La peste, la patata e il cardinale

San Carlo scampa all’attentato (Giovanni Battista della Rovere, detto il Fiammenghino, che non ci prova nemmeno a realizzare un effetto notte)

4 novembre – San Carlo Borromeo, cardinale e vescovo di Milano

Nella notte del 26 ottobre 1569, mentre è assorto in preghiera nella cappella dell’arcivescovado, Carlo Borromeo ode un improvviso fragore, e sente all’improvviso una percossa in un osso del filo della schiena. Qualcuno ha appena cercato di ammazzarlo con un colpo di archibugio alle spalle: eppure il medico subito accorso non trova nessuna ferita. Le decine di testimoni presenti alla scena non sono in grado di fermare il tizio vestito di nero che, di tutti i luoghi pubblici in cui si poteva appostare, ha scelto quel piccolo luogo raccolto, la tana del lupo. C’è da dire che gli archibugi del sedicesimo secolo non sono precisi come i fucili che abbiamo in mente noi; che caricarli è un’impresa complicata e rumorosa, tanto quanto è difficile prendere la mira in un’oscurità appena attenuata dalle candele; e tuttavia per mancare da così vicino le possenti spalle del cardinale ci voleva davvero un colpo di sfortuna, o se preferite un miracolo. Il trentunenne Borromeo era alto un metro e ottanta, un discreto armadione in un secolo di comodini. Fino a quel momento lo avevano chiamato santo solo i beghini del suo nutrito entourage; da lì in poi i milanesi cominciarono a crederci. Direi, ma posso sbagliare, che il Borromeo sia il primo santo scampato a un attentato con arma da fuoco, cinque secoli prima di Wojtyla. Se ancora oggi non siamo sicuri dei mandanti di Ali Ağca, figuriamoci quante certezze possiamo avere su un attentato di 500 anni fa, in un periodo in cui tutte le inchieste erano falsate dall’abitudine a torturare i sospetti finché non confermavano le tesi dell’accusa. Chi poteva desiderare la morte di Carlo Borromeo?

Un po’ tutti. I protestanti italiani rifugiati in Isvizzera, a cui il cardinale – che chiamavano “Lupo Borromeo” – dava una caccia spietata, bruciandone un po’ a ogni cosiddetta visita pastorale. Gli abitanti della Valle delle streghe, nei Grigioni, purificata con un rogo collettivo in cui il suo luogotenente ne gettò tra le fiamme almeno undici. I canonici di Santa Maria alla Scala, che per difendere le prerogative reali si erano appena difesi da un attacco dei fedelissimi del cardinale sguainando le spade. Il governatore spagnolo, il primo dei tre che il Borromeo esasperò, scavalcandoli in continuazione, scomunicandoli di tanto in tanto, forte degli amici a Roma e a Madrid. Gli ebrei di Milano, per i quali, prima di espellerli dalla città, il Cardinale aveva proposto un sistema di riconoscimento molto avanti coi tempi, un contrassegno giallo da portare dappertutto. I milanesi qualunque, a cui il Cardinale aveva tolto una gran quantità di divertimenti anche innocui, come sbirciare le ragazze in chiesa, dividendo le navate con alti paraventi. Qualche altro cardinale senza scrupolo, ansioso di fare un po’ di spazio tra i più probabili candidati al Sacro Soglio. A pensarci bene, ci poteva essere la fila quella sera in arcivescovado per sparare alle possenti spalle del cardinale. Di tutti i possibili attentatori, però, quelli che avevano più da perdere – e da far guadagnare alla Curia – erano gli Umiliati (continua…)

Tutto è -one, nei pressi di San Carlo. I quadri che ne raccontano la vita, nel Duomo di Milano, sono i “quadroni”. Il colosso di Arona, antenato seicentesco della Statua della Libertà, è il “sancarlone”.

