Nei libri di storia

“Questo entrerà nei libri di storia”. Quante volte ce lo siamo detti, guardando alle cose incredibili che sono successe negli ultimi cinque anni? La crisi migratoria, Charlie Hebdo, Brexit, l’ISIS, le vittorie LGBTI, la presidenza Trump, per dirne solo alcune – e per ultimo il Covid-19.

Scrivere manuali di storia è un lavoro molto bello ma spietato: la selezione dei temi è durissima, e c’è bisogno di condensare questioni complesse in una frase o poco più. Di tutto quello che abbiamo visto negli ultimi anni – comprese alcune delle cose più incredibili – nei manuali di storia finirà in realtà assai poco. Si salverà quello che si mostrerà in grado di esercitare un cambiamento duraturo e su vasta scala: per dire, le dimissioni di un papa di per sé sono un avvenimento molto curioso, ma non hanno cambiato il nostro mondo. Edizione dopo edizione, pure gli attentati islamisti dell’ultimo ventennio in Occidente stanno perdendo spazio nei manuali di storia, e persino l’11 settembre finisce piano piano per essere ingoiato in capitoli incentrati su altro.

Per entrare nei libri di storia e rimanerci, non basta che un evento scuota l’opinione pubblica, in modo anche profondo. Le vittorie ai mondiali di calcio accadono di rado e travolgono di emozioni milioni di persone, ma non finiscono nei manuali, così come non ci entrano le vicende più turpi di cronaca nera, che possono colpire l’immaginario ma non producono alcun cambiamento di peso nella politica, nell’economia o nella società. Quello sarà materiale buono per le memorie personali o magari per la letteratura, non per i manuali di storia.

Scoppiata la pandemia di quest’anno, gli editori hanno realizzato che l’influenza spagnola del 1918-19 era nel migliore dei casi citata di sfuggita nei libri di storia, e sono corsi ai ripari. Ma in fondo era giusto che fosse così: per quanto vasto il contagio, l’impatto della spagnola finì per scivolare sullo sfondo in mezzo al ben più vasto tumulto del primo dopoguerra.

Se dovessimo scommettere sulle quattro cose del nostro tempo che sicuramente resteranno nei libri di storia, citerei la crisi climatica, la rivoluzione digitale, l’ascesa della Cina e il boom demografico in Africa. Mentre parlavamo d’altro, negli ultimi vent’anni oltre un miliardo di persone sono uscite dalla povertà, e alla fine di questo secolo l’Africa avrà triplicato i suoi abitanti: è difficile non immaginare conseguenze dirompenti. Ma se invece dovessimo limitare la scommessa a una sola cosa destinata a rimanere nei libri di storia, punterei tutto sulla rivoluzione digitale.

I manuali di storia prevedono sempre uno o due capitoli conclusivi dedicati al “mondo attuale”. È sorprendente quanta fatica faccia ancora la rivoluzione digitale a entrare in quei capitoli, se non di passaggio. Il paradosso è che alcuni tra i più recenti libri di storia magari si ricordano della cibernetica e della telematica negli anni Ottanta, ma poi tacciono sugli smartphone, sui social network, sullo sconvolgimento dell’informazione e dei consumi, e su tutto quello che li accompagna. D’altra parte non va molto meglio coi manuali di geografia o di educazione civica, che tendono a relegare i temi digitali nella casella angusta del cyberbullismo e della lotta contro le fake news.

Per lungo tempo, nel raccontare la storia l’abbiamo generalmente presentata come un campo dominato dagli occidentali, dalle guerre, dalla politica e dall’economia; ancora oggi quelle sono le categorie che guidano la maggior parte dei libri di storia. Forse uno dei motivi per cui facciamo fatica a fare i conti con la rivoluzione digitale è che impone di andare oltre le categorie tradizionali con cui guardiamo alla storia – e lo stesso richiedono di fare la crisi climatica, l’ascesa della Cina e il cambiamento dell’Africa. Sia tra gli storici di professione sia tra i divulgatori, la tecnologia, l’ambiente e i Paesi extraeuropei fino a oggi erano perlopiù temi di nicchia, riservati agli appassionati: una certa fatica a riconoscere la loro centralità deriva anche da una genuina mancanza di familiarità con questi mondi.

Per molti di noi, il COVID-19 è stato il primo evento storico a entrare improvvisamente e pesantemente nelle nostre vite, cambiando per molti mesi la nostra stessa quotidianità. Ma se tutto quello che la pandemia dovesse lasciarsi dietro – oltre alle vittime – fosse solo il ricordo del confinamento, delle mascherine e delle videochiamate, scivolerebbe presto in una sezione marginale dei libri di storia. Sospetto che la via attraverso cui il COVID-19 potrà invece mantenere un posto di rilievo nei manuali di storia futuri, sarà proprio il suo legame con la rivoluzione digitale. La pandemia potrebbe finire per essere ricordata non tanto per la sua dimensione sanitaria, quanto per aver accelerato i cambiamenti duraturi prodotti da internet nel mondo del lavoro e della formazione.