Viva le librerie di quartiere

Ieri a Roma hanno dato fuoco a una libreria di quartiere a Centocelle che si chiama la Pecora Elettrica, chi conosce il quartiere spiega che la motivazione è criminale: una libreria che riempie di socialità quella strada dà fastidio agli spacciatori, allora le si dà fuoco per la seconda volta, dopo che la riapertura era avvenuta grazie a una raccolta fondi nel quartiere.

Però stigmatizzare gli altri non basta. Le librerie di quartiere a Roma sono uno dei presidi più importanti. La mia preferita è la libreria Le Torri, che quando fu aperta da Alessandra Laterza, una piccola imprenditrice oltre che attivista del quartiere, è stata la prima libreria di Tor Bella Monaca. Avrete visto il film Lo chiamavano Jeeg Robot, ecco, quella è Tor Bella. Circa 30mila abitanti e zero librerie, fino a un anno e mezzo fa. Nella libreria Le Torri c’è sempre qualcosa, una presentazione, un pomeriggio per bambini, una raccolta di giochi per chi non può averne, eccetera. Ma questa non è una esclusiva delle Torri, per quanto particolarmente importante possa essere in un quartiere così difficile.

Parlando solo di quelle in cui sono stato recentemente, c’è appunto la Pecora Elettrica a Centocelle, c’è Todo Modo a Villa Gordiani, dove si può anche mangiare qualcosa. C’è la libreria Eli al più borghese quartiere Trieste, dove si conoscono anche i vini e c’è spesso musica. C’è il nuovo Palazzo Merulana all’Esquilino, che non è una libreria ma un museo che però svolge una simile funzione: punto di riferimento per il quartiere, luogo di discussione, di convivialità, e soprattutto di incontro.

Oggi a Roma una delle disuguaglianze più marcate, come spiega il bellissimo recente libro Le Mappe della Disuguaglianza di Leto, Monni e Tomassi (Donzelli), è quella tra quartieri senza più luoghi di incontro, e quartieri (una minoranza) che un po’ per caso, per conformazione urbanistica, li hanno mantenuti. E la solitudine, l’isolamento, come racconta bene il film Jeeg Robot, è la molla fondamentale non solo dei grandi disagi, ma delle piccole rabbie, dei rancori, e anche della mancanza di opportunità e di crescita.
E allora la verità è che queste librerie, musei, o anche palestre di quartiere, come la Rock It di via Prenestina dove ci sono pareti di arrampicata e un bar, sono completamente lasciate sole a svolgere invece una fondamentale funzione pubblica.

«Bisogna lasciare tutto al mercato, se c’è domanda sufficiente fioriranno le librerie» dirà qualcuno. Ma è una grande falsità, perché se l’avversario è Amazon, che tra l’altro paga delle tasse reali infime mentre ognuno di questi locali è gravato da una tassazione e una burocrazia allucinante, non è mercato è Davide contro Golia. E allora, invece lasciare tutto al coraggio degli altri, bisogna dare una mano a Davide.
Ad esempio, riducendo drasticamente tasse e obbligazioni per chi svolge attività che vadano oltre la semplice pratica di vendita. Ad esempio, facilitando tutte le norme urbanistiche comunali per i locali di prossimità. Ad esempio, rendendo facili le federazioni di locali ad attività mista in una città, come le librerie o i musei di quartiere, per rendere possibile qualche economia di scala: ma se un comune non fa questo, non favorisce la qualità della vita nei quartieri della propria città, cosa altro deve fare?

Invece ognuna di queste realtà fa una fatica di Sisifo in un ambiente economico e soprattutto regolatorio profondamente ostile. Mentre il mercato fallisce miseramente nell’offrire servizi ai cittadini ad un prezzo accessibile, le autorità locali non fanno il minimo del loro dovere che non significa aprire librerie comunali, per carità, ma dare una mano vera a chi lo fa, rendendo meno improbo e eroico il loro sforzo. C’è anche un nome per politiche del genere: sussidiarietà.

Come per la questione ambientale, anche quella delle disuguaglianze territoriali può affrontarsi e risolversi solo con politiche intelligenti e lungimiranti. Ma allo stesso modo ognuno di noi può comportarsi in modo più vicino al mondo che desidera. Per esempio, io compro libri solo alla libreria di Alessandra Laterza (o a volte in altre librerie indipendenti) e combatto quell’istinto senza senso per cui se mi veniva in mente un libro lo ordinavo subito, mi arrivava dopo 24 ore, e poi finiva nella pila di libri in attesa. Ora, per esempio, nella mia lista dei desideri ci sono l’ultimo romanzo di Edoardo Nesi che è uno scrittore che adoro, l’ultimo saggio di Branko Milanovic sul capitalismo lasciato solo, e un libro di cui sono venuto a conoscenza da poco, del 1976, di Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, una microstoria di un mugnaio friulano. Tra poco mando un WhatsApp ad Alessandra per ordinarli, e tra qualche giorno li passo a prendere. Fate anche voi così.

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