Il giallo del patrono mancato

La cosa fantastica è che un po' a Voltaire ci somiglia.

La cosa fantastica è che un po’ a Voltaire ci somiglia.

4 agosto – San Jean-Marie Vianney (1786-1859), patrono dei parroci ma non dei sacerdoti, perché? È GIALLO.

La notizia girava da quasi un anno. Lo sapevano tutti, lo davano per scontato. Venerdì 11 giugno 2010 San Giovanni Maria Vianney, già patrono dei parroci di tutto il mondo, sarebbe stato promosso a patrono dei sacerdoti di tutto il mondo (i parroci sono sacerdoti titolari di una parrocchia, perciò non tutti i sacerdoti sono anche parroci). Lo avevano scritto su Avvenire e sull’Osservatore Romano. Di più. Avevano già steso il suo arazzo da una balaustra della facciata della basilica di San Pietro, un onore che ti fanno soltanto quando ti beatificano, ti canonizzano o ti concedono un nuovo patronato, come appunto in questo caso. Insomma, era ufficiale.

E invece no. Due giorni prima la prevista proclamazione, un sobrio comunicato informò che non se ne faceva niente. L’arazzo restò lì a sventolare, la beffa unita al danno, e i vaticanisti ad arrovellarsi: perché? Cosa aveva fatto di male il povero Jean-Marie, per subire uno smacco del genere? Nulla di nuovo, avendo lasciato il mondo un secolo e mezzo prima. Forse qualcosa, un particolare fino a quel momento inosservato era diventato importante all’ultimo minuto? Buon Dio, e cosa? Non era “abbastanza abbastanza rappresentativo del sacerdozio del XXI secolo, né abbastanza universale”, scrissero. Non rifletteva “completamente la figura del prete di oggi, all’epoca della comunicazione”. Se ne erano accorti solo 48 ore prima?

In effetti Jean-Marie non è proprio quel tipo di parroco che oggi mettono nelle pubblicità dell’otto per mille. Da laici poi è molto difficile accostarsi alla sua storia senza fare quella tipica smorfia, avete presente – il sorrisetto à la Voltaire che Voltaire magari poteva permettersi, noi no. Gli agiografi ufficiali ci mettono del loro, sembrano che ci tengano particolarmente a tratteggiare una figura di prete ignorante e oscurantista, e perché no, fanatico e allucinato. Tutta questa insistenza sulla carriera scolastica, per esempio. Non c’è una biografia di Jean-Marie che non sottolinei e dettagli la sua inettitudine agli studi, la sua profonda incompatibilità col latino; eppure alla fine in un qualche modo una sufficienza la strappò a tutti i suoi esaminatori, il suo livello di capraggine potrebbe non essere molto inferiore a quello di un classico liceale classico diplomatosi per il rotto della cuffia. A catechizzare i fanciulli viceversa pare fosse molto bravo, ed era un buon predicatore, uso a mandare a mente le omelie; insomma qualche virtù intellettuale doveva pure averla, però i suoi veneratori ci tengono a dipingerlo come la capra più capra che ci fosse in circolazione. Dietro c’è tutta una polemica con l’illuminismo e con la Rivoluzione: Jean-Marie era cresciuto negli anni in cui i preti francesi che rifiutavano di giurare fedeltà alla République rischiavano la ghigliottina celebrando la messa nascosti nei fienili.

Dopo un lungo, lunghissimo percorso scolastico, finalmente Jean-Marie ottenne una minuscola parrocchia (200 anime), e la trasformò. Fece chiudere le taverne e proibire i balli. Messa giù così, suona veramente male. Se fossi io il PR di Jean-Marie, l’articolerei in questi termini: “lottò vittoriosamente, con le uniche armi della parola e dell’esempio, contro la piaga dell’alcolismo che dilagava in quella piccola comunità agraria”. E con le taverne siamo a posto.

Coi balli, davvero, coi balli non saprei che dire. Jean-Marie ma che male ti facevano questi contadini ottocenteschi, se per la mietitura gli veniva voglia di divertirsi e sgambare un po’? Vediamo cosa ne dicono su wikipedia…

 Il fatto era che, all’epoca, il ballo non era certo un divertimento innocuo e innocente ma una vera e propria piaga…

Eh?

una specie di ebbrezza e furore[84] la definirono alcuni, che spesso conduceva a disordini descritti come “vergognosi” dai contemporanei. Anche qui la sua azione pastorale non fu riservata soltanto al pulpito ma si tradusse in azioni concrete. Il più delle volte fu costretto a pagare il doppio di quanto stabilito ai suonatori itineranti perché smettessero di incitare la gente a questa frenetica usanza[85].

Vabbe’, ma che tattica è, come pagare gli spacciatori il doppio perché cambino il quartiere, peggio che nascondere la polvere sotto il tappeto…

Per educare le giovani e le fanciulle, spesso vittime d’abusi durante le frenesie del ballo, il curato mise un’estrema cura nella formazione dei genitori[86], non solo delle ragazze che spesso, venute a confessarsi, non ricevevano l’assoluzione finché non avessero deciso di abbandonare quel pericoloso divertimento[87].

