190 milioni di persone invisibili

Quasi il 40 per cento dei cittadini europei non ha mai messo piede in un nessuno stato dell’Unione europea diverso dal proprio. In alcuni dei maggiori paesi del continente, compresa l’Italia, la percentuale supera il 50 per cento della popolazione.

Si tratta di circa 190 milioni di persone, che rimangono di fatto escluse dall’onnipresente retorica europea sulla libera circolazione dei cittadini attraverso i vecchi confini nazionali, e dalle politiche che la accompagnano. Cosa potrà mai interessare a queste persone dell’Erasmus o della fine del roaming? Come potranno percepire la praticità della moneta unica e dell’abolizione dei controlli alle frontiere? Eppure è su questi obiettivi e sul loro conseguimento che l’Unione europea fonda da decenni buona parte della sua narrazione e dei suoi tentativi di “avvicinarsi ai cittadini”.

In realtà, molte politiche europee e il discorso stesso che le circonda lasciano presumibilmente indifferenti un numero altissimo di persone all’interno dell’Unione. Si limitano a coinvolgere quel 34 per cento di cittadini “integrati” che viaggiano da un paese all’altro dell’Ue almeno una volta all’anno – una sorta di élite, peraltro concentrata quasi solo nell’Europa occidentale.

Le altre sono persone a cui le istituzioni europee sembrano rivolgere minore attenzione. Tendono a inquadrarle come destinatarie di politiche di sviluppo locale e contrasto all’esclusione – finendo per relegarle a un ruolo piuttosto subalterno, e non per trattarle da cittadini europei a pieno titolo, altrettanto degni di rientrare nella narrazione europea quanto i loro connazionali più propensi a spostarsi e curiosare all’estero. C’è quindi poi poco da stupirsi se quelle persone sentono l’Unione europea come qualcosa di estraneo e lontano, che non li capisce e di cui diffidare.

Ma perché così tante persone si spostano così poco attraverso i confini europei? È chiaro che vivere in un paese molto grande o piuttosto isolato può scoraggiare le visite all’estero: la geografia conta, ma non basta a spiegare la riluttanza a spostarsi. Per un ungherese, ad esempio, sarebbe facile recarsi in un altro stato dell’Ue – ma l’hanno fatto molte meno persone di quelle che ci si potrebbe aspettare. Né bastano i fattori economici a spiegare questa riluttanza, visti i costi ormai molto ridotti degli spostamenti all’interno dell’Europa.

C’è di sicuro un fattore culturale e generazionale che scoraggia gli spostamenti oltreconfine. Tra i giovani in effetti la mobilità sta aumentando lentamente, ma non in tutti paesi. Per dire, nel 2016 solo l’1 per cento dei giovani rumeni al di sotto dei 24 anni ha trascorso almeno una notte di vacanza all’estero: più o meno la stessa percentuale dei loro nonni.

Su proposta del capogruppo popolare al Parlamento europeo Manfred Weber, l’Unione europea quest’anno ha lanciato il progetto DiscoverEU, che dovrebbe servire proprio a incoraggiare nei giovani un minimo di conoscenza diretta degli altri paesi europei, offrendo ai diciottenni un biglietto Interrail con cui viaggiare liberamente all’estero (la scadenza per fare domanda è il 26 giugno). Visto il quadro generale, è un’iniziativa più importante e preziosa di quanto non si tenda a credere.

Eppure anche questa iniziativa tende a privilegiare la minoranza di giovani che già di suo è propensa a visitare i paesi stranieri, dato che i criteri di assegnazione dei biglietti disponibili guardano al grado di familiarità dei candidati con l’UE. Ma soprattutto, la quota di biglietti disponibile per ciascun paese è proporzionale alla sua popolazione: così al Belgio spetta lo stesso numero di biglietti della Grecia, anche se stando ai dati è 15 volte più probabile che i giovani belgi all’estero ci vadano comunque per conto loro rispetto ai loro coetanei greci.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato dallo European Data Journalism Network ed è rilasciato con licenza Creative Commons CC BY 4.0. 


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