Un “leone” alla direzione della Biennale d’Architettura

Con soprendente e positivo anticipo rispetto alle edizioni precedenti il Consiglio d’Amministrazione della Biennale di Venezia ha nominato Rem Koolhaas nuovo direttore del Settore Architettura con particolare attenzione alla prossima XIV edizione della Mostra Internazionale d’Architettura che si terrà nel 2014.

Si tratta di una doppia, buona notizia, sia per la rilevanza culturale della nomina, che per i tempi adeguati accordati all’architetto olandese che, finalmente e a differenza di molti suoi predecessori, avrà un periodo di riflessione e lavoro adeguato per dare forma a una Biennale che si potrebbe dimostrare importante in una fase così confusa e delicata per l’architettura.

La giusta consegna del “Leone d’oro”alla carriera nel 2010 era stato uno dei momenti più importanti di un lungo corteggiamento che aveva spesso avvicinato la Biennale all’architetto olandese, e già nei primi giorni della 13 Mostra veneziana aperta lo scorso settembre si moltiplicavano le voci e i rumors di un suo definitivo coinvolgimento per l’edizione successiva. Merito, anche questa volta, del presidente Paolo Baratta, che ha avuto la capacità di coinvolgere sempre grandi autori capaci confermare la centralità internazionale della Mostra Internazionale d’Architettura.

Nato nel 1944 in Olanda, fondatore dal 1975 dello studio OMA (Office for Metropolitan Architecture), Rem Koolhaas si può definire senza alcuna ombra di dubbio una delle personalità più influenti e complesse della cultura architettonica mondiale a partire dalla fine degli anni Ottanta, sia per i progetti ideati e realizzati in tutto il mondo, che per una serie di opere teoriche che hanno cambiato decisamente il nostro modo di leggere e guardare all’architettura nel paesaggio metropolitano.

I suoi due libri più noti, “Deliriuos New York” del 1978 e “S,M,L,XL” firmato insieme a Bruce Mau nel 1994, hanno spostato in maniera provocatoria e virale gli assi del dibattito internazionale sull’architettura e il paesaggio urbano globalizzato; mentre “Mutations”, la prima grande mostra da lui curata ad Arc en Reve a Bordeaux nel 1999 rappresentò la prima, importante, riflessione in forma espositiva su come radicalmente stavano cambiando i paesaggi metropolitani su scala mondiale, ponendo un punto di vista visionario e inedito con cui molta pubblicistica e ricerche nel campo dell’architettura e dell’ambiente si sono, in seguito, confrontate.

Rem Koolhaas ha sempre avuto la capacità lucida e spiazzante di porre punti di vista e riflessioni pubbliche rileggendo il ruolo dell’architettura in un contesto globale sempre più aggressivo e costretto a vivere una profonda trafsormazione. Dopo “Mutations” le sue ricerche hanno guardato a Lagos in Nigeria, Hong Kong, al territorio cinese del Pearl River Delta, alla nuova fascia metropolitana arabica, fino a toccare i territori post-sovietici in un mix sofisticato e realistico tra studi urbani innovativi e apertura professionale ai nuovi grandi mercati in espansione in cui OMA ha spesso operato.

Nella recente 13 Biennale d’Architettura Koolhaas spiazzò molti dei suoi fan portando avanti una riflessione sui progettisti “anonimi”, minori che lavorarono per le amministrazioni progressiste europee durante gli anni Sessanta, portando avanti la nozione di “civil servant”, di architettura al servizio della comunità. Si trattò di uno scarto interessante rispetto alle sue ultime uscite pubbliche (in quella precedente del 2010 invece toccò la delicata relazione con la storia, forse anche per promuovere l’altrettanto delicato progetto prodotto per il Fondaco dei Turchi commissionatogli da Benetton e che in seguito suscito tante polemiche in città), ma non è mai mancato un suo intervento che non avesse il potere di suscitare discussione e una riflessione critica innovativa.

Adesso si tratta di attendere la presentazione del tema, che credo arriverà nei prossimi mesi, e tutto quello che questa Mostra potrà generare in una situazione di crisi e ritardo come quella dell’architettura contemporanea.

Voglio solo augurarmi che la scelta importante e coraggiosa del presidente della Biennale Paolo Baratta, sarà ricambiata da altrettanta passione e intensità, vista la notorietà internazionale di Koolhaas e la sua abilità di muoversi su più fronti e la necessità di guardare alla kermesse veneziana come ad un appuntamento capace di cambiare il nostro punto di vista sullo spazio che abitiamo.