Io lo giuro non lo sapevo che i balli ottocenteschi fossero così frenetici; dai romanzi perlomeno non risulta. Gli è che i romanzieri parlano sempre e solo delle città, maledetto Flaubert, quattrocento pagine di I Love Shopping Con La Moglie Del Dottore e nel frattempo in campagna facevano le orge musicali e non te ne sei accorto, non ci hai scritto niente.

Si giunse perfino a una lotta giudiziaria: nel 1830 un decreto del sindaco, Antonio Mandy, aboliva i balli pubblici scatenando così la riprovazioni degli organizzatori delle feste locali e di alcuni ragazzi che chiesero al sottoprefetto di Trevoux di abrogare la decisione del sindaco. Cosa che ottennero, ma senza risultato[88]: le giovani avevano infatti preferito recarsi in parrocchia per la messa domenicale, non lasciando così altra scelta ai festaioli che di disperdersi. Senza più ragazze con cui ballare la gioventù maschile di Ars fu costretta a dividersi: chi accolse le parole del curato e chi invece preferì trasferirsi nei paesi vicini.

Ok, ci rinuncio, sei indifendibile Jean-Marie. Anche se. (Continua…)Anche se un mostro sacro della sinistra italiana, don Milani, sul ballo aveva più o meno le tue stesse idee. Comunque è difficile immaginare Ratzinger che a 48 ore dalla proclamazione si fa prendere dallo scrupolo, ehi, un prete che odia le feste danzanti forse non è il massimo come esempio per il XXI sec. Non lo so. Ma questa è una di quelle non rare volte in cui ho imparato delle cose leggendo i commenti di un blog – non il mio, ma quello del vaticanista Andrea Tornielli. Li saccheggio senza pudore, tanto sono commenti di un blog, dappertutto te li regalano.

La cucina dove digiunava.

La cucina dove digiunava.

********** scrive:

“….E certo che il Santo curato d’Ars non è rappresentativo per i sacerdoti di oggi, mica era protestante lui, nè modernista, o progressista, o globalista, era solo un santo sacerdote cattolico, di quelli che cerchiamo con il lanternino oggi, di quelli che chiediamo incessantemente con le nostre preghiere: Gesù dacci tanti santi sacerdoti! Che possano avere come patrono un santo Curato d’Ars.”

Grazie ********, mi hai tolto le parole di bocca, pardon, dalla tastiera.

Sono basita. :-(

 

************ scrive:

Un altro colpo da maestro assestato al Papa dai soliti modernisti postconciliari che non accennano ad estinguersi. Si spegneranno, per contrappasso, all’inferno.

********* scrive:

Caro Tornielli, sono d’accordo con la decisione. Premetto che ho una venerazione di prim’ordine per il Curato d’Ars, e che inoltre lo amo proprio, come santo.
E ovviamente lo vedo benissimo come santo protettore dei parroci, anzi trovo che sia il migliore (pur non conoscendo certo tutti i santi.
Tuttavia è vero che il sacerdozio è una figura piu’ ampia, e vi sono figure sacerdotali molto diverse dai parroci. Senza scomodare i soliti missionari, facciamo l’esempio dei cappellani militari. Il curato d’Ars è famoso per aver passato tutta la sua vita nel confessionale: e un buon parroco si vede da questo, dal poterlo sempre trovare in Chiesa a qualunque ora del giorno. Accostamento perfetto.
Ma un buon missionario o un buon cappellano militare hanno bisogno di altri esempi, non immediatamente riconducibili al curato d’Ars.
Come vede, non ho menzionato la questione modernista nemmeno di striscio. Saluti.

[Non hai neanche menzionato il fatto che Jean-Marie fu disertore, imboscato per tre anni, e se la cavò con un’amnistia, insomma decisamente non il miglior patrono che i cappellani militari potrebbero augurarsi]

peccatore scrive:

