Lo stato mentale di Moro

Perché si resta colpiti dalla foto di Aldo Moro ritratto in compagnia di sua figlia nel 1961 sulla spiaggia di Terracina e in qualche modo siamo portati a stabilire un confronto con le foto di Matteo Salvini a Milano Marittima? Non credo per il fatto che Moro è vestito da capo a piedi e perciò diventerebbe ai nostri occhi un esempio immortale di virtù. Davvero vogliamo credere che ci sia tra i tanti estimatori di questo scatto una maggioranza di gente che prova ammirazione nei confronti di qualcuno perché sceglie di andare vestito in spiaggia? No, non è così. Di fronte a questa foto prende  forma una fascinazione più complessa e stratificata, che ha poco a che fare con il cosiddetto «moralismo» con il quale viene troppo facilmente liquidata.

Allora, che cosa c’è in questa foto? C’è il design di un vecchio accessorio come lo sdraio. La vista di uno sdraio può toccare nell’osservatore qualche corda segreta o una vecchia e personale memoria balneare. Sullo sdraio c’è un uomo con un libro tra le mani. Un uomo del quale, tra l’altro, noi posteri conosciamo il destino e sappiamo che trascorre quella giornata di mare ignaro della tragedia che lo aspetta. Forse è anche questo dato percettivo, e non il presunto moralismo dell’osservatore, che fonda un rapporto di solidarietà e di vicinanza istintiva con il signore in giacca e cravatta.

C’è un parlamentare fotografato in un momento di quiete mediterranea, di stasi, sospensione, in uno stato mentale diverso rispetto all’agitazione che caratterizza lo psichico nei politici di oggi, ovvero quella nevrosi di comunicare che imprigiona loro quanto noi. È di questa natura la santità di Moro nello scatto. È una santità che sta nei suoi nervi puliti e tranquilli, più che nella sua presunta statura morale. È una foto che invita a meditare la pace e il silenzio nel corpo di Moro, così come l’ascolto di un brano minimalista ci porta ad apprezzare la ripetizione di un gruppo di note.

C’è un uomo con un libro tra le mani, dicevo, anche se lo sguardo è rubato per un istante, forse da qualcosa che ha visto muoversi sulla spiaggia. Oppure sta riflettendo su ciò che ha appena letto e quindi Moro solleva lo sguardo dalla pagina, come accadeva di solito quando la concentrazione e la lettura di un libro non venivano interrotte. Questo vediamo, non il fatto che c’è un uomo vestito in spiaggia. Potrebbe essere pure nudo e la dignità sarebbe la stessa. Ci sono un padre rapito dalla lettura di un libro e una figlia che sembra giocare da sola, con sé stessa, in uno stato di noia e dissociazione. E forse anche nella noia e nella dissociazione della bambina riconosciamo un istante vero dell’infanzia, primordiale e non «posato», diciamo, come invece accade nelle immagini a cui siamo abituati e che hanno condizionato il nostro modo di fotografarci e rappresentarci.

Ci sono i bianchi e i grigi. C’è il litorale deserto. La spiaggia è un paesaggio dove possiamo muoverci liberamente con lo sguardo e del quale cogliamo la differenza in contrasto al sovraffollamento dei luoghi del turismo contemporaneo. Ma quale moralismo… Mi torna in mente l’ultimo dei cinque videoclip pubblicati dal musicista Liberato a maggio. Raccontano una storia d’amore che inizia negli anni Sessanta a Capri. I cinque video descrivono questa parabola d’amore che si consuma nei decenni, ma pure la storia di un’isola che cambia e soffre la fase acuta dell’evo antropocene e nell’ultimo videoclip, dal titolo «Niente», è oppressa dalla folla dei turisti e dai desideri scomposti di esseri umani che mangiano e si fotografano tutto il tempo. Nella foto di Moro a Terracina riconosciamo qualcosa che ci manca. Non è questione di nudità o di morale.

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