Richman e i Velvet Underground

C’è un testimone diverso dagli altri in The Velvet Underground, documentario in onda su Apple Tv e proiettato al Milano Film Festival lo scorso 10 ottobre. È il musicista americano Jonathan Richman, quello che tra l’altro, alla fine degli anni Novanta, a sorpresa era apparso nel film Tutti pazzi per Mary (un amico, invece, mi ha raccontato che circa trent’anni fa incontrò Richman in un negozio di dischi, poi, usciti dal negozio, gli diede un passaggio sulla sua Renault 4 verso il locale della provincia piemontese dove Richman avrebbe suonato quella sera, e ha aggiunto che Richman, sul sedile a fianco della R4, lo pregava tutte le volte di rallentare agli incroci).

La testimonianza di Richman in The Velvet Underground è breve, ma ha qualcosa di miracoloso. Non so se qualcuno ne abbia già scritto, ma immagino di sì, non ne ho idea. Non capita spesso, infatti, di sentire qualcuno che racconta la musica pop, o che in generale si sforza di raccontare e restituire un fatto, con così tanta fedeltà e adesione, e in questo caso con la sensibilità schizzata di un nerd, e con un orecchio degno di un ingegnere del suono.

Quella di Richman è una eulogia, cioè un’acclamazione entusiasta dei Velvet Underground. Jonathan Richman oggi ha settant’anni, ma l’elettricità, lo stupore che lo attraversa, sono ancora quelli di un adolescente americano cresciuto collezionando 45 giri, durante la spettacolare esplosione di stili e culture musicali della seconda metà degli anni Sessanta. Con i Velvet Underground ha avuto un rapporto particolare. Li conobbe personalmente da ragazzo, andando a un loro concerto a Boston. Dice di averli visti suonare dal vivo tra le sessanta e le settanta volte. In seguito Richman diventò a sua volta un musicista di culto. In lui la memoria di fatti vissuti cinquanta anni fa, nel buio di un club affollato di gente in abiti protopunk o psichedelici, è ancora freschissima.

L’immagine video di The Velvet Underground è spesso divisa in due metà. A sinistra scorre un repertorio d’archivio e cinematografico (caroselli tv anni Cinquanta e Sessanta, immagini di vita quotidiana nell’America degli anni Cinquanta e Sessanta, scatti fotografici, spezzoni di show e varietà musicali alla tv americana degli anni Cinquanta e Sessanta, pezzi di documentario scientifico, pezzi di cinema underground,  etc), a destra, invece, compaiono gli screen test, cioè i videoritratti girati in un soffice bianco e nero da Andy Warhol, tra il 1964 e il 1966, e in questo caso dedicati ai quattro membri dei Velvet Underground: Lou Reed, John Cale, Maureen Tucker, Sterling Morrison.

Lo spettatore è distratto, ha la tentazione di concentrarsi sui primi piani dei quattro musicisti, sullo sguardo torvo e molle di Maureen Tucker, sulla sporgenza bovina degli occhi di Lou Reed, sul filo tagliente e un po’ pauroso della mandibola di John Cale. Grazie a questa trovata del regista Todd Haynes, lo spettatore è sempre soggetto al vortice tossico e criminale del loro sguardo, come se fosse di fronte al pendolo di un ipnotizzatore. Poi, a un certo punto, arriva Jonathan Richman. Parla in particolare di una serata, probabilmente a Boston. Dice che i Velvet Underground suonavano con un mezzo tempo, un tempo rallentato. Era rock’n’roll e al tempo stesso non lo era. Dentro a quel caos si muovevano delle strane melodie. Richman, accompagnandosi con una chitarra acustica, prova a descrivere, a evocare quella matassa di suoni, di cui non distingueva l’origine, poi il pezzo, dice Richman, finiva e il pubblico restava per cinque secondi senza fiato, immobile. Quindi partiva l’applauso. «Loro, i Velvet Underground, li avevano ipnotizzati di nuovo».