L’uomo che non sapeva tutto, anzi

L’uomo che non sapeva tutto (anzi) – So quanto possa essere fastidioso passare sui social network ed essere investiti dall’espressione collettiva di un cordoglio troppo automatico per sembrare sincero – e però, oltre a rassegnarci (le persone famose continueranno a morire e noi continueremo a parlarne su Facebook) magari potremmo anche riflettere su quanto sia affascinante, questa cosa dell’elaborazione mediatica del lutto. Non merita di essere studiata?

Famiglia Cristiana, 20 febbraio

Eco senz’altro ci direbbe di sì: tutto merita di essere studiato. Anche se forse ce lo direbbe con quel mezzo sorriso d’ordinanza, come dire: andate pure avanti voi. Perché il fatto che tutto fosse degno d’interesse non significa che Eco si interessasse proprio di tutto (come è stato notato, era abbastanza indifferente alle discipline scientifiche). Per questo è abbastanza ingiusto il fatto che stia prendendo piede il mito di Umberto Eco come “l’uomo che sapeva tutto”, ratificato anche da Fazio in tv. È un epitaffio che dice molto più sulla nostra superficialità, sul nostro disperato bisogno di eroi, vecchi saggi e uomini-enciclopedia, che non su Umberto Eco: il quale di certo non sapeva tutto, e non è che facesse poi molto per suggerire questa impressione. A parte farsi fotografare sullo sfondo di scaffali affollatissimi di volumi  ma anche in quel caso, la sua famosa risposta-tipo alla domanda stupida: “li ha letti tutti?” è molto significativa: “no, sono quelli che debbo leggere entro il mese prossimo”. La biblioteca ideale è quella dei libri che devi ancora leggere (la risposta originale era molto più cruda: “Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?“)

Se vi è capitato di frequentare un tipico erudito, e di notare come passi il tempo a (1) parlare delle cose che sa; (2) spiegare come le cose che non sa non siano importanti, e senz’altro indegne del suo prezioso tempo… ecco, ci terrei a ricordare che Umberto Eco era l’esatto contrario. Era curioso: non di tutto, ma di tantissime cose; ed era sempre disposto a impararne di nuove, persino dal primo studente che incontrava sul suo cammino. Troverete nei suoi scritti e discorsi confessioni disarmanti: per esempio ieri sera mi sono imbattuto nella sbobinatura di una conferenza sull’Esperanto in cui spiegava di averne studiato la grammatica soltanto pochi mesi prima, mentre lavorava alla Ricerca di una lingua perfetta nella cultura europea. È solo un dettaglio, ma pensateci un attimo: erano i primi anni ’90. Eco era ai vertici della sua popolarità come scrittore e del suo prestigio intellettuale. Avrebbe potuto ricucinare le stesse cose che scriveva dieci o vent’anni prima, e invece si metteva a studiare la grammatica di una lingua nuova, come un ginnasiale – e pochi mesi dopo ci faceva un corso monografico e ci pubblicava un libro. Potremmo scambiarlo per dilettantismo d’altri tempi, quando è semplicemente quel tipo di spericolata apertura che ti chiede il mestiere di semiologo: se il mondo è una crittografia, ci saranno pure cose che sono più interessanti di altre – così ad esempio Rita Pavone a occhio non vale Gérard de Nerval – ma non puoi saperlo prima di averle decifrate.

Ora e sempre contro l’Apocalisse – Malgrado l’equivoco di sopra, bisogna dire che Eco sembra resistere bene anche alla nostra necessità di banalizzare qualsiasi cosa – quella tendenza per cui, a poche ore dalla morte, ogni personaggio si trasforma in una frasetta o poco più, e anche di questa frasetta si diffonde a macchia d’olio l’interpretazione meno intelligente possibile. Il caso che mi viene sempre in mente è Gaber, già da vivo ormai crocefisso a quella canzoncina sulla Destra e sulla Sinistra che nessuno poi ha cercato di schiodargli. Anche di Eco, ovviamente, stanno circolando affermazioni che rischiano di essere interpretate nel modo più banale.

