“Fundamentals” il programma di Rem Koolhaas per la prossima Biennale Architettura

Per natura ed esperienza diffido almeno un po’ dei comunicati stampa e dei programmi generali presentati per lanciare un grande evento, ma in questo caso la curiosità è d’obbligo, e chi ha lanciato la sfida per la prossima Mostra Internazionale d’Architettura della Biennale di Venezia merita tutta la nostra attenzione, se non altro per quello che ha fatto fino a questo momento.

Alludo a Rem Koolhaas, il curatore nominato poche settimane fa dal CdA della Biennale, e al lancio del tema generale che marchierà la prossima 14a edizione per l’architettura.

Con una fretta inusuale per i tempi veneziani l’architetto olandese ha già presentato il titolo e il contenuto base della mostra, probabilmente perché Koolhaas è perfettamente consapevole dell’importanza che proprio il tempo a disposizione avrà per rendere questa edizione più decisiva e memorabile delle precedenti. Tra l’altro sarà la prima volta che l’edizione dedicata all’architettura avrà la stessa lunghezza (giugno-novembre) di quella dedicata all’arte.

La mostra s’intitolerà Fundamentals, e “sarà una biennale sull’architettura, non sugli architetti. Dopo diverse biennali dedicate alla celebrazione del contemporaneo, Fundamentals si concentrerà sulla storia – sugli inevitabili elementi di tutta l’architettura utilizzati da ogni architetto, in ogni tempo e in ogni luogo (la porta, il pavimento, il soffitto, etc.) e sull’evoluzione delle architetture nazionali negli ultimi 100 anni.”

Già dalle prime righe del Comunicato stampa liberato da Koolhaas si possono registrare tre elementi rilevanti: la scelta di puntare su di una riflessione universale che riparta dai fondamenti, indifferente alle sirene dell’iper-contemporaneità e del consumo immediato del “what’s new”; la scelta di un arco temporale a dir poco ambizioso come la rilettura degli ultimi 100 anni di architettura moderna; la volontà di riflettere sui caratteri “nazionali” dell’architettura.

L’architetto olandese ha sempre dimostrato una straordinaria abilità nell’intuire con largo anticipo le vibrazioni nell’aria, le inquietudini di un tempo in instabile e in crisi, portando ogni volta riflessioni, soluzioni possibili e loghi che avessero la sorprendente capacità di sintetizzare e colpire. E’ poi inequivocabile registrare in questi ultimi anni una profonda crisi della cultura architettonica internazionale, sia in termini di opere che di pensieri capaci di smuoverci da questo fastidioso pantano che è la situazione attuale.

Decidere, quindi, di ritornare ai Fondamentali, a tutti quei caratteri primari e resistenti che hanno fatto la storia e la forma dello spazio che noi quotidianamente abitiamo e costruiamo, credo sia una delle scelte migliori e più opportune, se non altro per spostare il centro dell’architettura da una dimensione inutilmente stilistica, a una sua funzione civica e politica all’interno della realtà.

Altro discorso riguarda invece la cornice storica in cui Koolhaas vuole inserire questa narrazione: 1914-2014, ovvero, dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, considerata “l’inizio della globalizzazione moderna”, fino ad oggi.

Ed è curioso che proprio l’architetto olandese, uno dei teorici più aggressivi della Junk architecture, e uno dei progettisti che più ha contribuito con le sue opere al carattere globalizzante dell’architettura d’oggi, sollevi il tema delle architetture nazionali, lanciando per la mostra generale e per i diversi padiglioni nazionali il filo d’Arianna di Absorbing modernity ovvero “il processo di annullamento delle caratteristiche nazionali a favore dell’adozione su scala quasi universale di un singolo linguaggio moderno all’interno di un singolo repertorio di tipologie.”

E ancora tutta questa situazione è vista da Koolhaas come “un processo più complesso di quanto solitamente riconosciuto, poiché coinvolge significativi incontri tra culture, invenzioni tecniche e modalità impercettibili di restare “nazionali”. In un’epoca di universale utilizzo di google research e al tempo stesso di appiattimento dalla memoria culturale, è essenziale per il futuro dell’architettura far riemergere e mostrare questi racconti.”

Insomma questa sollecitazione e provocazione lanciata da Koolhaas potrebbe dare la stura a molteplici interpretazioni che passeranno da una sterile difesa dei caratteri nazionali di una modernità sepolta ormai da una situazione attuale molto più densa e complessa, alla riscoperta di elementi identitari più sottili e stimolanti per il prossimo futuro.

Parlare poi oggi di nazioni, in un momento di crollo strutturale di quei caratteri nazionali fondati a partire dal XVII secolo, e con una ridefinizione in corso d’opera di quella complessa relazione tra interessi locali, potere finanziario globale, flusso delle informazioni pervasivo, e caratteri sociali “originali” messi in radicale discussione, appare a dir poco problematico, soprattutto per un autore che ha fatto della globalità uno dei suoi caratteri più forti e aggressivi.

Resta il fatto che aprire il vaso di Pandora delle identità e dei caratteri risulti oggi ancora molto scivoloso, e la volontà di riportare al centro uno dei grandi temi irrisolti del Novecento, ovvero quello del rapporto tra una idea di modernità universale e globalizzante e i caratteri dei luoghi e delle lingue locali, potrebbe essere una modalità molto importante e strategica per superare il secolo appena passato, e, magari, lasciarlo definitivamente alle nostre spalle.

E pochi personaggi hanno oggi la lucidità e la centralità culturale per lanciare una sfida come questa, e sicuramente Koolhaas è uno di questi.

Attraverso i suoi libri  e ricerche più noti l’architetto olandese ha cercato ossessivamente le radici della Modernità, come nel suo primo libro “Delirious New York” in cui tracciò una potente narrazione sulla nascita della città verticale e moderna per eccellenza, o come quando deformò il famoso Padiglione di Barcellona di Mies van der Rohe in una Triennale di vent’anno fa, e oggi potremmo rileggere le sue ricerche su Lagos e il delta del Fiume Giallo come una riflessione geografica sulla relazione tra permanenze e iper-contemporaneità.

Ma lasciato alle spalle il pedigree dell’autore, la forza e la qualità del tema scelto, le conseguenze che potrà avere le si capiranno solamente il prossimo 7 giugno 2014 quando la mostra aprirà.

Solo dalla scelta dei materiali, dagli autori invitati, dai testi prodotti, dalla capacità di trasformare finalmente e veramente la Biennale in un laboratorio attivo, solo da tutti questi elementi si potrà capire se Fundamentals è stata la grande intuizione di uno straordinario comunicatore, od, oppure, il primo passo per una metamorfosi profonda di cui l’architettura oggi ha un disperato bisogno.

 

 

 

 

Luca Molinari

Luca Molinari, storico e critico d’architettura, vive a Milano ma da qualche anno è professore ad Aversa presso la facoltà di architettura. Cura mostre ed eventi in Italia e fuori (Triennale Milano, Biennale Venezia, FMG Spazio e molto altro). Scrivere per lui è come progettare, e l’architettura è la sua magnifica ossessione. Dirige www.ymag.it sito indipendente di architettura e design