Alla Leopolda

Era la prima volta che partecipavo a un evento politico, non che la cosa mi lasciasse indifferente, ma non c’erano mai state occasioni concrete e quando ho ricevuto l’invito a intervenire ho subito pensato fosse un’occasione interessante.
Non sapevo bene cosa aspettarmi e sinceramente sono abbastanza indifferente alle distinzioni capziose e sterili tra le sottocorrenti dei “giovani” del centro sinistra, ma credo che tutte le occasioni pubbliche in cui si passi dalle lamentele ai progetti siano momenti utili per costruire insieme un futuro che vorrei molto diverso da questo.
Ho una formazione d’architetto e più passa il tempo più mi trovo interessato alle situazioni generose, critiche, che guardano avanti consapevolmente, che progettano, insomma.
Oltre a questo mi sono stancato di leggere passivo il giornale ogni mattina e di provare una crescente, devastante frustrazione per un presente italiano in cui non riesco a riconoscermi e che e’ sempre indifferente alle nostre storie e alle tante, ricche esperienze che potremmo mettere al servizio del nostro Paese per migliorarlo.
E l’idea di Renzi, questo Big-Bang di idee e proposte da tante persone così differenti e con tante storie ricche di passione, diversità, qualità e futuro, mi ha appassionato e insieme incuriosito. Quindi alle otto di sera ero la’, all’ingresso della Stazione Leopolda, intimorito e preso dalla sindrome di Alice nel paese delle Meraviglie. Mi accolgono gentili, sento tanto entusiasmo ed elettricità nell’aria, cosa già strana per l’Italia; mi aggiro tra i tavoli e l’auditorium intrigato dall’osservare tanta gente diversa per età e carattere.

Poi lo show comincia. Il tema/gioco e’ semplice: hai 5 minuti secchi per lanciare un’idea se fossi, per un attimo, Presidente del Consiglio. La sala si riempie progressivamente e si arriva a 2000 persone, l’aria è carica ma anche tranquilla e civile; c’è attesa e tanta attenzione ai ragionamenti lanciati dai tanti attori coinvolti e si parla di politica da riformare, scuole da ripensare, ruolo attivo della donna, impresa leggera, banda larga, off-grid, professione e caste, facilità fare impresa e coinvolgimento dei giovani, arte per tutti e tutela del patrimonio, idee in una sorta di fiume placido ma deciso di tante persone, come me, che vogliono semplicemente portare buone idee, partecipare alla costruzione di un futuro diverso e possibile, nella disperata speranza che per una volta politica abbia il tempo, l’attenzione e l’umilta di aspirare e imparare dalla realtà che sta fuori dai Palazzi.

Si parte alle nove e la prima parte di queste tre giornate si ferma alle undici. La sensazione condivisa e’ quella di un mare ricco che andrebbe letto con calma e sintetizzato per diventare un vero strumento di discussione e progetto, le voci passano, alcune molto stimolanti altre meno per eccesso di specialismo che non riesco a cogliere. Ma va bene così. Poi, a meta’ della serata vengo chiamato sul palco a intervenire. E’ una vita che parlo in pubblico, ma non mi era mai capitato di farlo di fronte a una folla di “non addetti”, e la sensazione era bella, stimolante.
Ecco qua il mio testo da 5 minuti:

“Nessun presidente del consiglio si e’ mai seriamente occupato di architettura , forse per paura dell’ombra odiosa di Mussolini o forse semplicemente per ignoranza; sempre se vogliamo escludere l’attuale Presidente e i suoi arredatori con i loro i vasi di fiori, i falsi tiepolo e le statue greche rivedute e corrette che popolano palazzo Chigi.
Eppure sarebbe fondamentale e strategico che l’architettura tornasse oggi nelle agende politiche nazionali e locali. Non per dettare stili e gusti di regime, non mi interessa e non servirebbe a nessuno.
Ma perché tutti noi viviamo l’architettura e nell’architettura 24 ore su 24.
Noi siamo immersi nello spazio progettato e costruito e questo ci influenza, ci cambia, ci aiuta o ci mette in difficoltà.
Guardate il potere dello spazio quando una vecchia stazione come la Leopolda diventa improvvisamente un laboratorio e una casa aperta a tutti.
Per questo che l’architettura deve tornare ad essere considerata una emergenza e, insieme, una risorsa strategica e sociale.
L’Italia ha insegnato al mondo il senso e l’importanza delle piazze, la qualità urbana diffusa, la misura dell’uomo e l’armonia delle nostre città e dei nostri paesaggi. Ma in questi ultimi anni tutto sembra essere perduto, sommerso da una aberrante fame chimica di cemento di pessima qualità che ha devastato il nostro territorio.
Eppure ancora oggi in Italia non esiste una legge nazionale sull’architettura, che ne decreti il valore e la responsabilità civile e pubblica e che stimoli committenti pubblici e privati a investire in qualità diffusa del progetto urbano e dei luoghi che abitiamo quotidianamente.
Questa sarebbe la mia proposta da Presidente del Consiglio per 5 minuti.
Esiste una frase che io amo molto: “Architettura sostanza di cose sperate”
Sostanza rappresenta la materia, la concretezza, l’idea che il progetto nasce per la realtà.
Sperate perché l’architettura gioca e dà forma ai desideri alle domande e alle esigenze della gente che abiterà la città.
All’Architettura si deve tornare a offrire il coraggio delle visioni gentili e radicali.
L’Italia e’ un laboratorio potenziale nel cuore del mediterraneo unico per dare forma a un modo diverso, sostenibile, umano di paesaggio del nostro futuro.
E quindi dobbiamo:
Riconvertire invece di costruire nuovo
Risanare, rigenerare, riparare il paesaggio invece che consumarlo
Rottamare architetture obsolete e rinaturalizzare
Usare i beni confiscati alle mafie al nord e sud come risorsa e terreno di ricerca e sperimentazione sociale che consenta a tanti bravi, giovani architetti di praticare l’architettura come lavoro e come pratica civile.
Dobbiamo porci queste priorità per non perdere le tante, troppe, intelligenze che stanno lasciando il nostro Paese e per i tanti, troppi, architetti di talento e professionalità che non hanno occasioni di lavoro.
L’unica infrastruttura plausibile dovrà essere la banda larga e l’offerta grid a cui aspirare come risorsa nazionale vitale .
Dobbiamo immaginare luoghi nuovi civili per le nuove comunità di pari in cui spazi sostenibili a misura d’uomo siano immaginati senza consumare nuove risorse.
Abbiamo bisogno di dare forma a un paese civile con architetture e paesaggi che guardino senza malinconia alla storia e con coraggio al futuro davanti a noi. “

Ps. Alla fine ha chiuso, tirato per la giacca, Alessandro Baricco, con un intervento semplice, ma magistrale che consiglio a tutti di cercarsi in streaming.

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