Le cinque vite di Veronica

9 luglio – Santa Veronica Giuliani (1660-1727), mistica anoressica, autobiografa compulsiva.

Un giorno il demonio entrò nella cella di Veronica; entrò in forma di Maestra delle Novizie, ma appena la vide nella penombra Veronica intuì che qualcosa non andava. La falsa Maestra si mise subito a parlare, Veronica riusciva a malapena a sentirla. C’è qualcuno che mormora, dicono che hai fatto perdere la testa al confessore, è un’accusa molto grave. Ma sta’ tranquilla, quel sacerdote non metterà più piede in questo convento.

Il monastero delle cappuccine di Città di Castello.

– Sono tutte calunnie, risponde Veronica: e non sia mai che il confessore abbia da soffrire per causa mia. Sono pronta ad andare dal vescovo a difendere la mia e la sua innocenza.

– Ma che vescovo e vescovo, risponde il demonio, io sono la tua Maestra e ti ordino di stare zitta, la questione è chiusa.

Appena possibile, Veronica ne parla col confessore, che ne rimane molto turbato.

– Chi sono le malelingue che mettono in giro simili infamie? Fatti dare una lista dalla tua Maestra.

– Padre, non posso: ho promesso che non ne avrei parlato a nessuno.

Il confessore abbozza e se ne va. Qualche tempo dopo arriva la maestra a spiegare a Veronica cos’era successo, ovvero nulla. Non c’era mai stato nessun pettegolezzo.

– Ma sorella, era stata proprio lei a entrare in questa cella e dirmi…

– Non ero io: non sono mai entrato nella tua cella. Quello che hai visto era un demonio.

– Un demonio?

– Sai quante volte capita. Magari è lo stesso che prende le tue forme e s’ingozza in cucina davanti alle tue consorelle mentre tu sei nell’oratorio a digiunare. Un demonio mutaforma.

– Questo in effetti spiegherebbe tante cose.

– Tutto. Il demonio spiega tutto.

– Dovrei parlarne col mio padre confessore?

– Ah, ecco, quello sarà davvero trasferito, te ne procureremo un altro.

– Ma non è stato trasferito per i pettegolezzi, vero?

– Quali pettegolezzi? Non c’è mai stato nessun pettegolezzo. È stato il demonio, ti ho detto. Il demonio.

La cosa migliore di scrivere sui Santi è che tornano tutti gli anni, nell’ordine prestabilito. Sai sempre quando arriveranno, il che non significa che riuscirai a essere puntuale all’appuntamento, anzi. Ci sono santi che manchi regolarmente dal 2011. Ma non importa, tanto loro tornano anche l’anno prossimo: sempre in fila, come i solchi di un disco. Io invece da un anno all’altro divento una persona diversa, e il santo che nel 2013 mi stava simpatico nel 2016 mi accorgo di non riuscirlo più a sopportare. Poi ci sono quei santi che rimando ogni volta, perché ancora non ho capito quel che vogliono dirmi, se possono dirmi qualcosa.

Di solito questo è il momento dell’anno in cui comincio a pensare che mi piacerebbe scrivere un pezzo su Santa Veronica Giuliani; sulla sua matta infanzia, sulla sua drammatica anoressia, sulla sua torrenziale autobiografia. E ogni anno mi rispondo che bisognerebbe però fare le cose sul serio, insomma studiarla davvero, Santa Veronica, ma come si fa? Ha scritto ventiduemila pagine di autobiografia – un dato che probabilmente viene usato per spaventare il lettore occasionale, cioè non ha senso contare le pagine manoscritte, magari la santa aveva una calligrafia molto ampia: l’edizione integrale a stampa consta comunque di dieci volumi.

Questo è un comodo compendio in 480 PAGINE.