Però alla fine sembra davvero difficile riuscire a far dire a Eco qualcosa di stupido. Per esempio la cosa che ho visto circolare di più, la sua lettera a Critone sull’arte di morire, è una piccola cosa deliziosa in cui di Eco non c’è una parte piccola o trascurabile – sarei tentato di dire che c’è tutto: tutta la sua battaglia di mezzo secolo contro gli apocalittici di ogni specie; insieme con l’ammissione che una simile battaglia non si potrà mai vincere, perché prima ancora di essere impersonato da questo o quell’accigliato intellettuale, l’Apocalittico è dentro di noi: e se è un male, una droga, è in certe dosi naturale e necessaria quanto l’endorfina. Lo stesso Eco negli ultimi anni stava un po’ indulgendo – e se ne rendeva probabilmente conto.

Chi scrive ha la fortuna di essere cresciuto in quella manciata d’anni in cui il tascabile del Nome della Rosa era più facilmente reperibile in edicola del Signore degli Anelli. Erano gli anni degli euromissili, di Cernobyl, di Videomusic che ci avrebbe reso tutti deficienti, dell’Aids che ci avrebbe sterminati e/o impedito di vivere la nostra sessualità. Insomma già allora di venditori di apocalisse erano affollati scaffali e palinsesti. Guglielmo da Baskerville fu il primo vero scettico che conobbi. Il secondo fu il suo stesso autore, quando lessi la sua recensione a The Patmos’ Sellers, che a ben vedere conteneva già la lettera a Critone. È una paginetta a cui penso almeno una o due volte alla settimana – ogni volta che qualcuno ci informa che la civiltà è agli sgoccioli (il che non è escluso), che i bambini non sanno più scrivere (magari è vero), e che internet ci sta facendo diventare più cretini, persino più cretini di videomusic: il che sembra abbastanza impossibile, in prospettiva. Tutti questi discorsi, ci ricordava Eco (anzi Milo Temesvar), gli intellettuali li sviluppano perché l’alternativa è cambiare mestiere: come i dotti di Salamanca che al ritorno di Colombo, non volendo o potendo aggiornare le loro mappe, decidono che “L’America esiste, è vero, ma è male che esista, e gravi danni ne conseguiranno per la comunità umana“:

Il dotto di Salamanca, costituendosi come esperto del “dove andremo a finire”, ritrova un ruolo nel contesto sociale, individua gli organismi politici, religiosi ed economici che possano trar giovamento dalla sua propaganda ideologica e riacquista, in parole volgari, il posto e le prebende. Temesvar lo designa, in questo suo nuovo ruolo, come “venditore di Apocalisse”. […]

Non è che perda di valore e di senso un discorso sull’uomo: solo che l’uomo non andrà più visto come animale sillogizzante, ma come animale capace di costruire macchine sillogizzanti e di porsi nuovi problemi (inediti) circa il loro uso. Cambia orizzonte di problemi: bisogna ritrovare l’uomo alcuni milioni di chilometri più in là. Questo avviene per la filosofia come per la critica d’arte, per la morale come per l’economia e la religione. E tutto ciò richiede evidentemente all’intellettuale un corso di riassestamento, un atto di umiltà, una capacità di sapersi mettere a scuola.

A certuni, la sprovvedutezza o la tarda età non consentono più questa decisione. E si assiste allora, di fronte al terrore di perdere una funzione privilegiata, alla invenzione di una funzione fittizia, alla costituzione di nuovi ruoli. Si hanno allora i tecnici dell’Apocalisse, specializzati nel dimostrare che il nuovo orizzonte di problemi è radicalmente equivoco, antiumano, e che occorre rifarsi al culto dei valori di un tempo per garantire all’umanità la sopravvivenza. Cosi facendo il “venditore di Apocalisse” — osserva Temesvar — ha comunque risolto un problema: quello della propria sopravvivenza privata. 

A Eco devo moltissimo: l’unica cosa che posso promettere in sua memoria è che continuerò a irridere tutti i dotti di Salamanca, gli Jorge di questo mondo, finché non toccherà anche a me di trasformarmi in un Jorge – il più tardi possibile, mi auguro: e negli ultimi minuti a disposizione.