Il curato d’Ars visse la sua gioventù all’indomani della Revolution, in un contesto culturale che pretendeva di cancellare la fede dalla vita della gente, nel pieno del razionalismo più becero.
Divenne sacerdote malgrado una scadente propensione per le materie di studio proposte in seminario. Ma fu fatto sacerdote perchè amava l’Eucaristia e Maria.
Aveva una parrocchia di trecento persone, semianalfabete, poverissime. Presentandosi ad un bambino del posto a cui chiedeva la strada per Ars, gli indicò in cambio che lui gli avrebbe insegnato la via per il cielo.
Viveva in una casa (l’ho visitata) ai limiti dell’indigenza, pur essendo dignitosissima.
Viveva in prima linea: dove c’è il peccato, il pentimento, il perdono. Stava anche 10-12 ore al giorno in confessionale. Se non confessava, pregava.
Dormiva non più di 3-4 ore per notte, pur non avendo nè internet, nè la TV. Ma riusciva a fare adorazione.
Digiunava ai limiti dell’impossibile.
Aveva il tempo per adorare il Santissimo sacramento ed aveva devozione per il Sacro Cuore.
Ardiva riprendere chi bestemmiava in sua presenza.
Parlava soprattutto di Gesù, raramente di feste e campeggi.
Sapendosi incolto non mancò di leggere e studiare.
Nel suo ministero pastorale con i penitenti “risolveva” i casi proposti, anche i più controversi, in totale coerenza con il magistero.
Amava profondamente la Madonna.
Effettivamente per il “prete tipo” che si cerca di forgiare in molti seminari una figura così non è “rappresentativa”.
Anche per il modo di vivere di molti sacerdoti non è il “massimo”: perchè pensando a come era sacerdote lui, molti si chiederebbero che cosa stiano facendo. Non perchè siano “cattivi preti”, ma per come li hanno costretti a fare i preti. Per cui forse è meglio non specchiarsi nel Curato d’Ars. Se ne uscirebbe difformi.
Se ci si converte è persino una grazia.
Il problema è aver voglia di convertirsi.
Altrimenti è meglio sembrare i preti delle campagne dell’8 per mille. Un po’ assistenti sociali, animatori di villaggi turistici, presidenti della sportiva, insegnanti di scuola, manager di piccole holding all’ombra dei campanili, Repubblica sotto braccio, una nutrita biblioteca di teologi del dissenso e di esegeti destrutturatori, fautori di sacramenti simbolici e di liturgie (e paraliturgie) “meno ingessate” e “più creative”, una Chiesa senza dogmi, stare in ascolto, sempre, senza dire mai fino in fondo Chi abbia la Verità. Insomma, fare patrono dei preti il Santo Curato d’Ars significa guardare ad un sacerdote che si fa, come Gesù, vittima sull’altare, nel sacrificio della croce, spezzando il pane della salvezza, quella eterna, ben al di là della promozione umana (che pure il Santo Curato d’Ars non mancò di realizzare, nel “suo piccolo”).
Forse quel sacerdozio lì c’entra poco con chi, amministrando la comunione, bofonchia, se lo fa, “il corpo di Cristo” e se cade un’ostia interra si affretta a dire: “la lasci pure, gliene dò un’altra”.
Forse è bene rendersi conto quale sia il modello proposto, specie dopo averne parlato per un anno intero e dopo aver visto come per molti non sia cambiato proprio nulla… Questo “contrattempo” finale servirà a chi ama il curato d’Ars ad amarlo ancora di più. Per gli altri, un’ipocrisia in meno… Mi sento di escludere che il Papa abbia ceduto a pressioni, più o meno velate e abbia accondisceso a ragioni per così dire di opportunità.
Ha voluto piuttosto sollevare maggior attenzione su un gesto altrimenti quasi “banale”. Se poi si arriverà dove si pensava, certo lo si sarà fatto dopo un opportuno shock.

 

Dopo tanti pareri un tanto al chilo (però interessanti) posso anche dare il mio. Secondo me a Ratzinger il curato d’Ars non era così simpatico. Non mi vengono in mente due preti più diversi: un teologo e una capra. Uno ha passato la vita in campagna, lottando per portare in paradiso le sue duecento anime, incurante di quello che succedeva poco più in là, dove sarebbero andati i suonatori e i ballerini che allontanava. L’altro ha vissuto quasi tutta la sua carriera al centro delle cose, a Roma, abituato a pensare alla Chiesa come a una comunità planetaria. Jean-Marie stava così tanto tempo nel confessionale che puzzava. Ratzinger sapeva d’acqua di colonia persino dalle fotografie, e aveva una certa passione per scarpine e cappelli. Vianney digiunava e sentiva le voci, il demonio che lo voleva morto. Ratzinger da prefetto per la congregazione della dottrina deve aver passato anni a esaminare storie di infelici allucinati. Vianney è un santo ovviamente caro ai lefebvriani. Ratzinger ai lefebvriani ha concesso molto, ma forse cominciava a stancarsi dell’arroganza con cui rispondevano alle sue aperture. Ma alla fine dev’essersi trattato di un moto improvviso, qualcosa che non sapremo mai e che ha reso all’improvviso insostenibile il fastidio naturale che Ratzinger doveva nutrire per una figura come quella di Jean-Marie Vianney.

Che così alla fine non è diventato patrono dei sacerdoti. I suoi fan possono consolarsi ricordando come Jean-Marie non apprezzasse le onorificenze: quando Napoleone III volle concedergli la Legion d’Onore, lui prima volle informarsi se la medaglietta in sé avesse qualche valore; nel qual caso ci avrebbe fatto su qualche soldo per i poveri d’Ars (o per ingrandire la sua collezione di reliquie). Gli dissero di no, non valeva niente: e allora la rifiutò.