Ci vorrebbe una vita per studiare la vita di Veronica Giuliani: io non ce l’ho, e mi bastano le venti fulminanti pagine di Rudolph M. Bell (1985), per trovarmi a disagio. Su molti santi è così facile scherzare, quello che ci resta è una leggenda di una paginetta, una sagoma di cartone che si presta anche alla farsa. Ma di Veronica sappiamo troppo. Che la madre non la allattava al venerdì; che sin dall’inizio interpretava i suoi disturbi alimentari come prove di santità; che crebbe in una famiglia dove si leggevano soltanto storie di santi, la minore di tre sorelle che aspiravano tutte al chiostro, a cui rubava il flagello per frustarsi un po’ nell’intimità; che alla morte della madre, il padre si trovò rapidamente una compagna e cedette abbastanza presto alla richiesta di Veronica di farsi suora. Una vita da reclusa per la quale, lo si capisce da fin troppi elementi, la ragazzina non era portata, e alla quale reagì smettendo di mangiare e vivendo esperienze allucinate che attirarono su di lei i sospetti dell’Inquisizione. Disturbo dell’attenzione, complesso di Edipo, repressione sessuale, impulsi sadomasochistici, confessori sadici, anoressia e bulimia, nella sua vita c’è di tutto e ce n’è in abbondanza. Eppure quello che anno dopo anno mi attira sempre di più a Veronica è un altro aspetto della sua esistenza lunga e complicata: il fatto che la passò a raccontarla. A molti personaggi più e meno importanti capita di scrivere un’autobiografia: è già molto più raro il caso di qualcuno che ne scriva due (il primo che mi viene in mente è Leonard Nimoy). Veronica Giuliani ne scrisse cinque.

La prima autobiografia (1975) si chiamava “I Am Not Spock”, la seconda, vent’anni dopo, “I Am Spock”.

Non è che ci avesse preso gusto, anzi lei sosteneva di scrivere con gran fatica: ma i confessori ci tenevano, Veronica ne ebbe diversi e almeno quattro si fecero rilasciare ampi resoconti della sua vita (uno ne volle due, il primo non gli piaceva). Non era una misura terapeutica, anche se secondo Bell fu decisiva a guarirla: ai confessori la salute di Veronica premeva meno della sua ortodossia e leggendo i suoi resoconti volevano semplicemente capire se la monaca era ispirata da Dio o invasata da un demonio. Nessuno giunse a una risposta definitiva, e la stessa Veronica rimase nel dubbio per tutta la vita.

Spesso dietro una santa di successo c’è un confessore che a un certo punto decide di investire la sua credibilità su di lei: è il caso di Raimondo da Capua per Caterina da Siena e di Arnaldo per Angela di Foligno. Veronica fu più sfortunata, o forse era nata in un momento più difficile: un confessore del genere non lo trovò mai. Il destino la mandò a sbattere contro tizi a volte meno equilibrati di lei, che la misero nei guai alimentando pettegolezzi da convento, o abusarono della loro posizione e dell’arrendevolezza con cui Veronica si abbandonava a loro. Ce ne fu uno che le ordinò di lustrare una cella con la lingua, e poi si arrabbiò perché durante il servizio Veronica aveva inghiottito un ragno: ehi, non esageriamo, i ragni fanno male. Forse non fu nemmeno questa gran sfortuna, visto che Veronica, a differenza di tante sante autodistruttive che aveva cercato di imitare, riuscì a superare ben quattro episodi di anoressia e invecchiare con serenità. A un certo punto fu eletta addirittura Madre Badessa, lei ex novizia terribile e ripetente, e divenne a quanto pare una leader autorevole e amorevole, che metteva in guardia le consorelle dagli slanci mistici e dai digiuni estremi, insomma da tutto quello che aveva combinato da ragazza terribile.

Col linguaggio di oggi diremmo che Veronica guarì – anche se continuò ad avere esperienze mistiche e a medicarsi le stimmate. Non sappiamo esattamente cosa la fece guarire: siamo abbastanza sicuri che non furono i confessori. Bell è convinto che la scrittura possa averla aiutata, e io sono fin troppo felice di dargli ragione. La sua quintupla biografia è un trattato di mistica che contiene una ricerca del tempo perduto, che contiene il romanzo di una donna murata viva, che contiene chissà quanti altri strati, una specie di cipolla. Eppure Veronica insiste che scrivere non le piaceva; era solo un’altra forma di penitenza, forse meno grave di pulire i pavimenti con la lingua: ma non doveva essere semplice tornare ogni volta sulla propria infanzia capricciosa, sui pruriti infidi della preadolescenza, sulle frustrazioni della sua giovinezza di reclusa.

