Non è stato Berlusconi

C’è un tema ricorrente nelle discussioni sul berlusconismo che viene, a mio parere, costantemente affrontato a sproposito, ed è quello della leadership. Si attribuisce a Berlusconi la responsabilità di aver creato un nuovo modello politico fondato sulla supremazia del capo, modello che avrebbe fatto scuola anche a sinistra, nella versione democratica di Veltroni, in quella romantica di Vendola, o in quella populista di Di Pietro. L’argomentare di solito prosegue sostenendo la necessità di una politica meno leaderistica come presunto antidoto alle radici del berlusconismo.

In realtà, questo ragionamento inverte il senso del processo causale, perché gli manca l’elemento fondamentale necessario a qualsiasi analisi politica significativa: il paragone con altri paesi con simile livello di sviluppo e democrazia. Negli ultimi vent’anni, le figure dei leader hanno tutte aumentato in prominenza: sia negli stati dove i modelli elettorali li hanno favoriti, sia negli Stati più proporzionalisti come la Spagna. Una ragione ha a che fare con l’accresciuto ruolo dei capi di stato e di governo nella gestione dell’economia globalizzata, e dell’Unione europea. I leader sono più importanti, dunque spiccano in maniera ancora maggiore.

La seconda ragione, invece, è una profonda questione democratica che sfugge ai cultori dell’antica età dell’oro (mai esistita, come tutte le età dell’oro) in cui i partiti guidavano la società con saggezza e fermezza ideale. Nella società contemporanea, la sintesi rappresentata dalle parole e dalla persona del leader, consente di trasmettere una enorme quantità di informazioni agli elettori in modo unitario. Nessun elettore è ragionevolmente in grado di comprendere l’insieme delle politiche che è necessario approvare nel corso di una legislatura e che hanno bisogno di sofisticate conoscenze specialistiche.

In una società più arretrata, dove i tassi di scolarizzazione erano più bassi, e il mercato del lavoro diviso in arti e mestieri compartimentati, questa necessità di sintesi era minore, sia perché relativamente più semplice l’insieme di politiche da affrontare, sia perché i pochi corpi intermedi orientavano le opinioni tramite i loro vertici. Con l’avvento di una società più avanzata, complessa e, in media, più colta, è aumentata anche la consapevolezza degli elettori di non poter comprendere a fondo ogni tema, e dunque la necessità di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni su chi dovrà prendere le decisioni che li riguardano. Perciò una leadership chiara e forte è diventata un attributo fondamentale del governo democratico in tutto il mondo, per aumentare il controllo popolare nei confronti di chi detiene il potere pro tempore.

È appunto un fenomeno politico che segue un cambiamento economico e sociale, come tra l’altro avviene nella maggior parte dei casi. Dunque, la capacità di leadership di Berlusconi è stata una delle cause del suo successo, e non un prodotto del suo successo. Viceversa, la fragilità dei leader che gli si sono opposti, che non sono mai davvero riusciti ad esercitare una funzione che andasse oltre la mediazione dentro un gruppo più ampio di persone, è stato il sintomo, e non la causa, dell’assenza di una sintesi politica condivisa, che fosse organicamente alternativa al progetto conservatore del centrodestra.

(una versione più breve è sull’Unità di oggi)

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