Tempo di libri viventi

“Il realismo è una prigione e una tirannide”, ha detto Mohsin Amid, autore di un romanzo in uscita in questi giorni per Einaudi. In “Exit west” – è il titolo del libro – si può scomparire da un paese in guerra e poi materializzare il proprio corpo in un altro continente. Accade attraverso l’escamotage fantastico di una porta – per esempio la porta di un ripostiglio – che consente a Saeed e Nadia, i due protagonisti, di abbandonare una città distrutta, dove ci si abitua alle vibrazioni provocate dall’esplosione delle autobombe e dove per strada si gioca a calcio con la testa di un essere umano. Si entra nel ripostiglio e poco dopo si sbuca dentro un appartamento di lusso a Londra. Fantascienza, stargate o forse un indizio che porta verso un romanzo surrealista: il nome della protagonista, del resto, non ricorda Nadja di André Breton? Il luogo in cui Hamid ha pronunciato la sentenza sul realismo in letteratura è una piccola sala del delizioso Punto Einaudi di Corso di Porta Vigentina, a Milano, dove sabato pomeriggio – appena dopo pranzo – una dozzina di blogger e giornalisti hanno avuto la fortuna d’incontrarsi e discutere con Hamid, secondo una formula molto intima e, credo, poco usata.

L’incontro al Punto Einaudi è stato un po’ come ascoltare la messa in latino, mentre spesso l’editoria ricorda quel prete che provava a rappare il Vangelo in una puntata del Maurizio Costanzo Show. Libreria Punto Einaudi: remoto, minuscolo segno sulla mappa, che sabato ha accolto un evento molto lontano – così mi è parso – dalla consueta promozione editoriale o dal self marketing sui social sposato dagli autori goffamente, senza farne un’arte, in cattiva complicità con gli algoritmi e trovando più che altro derisione o le smancerie di pseudolettori.

HAMID

Ma c’è un altro appuntamento, previsto a metà di questa settimana, che ricostruisce in forma ancora più sacra il sentimento e il corpo della letteratura. Si tratta del secondo atto di “Time has fallen asleep in the sunshine”, progetto dell’artista norvegese Mette Edvardsen. Dopo aver imparato un libro a memoria, Mette si cimenterà nel compito di trascriverlo, di nuovo a memoria, nel corso di una performance che avrà luogo a Bologna, mercoledì 26 aprile, durante “Live arts week”. In realtà “Time has fallen asleep in the sunshine” è un progetto in corso da tempo e ha già coinvolto 68 performer, ciascuno dei quali ha imparato un romanzo a memoria. Si chiamano ‘libri viventi’, come in “Fahrenheit 451”. Ho avuto modo d’intervistare due delle performer, Muna Mussie e Irena Radmanovic, per un articolo che uscirà a maggio su Linus. Muna ha imparato a memoria “Il fucile da caccia”, primo romanzo di Yasushi Inoue (pubblicato per Adelphi), e Irena, invece, il celebre “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg. Nel corso dell’edizione 2014 di Live Arts Week, Muna, Irena e altri libri viventi potevano essere richiesti al desk della Biblioteca della Sala Borsa di Bologna. A quel punto il lettore/ascoltatore e il libro vivente si allontanavano in coppia, come amanti, fino a occupare un angolino dove il secondo ritrasmetteva all’altro il flusso della prosa imparata. In questo modo viene performativamente ricostruito il corpo vivo di un medium, il libro, minacciato dalla concorrenza di altri media. E questo fatalmente e storicamente capita, amen. Dispiace, invece, che il libro venga spesso maltrattato proprio dagli stessi addetti ai lavori. Non sono stato a “Tempo di libri”, e non so che cosa accadrà a Torino, per il salone, ma penso che a chi lavora con i libri manchi spesso un po’ d’immaginazione.