Un inglese per la Biennale di Architettura di Venezia

È di queste ore la nomina ufficiale di David Chipperfield a direttore della Tredicesima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia.

La notizia era nell’aria da un paio di mesi, ma la polemica sulla nomina da parte dell’ex ministro Galan di Giulio Malgara al posto di Paolo Baratta come nuovo presidente della Biennale, il ritiro della candidatura di Malgara a seguito della caduta del governo Berlusconi e la riconferma dell’attuale presidente Baratta per un terzo mandato, hanno rallentato, di molto, la nomina dell’architetto inglese, confermando una poco onorevole tradizione che vede i direttori nominati con pochissimi mesi a disposizione per dare forma e vita a quella che si può tranquillamente indicare come la mostra d’architettura più importante del mondo.

La scelta di Baratta cade per la seconda volta di fila su un architetto e non su un curatore o un critico. Nel 2010 venne chiamata la progettista giapponese Kazujo Seijma, e in quell’occasione il presidente della Biennale ricordò il successo e l’originalità del punto di vista dimostrato in una precedente edizione da lui seguita, con la nomina di Massimiliano Fuksas per la Biennale del 2000.

E David Chipperfield sembra seguire, per lavori e personalità, caratteri non molto distanti dall’autrice giapponese per una visione originale e severa nel pensare architettura, per un sofisticato grado di ossessività e di pacata radicalità nel guardare al mondo del progetto in maniera autoreferenziale, per l’attenzione alla qualità dei luoghi e degli spazi creati utilizzando pochissimi materiali e geometrie molto controllate, mentre li distingue chiaramente la struttura organizzativa (1 studio con 25 persone contro 4 con 230) e la dimensione artigianale, molto personale del pensare architettura.

Classe 1953, inglese, moglie spagnola, Chipperfield si forma alla AA di Londra e pratica l’architettura presso gli studi Rogers e Foster, prima di aprire nel 1984 il proprio studio. Da quel momento a oggi Chipperfield dirige una struttura che conta circa 240 progettisti distribuiti in 4 studi tra Londra, Berlino, Milano e Shanghai, con una trentina di cantieri e lavori in corso sparsi tra Europa, USA e Cina.

Dai primi lavori britannici che dimostrano una personalità fuori dal comune e dalle fragili folate stilistiche come il River and Rowing Museum, alla relazione con la moda che lo porta molto presto a lavorare a Tokyo, Chipperfield dimostra subito un atteggiamento interessante che tenta di rallentare il consumo onnivoro di luoghi, linguaggi, architetture, immaginando ogni volta luoghi votati a resistere al tempo e alle mode.

Quella che sembra una lotta donchisciottesca diventa negli anni un modo saggio e maturo di costruire architettura come forma di resistenza civile al consumo disperato di territorio, idee e memorie, cercando di tornare alla rielaborazione di archetipi, forme e geometrie elementari, segni semplici e decisi.

Malgrado l’ampliarsi globale della sua attività, Chipperfield ha avuto la capacità di controllare sempre con forte personalità e intelligenza il proprio lavoro, unendolo a una professionalità tipica dei grandi studi anglosassoni.

Premiato lo scorso anno con il Premio Mies van der Rohe (l’Oscar europeo per l’architettura) per il potentissimo recupero dei Musei sulla Museum Insel a Berlino, Chipperfield ottiene con la nomina veneziana la definitiva consacrazione internazionale.

In Italia Chipperfield ha diversi cantieri in corso d’opera, troppo spesso frustrati dalla lentezza realizzativa come per il Palazzo di Giustizia di Salerno o per l’ampliamento del Cimitero Maggiore di Venezia, ma proprio tra pochi mesi verrà inaugurato a Milano il Museo delle Culture che il progettista inglese vinse con un concorso aggiudicato nel 1999 e terminato solo adesso.

Rimane la grande curiosità della linea culturale e delle parole d’ordine che il progettista inglese lancerà per la prossima Biennale d’Architettura, ma non ci resta che attendere pochi mesi e discuterne insieme.

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