Nati durante una delle periodiche ondate di intransigenza morale che movimentano il medioevo, più o meno nello stesso periodo di francescani e i domenicani, gli Umiliati in fatto di moralità e ortodossia non avevano lezioni da prendere né da questi, né dai nuovi arrivati del secolo, i neri gesuiti tanto cari al cardinale. A differenza degli ordini mendicanti gli Umiliati avevano deciso di vivere del frutto del loro lavoro; si erano trovati una nicchia piuttosto redditizia nella filiera della lavorazione della lana, e da secoli si erano trasformati in una struttura cooperativa imbattibile, ramificata in tutta la Lombardia. Un’altra caratteristica piuttosto originale – che inorridiva l’orgogliosa misoginia del cardinale – era la promiscuità: Umiliati e Umiliate lavoravano assieme, vivendo negli stessi conventi. Ciononostante non si riusciva a incastrarli in nessuno scandalo a sfondo sessuale: si sposavano, avevano figli, umiliati e lavoratori anch’essi. Crescevano, si moltiplicavano, fatturavano… non è che sotto sotto erano un po’ protestanti? Max Weber era molto in là da venire, ma il pregiudizio cattolico contro chi vive del frutto del proprio lavoro invece di scroccare prebende era già abbastanza forte, sicché dai e dai un modo di dichiararli eretici e incamerarne i beni Borromeo lo avrebbe trovato: l’archibugiata gli facilitò enormemente le cose. Bastò trovare un corvo che attribuisse l’attentato a Gerolamo Donati detto il Farina, un umiliato di Mombello, e a tre complici che, opportunamente torturati da uno specialista inviato dal Papa, monsignor Menichino, confessarono di aver congegnato il diabolico piano e furono di lì a breve giustiziati. Prima di essere impiccato, al Farina fu tagliata la mano destra, “sacrilega et parricida”. Ma questi erano dettagli, effetti speciali da offrire alla plebe: quel che importava davvero è che in dieci mesi scarsi il Borromeo era riuscito a sciogliere un potente ordine religioso, e incamerarne i beni (quelli che si salvarono dal saccheggio). Mai una schioppettata era stata tanto provvidenziale. Neanche i più accaniti detrattori, e si è visto che San Carlo ne ebbe tanti, osa mettere a verbale l’ipotesi che quel colpo il cardinale se lo sia fatto tirare a salve, con comodo, praticamente in casa sua, tra decine di testimoni oculari che avrebbero confermato qualsiasi sua versione. Per quanto determinato ai limiti della spietatezza, il Borromeo non sembra avere la profondità machiavellica di uno stratega della tensione. Era uno che sapeva trarre profitto delle situazioni, questo sì.

L’altra faccia del Sancarlone (è sempre la stessa faccia, ma vista dall’interno).

Come molti alti prelati, il Borromeo era secondogenito. Nei resoconti biografici il fratello maggiore Federico rischia sempre di passare per un coglione. Diciamo che Federico (da non confondere dal più giovane cugino Federigo, quello dei Promessi sposi) non fece in tempo a realizzare le proprie potenzialità, mentre già a vent’anni il fratellino lo esautorava di fatto, contrastando in vece sua l’occupazione spagnola della rocca di Arona, proprietà di famiglia. Chi dei due fosse l’eminenza grigia era insomma già chiarissimo quando nel ’59 lo zio Giovan Angelo Medici viene eletto papa col nome di Pio IV. Entrambi, tuttavia, vengono immediatamente chiamati a Roma a godere della cuccagna. Federico si sposa quasi subito con la duchessa d’Urbino; al secondogenito, fresco di laurea in diritto, tocca invece come d’uso la carriera ecclesiastica: viene praticamente nominato cardinale prima ancora di essere ordinato sacerdote. Non lo era ancora diventato nel 1562, quando la dolce vita si interrompe bruscamente: il fratello muore di una banalissima febbre, lasciando una vedova diciottenne che, a detta di tutti i parenti e i sodali, a questo punto dovrebbe risposarsi con Carlo. Lo stesso papa sembra considerarla la situazione più logica, salvo che Carlo proprio non vuole. Più che la responsabilità di portare avanti la famiglia, più che la perdita di un collegio cardinalizio e del bel zuccotto di porpora, è forse la duchessa diciottenne a bloccarlo. Per tutta la vita si vanterà di non avere mai rivolto la parola a una donna in assenza di testimoni. Cominciò a digiunare, per quanto gli permetteva il fisico non esile; smise di ostentare le proprie ricchezze, licenziò ottanta servitori in una botta, creando probabilmente una crisi occupazionale. Fece il possibile per dimostrare di avere la stoffa da santo, e in pochi mesi la spuntò: nel 1563 lo zio papa lo consacrò definitivamente cardinale e prete. Aveva 26 anni, e in nome dello zio stava portando a termine i lavori del Concilio di Trento.

