne fino al blog della liceale.

Però Buttafuoco nel suo genere è magistrale, un compendio e un avanzamento, un recupero e un’innovazione, metri e metri al di sopra di qualunque altro interprete, e penso che in virtù di questa sua padronanza, lui, come autore, vada assolto con formula piena: se hai uno stile in cui eccelli, è giusto che lo coltivi e che lo plasmi fino a farne il tuo strumento espressivo.

La cosa che continua a lasciarmi confuso invece è la reazione della gente, cioè la mia.

A ogni incontro, nel momento in cui Buttafuoco viene colto dal raptus, autentico o posticcio che sia, e inizia a declamare, e parte con le sue infinite teorie di aggettivi, e il registro prima gli s’impenna verso l’aulico e poi gli si stabilizza sul lirico, e l’invettiva gli scappa di mano fino a farsi concione, e l’impeto lo incarta in una serie di incidentali da cui non riesce più a trovare l’uscita (di solito è il momento in cui, per cavarsela, passa dal grido al sussurro), in quel momento, cioè, in cui è lampante che nessuno di noi ci sta più capendo un cazzo, che tutti quanti ci siamo dimenticati da dov’era partito e dove voleva arrivare, ecco, in quel preciso istante noi ci alziamo in piedi e cominciamo ad applaudirlo. Ci spelliamo le mani, ci esce di bocca un bravo molto sentito, e respiriamo tutto intorno a noi l’orgoglio di essergli conterranei. Pure a me viene di farlo, e anzi spesso lo faccio proprio.

Se mi sforzo di resistere, di non lasciarmi trasportare fino in fondo dall’entusiasmo, e provo a concentrarmi per ricostruire il senso dell’intervento di Buttafuoco, tentando di rimettere in fila i suoi lunghi periodi, e di rincollare la testa con la coda, è perché mi sembra che cedere a questo tipo di ammirazione stupefatta non vada bene, soprattuto per noi siciliani.

Forse proprio perché viviamo immersi nella bellezza, come dice lui, abbiamo finito per convincerci che la bellezza sia il nostro elemento naturale, che ci serva a respirare. Ci viene paura che in sua assenza moriremmo d’asfissia, e andiamo cercando nevroticamente il piacere della bella parola, della frase evocativa, del parallelo estroso. Dovunque: anche dove dovremmo ricercare quello del ragionamento.

La bellezza è bella, grazie, lo so, pure a me piace la bellezza. Solo che certe volte mi sembra che la bellezza sia anche prepotente: si impone con una specie di forza, vuole subito tutta l’attenzione.

Coi lapilli dell’Etna, per esempio, succede che se una notte d’estate non dormi per il caldo e ti affacci dal balcone, sono meglio dei fuochi d’artificio. Li devi guardare per forza, anche se hai sonno e preferiresti dormire. E allora ti appoggi al parapetto e col silenzio che c’è tutto intorno senti partire dalla pancia del vulcano un rumore di tuono distante. Suscita tanta ammirazione, quel boato che si mischia con le luci, lo spettacolo è stupendo, e meno male che ti sei alzato perché altrimenti te lo saresti perso. Però pensi che adesso è meglio se cerchi riparo, perché i lapilli sono così tanti, e l’Etna li sta spruzzando fuori così forte, che sembra possano arrivare fino a qua e bruciare tutto.

E invece poi succede sempre che i lapilli toccano terra molto vicino al punto da cui sono partiti, e in un attimo si sono già spenti. Al massimo hanno bruciato solo un poco d’erba: giusto quella che stava sotto la sedia di uno che si era alzato per applaudire Buttafuoco. E tu te ne torni a letto chiedendoti com’è possibile che ogni volta tutto quel fuoco alla fine non incendi niente. Ti riprometti di studiare meglio il fenomeno alla prossima eruzione, perché ormai che i lapilli sono tanto belli l’hai capito: adesso ti serve l’analisi geologica, lo studio della composizione mineraria, la chimica degli elementi.  Inizi a sospettare che sia proprio l’uscire fuori dal cratere così caldi a farli diventare pietre inerti tanto in fretta.