Il bar nel parco di Roma

Vi chiederete, con tutti i problemi che abbiamo ti metti a parlare di un bar nel parco? Quello che forse non sapete se non siete di Roma, è che la capitale del nostro paese è anche la città più verde d’Europa. Tra i suoi parchi c’è Villa Pamphili, una volta giardino privato della omonima famiglia, oggi un parco, come diceva una volta qualcuno, di una bellezza struggente, e grande un po’ più della metà di Central Park, per dire.
Da domani quel parco non avrà più il suo bar, per scadenza dell’appalto e perché l’amministrazione comunale non ha provveduto a rifare il bando. Da tre anni. Tre anni. Ora, penserete voi essendo persone sensate, pazienza ci sarà un altro bar. Non è che uno per prendere un caffè deve ogni volta farsi quattro chilometri a piedi, metti che è entrato dalla parte opposta del parco. Invece sì, perché in tutta la villa c’è solo quel bar.

Quando tornai a Roma sei anni fa, con la creatura maggiore che aveva la metà degli anni che ha adesso, il parco era il naturale rifugio domenicale, e non vi so dire la ressa che attorno all’una si creava, con famiglie sconsolate in file assurde per un panino da cinque euro, e con i tavoli che per sedersi bisognava prenotare due anni prima che neanche l’Osteria Francescana.
Ora non ci vuole l’istituto Bruno Leoni per capire che se ci sono migliaia di persone affamate e famiglie con bambini qualcuno potrebbe guadagnarci, e magari vivere, vendendo loro panini e acqua. Come non serve Stiglitz per intuire che se una città ha circa 4000 ettari (quattromila) di verde pubblico è fondamentale che vi siano dei servizi efficienti per renderli fruibili a tutti, e che quei servizi possono persino portare occupazione, crescita, e, udite udite, progresso tecnologico.
Invece nulla, nisba, niet. Non c’è neppure un bar, che è tecnologia del primo ‘900! I servizi di svago – dalle bici alle giostre – sono micro-aziende con zero capitali che combattono con regolamenti allucinanti. Con la mania delle maratone che ci ha colpito tutti come una epidemia di mezza età, se corri a Roma devi stare attento a non cadere in un fosso, neanche un percorso organizzato esiste nella città più verde, più bella, ma anche più disperata d’Europa.

Da domani mentre la Sindaca va all’Opera (non è un cedimento populista, ma una osservazione fattuale) anche quei pochi che riuscivano a comprare un panino a Villa Pamphili resteranno a bocca asciutta, ma soprattutto continua a restare a bocca asciutta una città che ha davanti ai suoi occhi, letteralmente, tutta l’acqua con cui dissetarsi ma invece sceglie di morire di sete.
Continua allora a essere rilevante parlarne anche qui a uso dei non romani perché lo stato della capitale è ormai un problema nazionale gigantesco. Nessun paese può crescere e stare bene se la sua capitale, per di più l’unica grande città in senso proprio, auto-annichilisce le proprie possibilità di crescita, di qualità della vita (che serve anche a crescere), di consapevolezza del proprio ruolo in Italia e (trattandosi di Roma) nel mondo. La capitale ha il dovere di trovare dentro di sé le risorse per riprendersi, anche perché da questo dipende la ripresa di una parte molto grande del paese. E, in questo contesto, un bar che chiude è un altro esempio di una situazione emergenziale che viene trattata come fosse ordinaria e a cui è criminale rispondere con una alzata di spalle.

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