Costretta a riscriversi all’infinito, Veronica difficilmente aveva la possibilità di rileggersi: ogni resoconto finiva nel cassetto di un confessore diverso, e a lei toccava ricominciare da capo. Il risultato è che di certi episodi della sua infanzia abbiamo quattro o cinque versioni diverse. L’episodio rimane più o meno lo stesso, ad esempio quella volta che a tre anni volle cimentarsi con la santità toccando davanti a tutti un carbone ardente. Ma la Veronica di trent’anni lo racconta in un modo diverso di quella di quarant’anni, mentre quella di sessanta ormai ammette di non ricordarselo quasi più. L’episodio assume ogni volta un significato diverso e ci domandiamo quale Veronica lo stia ricordando meglio, quando in realtà stiamo soltanto cercando la versione che ci piace di più, quella che si concilia meglio col nostro racconto. Come se il passato esistesse davvero e non assomigliasse più alle memorie di Veronica, che all’inizio si ricordava qualcosa e verso la fine ricordava soltanto sé stessa ricordarsi.

Ogni epoca pretende qualcosa di diverso da Veronica: i suoi contemporanei ragionavano in termini di angeli e di demoni, Bell parla di malattia e di guarigione, chissà cosa ci troveranno nelle stesse pagine di Veronica tra cento, duecento anni. Una volte ho letto da qualche parte che il nostro corpo si rinnova completamente più o meno ogni sette anni. O forse l’ho sentito su Quark, e non ho mai avuto voglia di ricontrollare: è una nozione troppo bella per metterla in discussione. Persino le molecole del midollo delle mie ossa, persino loro nel giro di sette anni si rigenerano e muoiono, non so come facciano, ma insomma tra me e il me stesso che cominciò a scrivere di santi ormai sette anni fa non c’è quasi più una cellula in comune. Siamo due persone diverse che condividono però gli stessi ricordi. Ecco, appunto, questo è l’aspetto più curioso: come faccio a condividere gli stessi ricordi con quel cadavere, se il mio cervello nel frattempo si è rigenerato completamente? Probabilmente c’è una parte della mia memoria fissa che passa il tempo a fare back-up, a raccontare le vecchie storie alle cellule nuove. Proprio come Veronica Giuliani, anche quando credo di ricordare la mia infanzia io in realtà sto ricordando me stesso già adulto che ricorda sé stesso ragazzino che se la ricorda. Questo significa tante cose: la più rassicurante è che non dovrei preoccuparmi più di tanto di morire, visto che succederà auspicabilmente a un tizio più vecchio di me: io in realtà muoio un po’ tutti i giorni ma rinasco anche; una parte non piccola della polvere che si deposita nel dyson sono le mie cellule morte, ricordi inclusi. Ma ciò significa anche che il mio passato è un’invenzione: che posso averlo modificato a piacere e anzi sono sicuro di averlo fatto, diverse volte, cambiando dei dettagli che non piacevano, e smettendo di raccontarmi delle cose che erano troppo difficili da sopportare.

Come faccio a sapere tutto questo? Perché oltre a ricordarmi, io ho questo difetto che scrivo, come Veronica Giuliani: e a differenza di Veronica nessun inquisitore mi impedisce di rileggermi, e scoprire che tutto quello che mi ricordo è sbagliato. L’autore della mia prima autobiografia di vent’anni è una persona che mi è quasi estranea, come può essere estraneo un figlio che si abbandona da piccolo in un convento. Mi dà anche un po’ fastidio sentirlo parlare, non lo frequento volentieri, un giorno o l’altro lo rinchiuderò di nuovo nel cassetto di qualche armadio in soffitta, finché nessuno si ricorderà più di lui. Eppure il passato ogni tanto sembra tornare così vicino, come le stagioni e le feste dei santi sui calendari: ma è un’illusione. Il solco del disco non torna su sé stesso, ma si avvita a spirale. Le cinque vite di Veronica mi danno l’idea che le persone crescano come cipolle, strato su strato: oppure crescere è come perdere uno strato alla volta, finché non rimane solo il cuore, ma anche il cuore non è che l’ultima buccia, e quando finisce non c’è più nessuno a provarne rimpianto o a soffrire per i ricordi perduti; non c’è più dolore, non c’è più niente.

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