Molto a latere di elezioni, ballottaggi, rinnovamenti e rappresentazioni classiche a Siracusa

Secondo me un siracusano, ogni volta che gli s’intreccia qualcosa, dovrebbe andarsi a sedere nel mezzo dell’incrocio di via Costanza Bruno, proprio al centro esatto, il culo sul fulcro geometrico, e vedere se da là riesce, non dico a sbrogliare, ma a capire quali sono le cose che si sono accavallate una sopra l’altra.

Perché alla fine, quando si forma un nodo, l’unica è mettersi seguire le traiettorie da là, da dove s’è addensato il grumo, così se uno ce la fa a librarsi fuori dai suoi chili di troppo e, in mezzo a tutto quel bordello, trovare la pace necessaria per guardare da fuori pure se stesso, allora la prima cosa di cui si accorge è che i siracusani al semaforo di via Costanza Bruno ci invecchiano.

Se un giorno dovesse finalmente verificarsi l’armageddon urbanistico, sola igiene della viabilità, mi batterei perché dove un tempo sorgeva quest’incrocio venisse edificata una clessidra monumentale, a futuro monito. Dentro, ciascuno di noi ci dovrebbe mettere un granello di sabbia per ogni minuto che ha passato in coda, così quando tutti avessimo depositato il nostro pizzico di sabbia, avremmo una stima approssimativa del tempo sprecato.

Perché se uno ci pensa, in via Costanza Bruno scorre un fiume di acque inattingibili. Non è un tempo che ti matura. Non ti rende più saggio, non ti arricchisce di esperienza. È solo un tempo che ti usura le cellule e ti corrode le fibre: passa sopra al corpo come un caterpillar, poi scatta il verde e tu sei tre minuti più vecchio. Tre minuti in cui l’unica cosa che ha continuato a fare il suo corso è la chimica del metabolismo basale.

L’altro giorno ero là, con lo sguardo fisso al vertice della salita Ambra, che da quel punto, col caldo porco che c’è, diventa una specie di miraggio da deserto e s’infiamma proprio sul cocuzzolo, e tutto era una fantasmagoria. Soprattuto noi, nature morte, imitazioni della vita: uno di quei ritratti che per essere eseguiti abbisognano di un modello da torturare per ore. A fare da diga artificiale c’era il semaforo, e poi c’eravamo noi, immersi in questa stagnazione ordinataci da non so quale studente di belle arti, con in più davanti agli occhi il muoversi ondivago di una scena da girone dantesco: di là dall’inferriata verde, nell’area della cosiddetta tomba di Archimede, un tizio che decespugliava. Un dannato.

Più lui decespugliava, più le rocce cespugliavano. Quello ci passava sopra con la lama, e  da sotto spuntavano altri ciuffi. Lui andava per sterminare, e invece la terra  germogliava. Una cosa che faceva venire voglia di dare fuoco all’universo, spargere il sale, e poi ballarci sopra le macumbe. Era impossibile non provare contrizione per quell’uomo in tuta da lavoro. Suscitava un compatimento capace di straziare perfino le nature profondamente ciniche di noi, siracusani in coda a quel semaforo. Cosa si era messo in mente questo Sisifo? Di svuotare il mare con un cucchiaino? Lì, a due passi dal teatro greco, quel metodo e quell’ostinazione tragici. Un pazzo, un infelice. Questo ci sarebbe venuto da dire, se solo non avessimo avuto anche il muscolo crico-aritenoideo sotto paralisi semaforica.

Non che  fosse un lavoro impossibile in sé: gli sterpi della tomba di Archimede sono comunque in numero finito, quindi si possono recidere tutti, è solo questione di tempo e di pazienza. A farlo apparire un gesto insano era via Costanza Bruno. O meglio la congiuntura spazio-temporale che in quel momento la rendeva un buco nero vorticante: il caldo, le lamiere, i motori al minimo e noi, irreali automobilisti e motociclisti estivi cui qualcuno, in un qualunque iperuranio, aveva schiacciato il tasto pausa sul telecomando, riducendoci a mera neurovegetazione. Da decespugliare assieme al resto. Via Costanza Bruno, una bolla. Una di quelle palline che a girarla viene giù la neve: solo che qua – a girarla – venivano giù lo squaro e la disperazione.

L’errore più grave che si sarebbe potuto commettere, sarebbe stato girare la testa a destra e vedere la scena moltiplicarsi riflessa sulle vetrine della Berloni: a quel punto l’idea di essere nient’altro che droni da batteria, doppi eterodiretti, pezzi di ricambio per i nostri gemelli che – in uno di quegli universi paralleli fatti di specchi – se la andavano spassando proprio grazie alla nostra immobilità in questo, avrebbe avuto il sopravvento. Venite fuori da quel negozio di cucine, maledetti siracusani di una siracusa possibile, venitevi a sedere voi su questa sella infuocata, ad aspettare il semaforo, facciamo a cambio, una volta ogni tanto: non è giusto che qua tocchi sempre a noi, e voi di là, in cucina, col condizionatore acceso, a ricevere gli amici e versare gli aperitivi.

Più l’attesa si prolungava, più mi angosciavo in preda al pensiero intollerabile che il prossimo verde sarebbe scattato solo quando quell’uomo avesse finito di decespugliare.

Perché a volte, a uno, a Siracusa, anzi per la precisione a Siracusa, in estate, al semaforo di via Costanza Bruno, gli può capitare di provare questa oppressione di sentirsi vivere mentre non sta vivendo.