Ciao Carlo, controriformami questa!

Il Borromeo per la verità fece qualcosa di più che aprire e chiudere le ultime sessioni: le mise in pratica. In particolare la penultima, che rafforzava i privilegi (ma anche i doveri) dei vescovi e istituiva la pratica delle visite pastorali. Non era la prima volta che la Chiesa romana si dava nuove regole chiare e definite; non era la prima volta che regole del genere rimanevano lettera morta. Ma una volta terminati i lavori, il Borromeo si ricordò che lo zio lo aveva nominato arcivescovo di Milano. Era un titolo come tanti, come principe di Galles per Carlo, nessuno si aspetta che lui viva davvero in Galles, e nessuno si aspettava che il nipotino del Papa a Milano ci andasse davvero. Erano decenni che la città campava senza un arcivescovo stanziale, e nessuno sembrava lamentarsene. Ma Carlo aveva capito che il suo posto era là, in quella metropoli padana che in venti secoli non è mai riuscita a essere capitale di niente di definito, e che ogni tanto forse per ripicca riscopre un’anima arcigna, teocratica. All’opposto di Roma, che si era fatta cattolica per continuare a essere in un qualche modo il capo dell’universo mondo, per Milano tornare a Dio significa chiudersi al mondo e riscoprire in profondità sé stessa, nelle vecchie ossa dei suoi martiri misteriosi, Gervasio e Protasio, tornare agli anni di gloria in cui Ambrogio regnava e non faceva entrare nemmeno l’imperatore Teodosio. Un santo non poteva regnare a Roma, a Milano sì. A Milano Carlo Borromeo arriva nel ’65: forse la prima cosa che vede è un’incisione oscena che campeggia su porta Tosa (oggi Vittoria), una donna che lo accoglie a gambe divaricate: una prostituta? La moglie di Federico Barbarossa ritratta a pube rasato per spregio? Le leggende si sprecano, l’unica cosa certa la scoprì il Borromeo ordinandone l’immediata rimozione: era stata scolpita su una pietra tombale romana. A essere deposto col fregio della Tosa è tutto un medioevo carnascialesco e beffardo, che la Controriforma sta mettendo definitivamente in cantina. Il cardinale castissimo si adopera affinché preti frati e religiose osservino finalmente, se non la castità, almeno il celibato; introduce le grate perforate nei confessionali, innalza barriere tra navate maschili e femminili nelle chiese, fa il possibile per contrastare balli, giuochi a carte e a pallone; più volte mostra di ignorare la separazione tra Stato e Chiesa, incarcerando chi gli pare, per esempio con l’accusa di adulterio e concubinato; e in mezzo a tutto ciò si conquista la fiducia di milanesi e brianzoli, donando a piene mani quello che nel frattempo rosicchiava da qualcun altro – dagli Umiliati, per esempio.

In giro per Milano, sotto un cielo sempre nero.

La peste di Milano è l’esempio più efficace della difficoltà che abbiamo, a cinque secoli di distanza, a dare un’immagine coerente di San Carlo. Siamo prigionieri di due narrazioni di parte: per i beghini, anche di spessore, Carlo diede in quell’occasione la dimostrazione di cosa deve fare un uomo di Chiesa e un vescovo in particolare: donare e donarsi, sprezzante dei rischi personali, con abnegazione ma anche con organizzazione, gestendo gli aiuti e sostituendosi allo Stato che in certe situazioni, guarda caso, non c’è mai, chissà perché. Ma per fortuna c’è la Chiesa, per fortuna c’è Carlo che provvede. È quella che i teocrati milanesi di oggi chiamano “sussidiarietà”: dove lo Stato non arriva ci pensa la Compagnia, per cui è una fortuna che lo Stato non arrivi quasi mai a combinare nulla di concreto. Nel caso della peste lo Stato si adopra così poco, e Carlo così tanto, che l’epidemia viene onorata del suo nome, e ancora oggi la si chiama “peste di San Carlo”.

Tanto è forte la carità! Tra le memorie così varie e così solenni d’un infortunio generale, può essa far primeggiare quella d’un uomo, perché a quest’uomo ha ispirato sentimenti e azioni più memorabili ancora de’ mali; stamparlo nelle menti, come un sunto di tutti que’ guai, perché in tutti l’ha spinto e intromesso, guida, soccorso, esempio, vittima volontaria; d’una calamità per tutti, far per quest’uomo come un’impresa; nominarla da lui, come una conquista, o una scoperta.

Avrete senz’altro riconosciuto don Lisander. Per i suoi detrattori, la peste merita ugualmente di essere chiamata di San Carlo perché senza di lui probabilmente sarebbe durata molto meno: senza la sua mania di convocare oceaniche processioni, formidabili occasioni per la diffusione del morbo, ci sarebbero state assai meno vittime, assai meno occasioni per dimostrare l’abnegazione del cardinale. Va bene, per l’epidemiologia era ancora molto presto, ma l’osservazione che le adunate di popolo facilitavano il contagio era già condivisa da dotti e sapienti, e Borromeo se ne fregava: aveva il suo Sacro Chiodo da far sfilare, tra i mucchietti di vittime del giorno; e se non avesse funzionato, si poteva pure bruciare qualche untorella.

Quando con l’inasprirsi della carestia tutte le famiglie abbienti, già gravate da pesantissime imposte, si dissanguano per sfamare migliaia di miserabili affluiti a Milano dalle inaridite campagne, l’esentasse san Carlo, l’uomo più ricco della città, volta la schiena all’esterrefatto messo comunale incaricato della colletta, che bruscamente riaccompagnato alla porta dai valletti arcivescovili, annota sulla lista tramandataci, fittissima di nomi e cifre, sotto il nome di Carlo Borromeo: “Non diè del suo“. (Da un’opera assai più oscura, ma non priva di interesse, e soprattutto di riferimenti bibliografici)

“Polpettine e patatine croccanti”.

Carlo Borromeo morì a quarantasei anni (1584) durante una visita pastorale intorno al suo lago Maggiore. I digiuni, lo stress per gli impegni e i viaggi continui, erano riusciti dove l’archibugio aveva fallito. Canonizzarlo fu relativamente semplice, ma durante il processo vennero fuori miracoli piuttosto bizzarri. Uno è troppo buffo per non essere apocrifo: Carlo avrebbe guarito una ragazza da un dolore alla mammella succhiandone il latte. Dove è facile intendere come il vero miracolo per lui fosse toccare una tetta: la repulsione per le forme femminili faceva già parte della sua leggenda. Carlo muore relativamente giovane, prima di potersi mettere in discussione, ma anche prima di essere corrotto dal potere, prima di accettare viaggi premio ai tropici e ammettere abbinamenti arditi nel suo guardaroba. I milanesi lo ricorderanno sempre per quella peste in cui a un certo punto nell’ospedale mancarono i lenzuoli bianchi e lui offrì quel che gli era rimasto: e per un po’ i malati dormirono in panni color porpora, prerogativa cardinalizia.

Essendo vissuto nei cinque decenni centrali del sedicesimo secolo, proprio quando la pianta fa il suo timido ingresso tra le coltivazioni europee, il pur frugale Carlo Borromeo non ha probabilmente mai mangiato una patata in vita sua. Tre e secoli e mezzo dopo la sua morte, nei dintorni di una chiesetta a lui intitolata, in via Lecco 18, un rosticciere ha l’idea non del tutto originale di friggere, tra le altre cose, delle patate in sottili sfoglie. Distribuite ai forni della zona, le “patatine croccanti” diventano presto una specialità richiestissima. Dopo quattro anni, per far fronte alla domanda, il forno deve spostarsi, mantenendo però l’antica denominazione “San Carlo”. Ecco risolto l’enigma che tormentava i lettori non milanesi sin dall’inizio di questo lungo pezzo. Sì, perché, non ce ne vogliano gli abitanti dell’inclito capoluogo, nel resto del mondo di rito non ambrosiano San-Carlo è essenzialmente il nome di un sacchetto di patatine fritte, che certo, ha rovinato l’appetito di milioni di bambini, ma non ha mai mandato al rogo o alla forca nessuno. Sic transit gloria coeli – voi comunque che preferireste? Dare il nome a una patata o a una peste?