Il codice nascosto del Karaoke di Fiorello

Mi è capitato, tempo fa, di riguardare qualche clip de Il karaoke, la trasmissione su Italia Uno curata da Fatma Ruffini e condotta da Fiorello. Gli ho dedicato un paio d’ore, di notte. Senza nessuna ragione specifica che non sia stata il vagabondaggio, la flanerie applicata alla rete, il lasciarsi invadere di materia internet quando ci si sente improvvisamente affamati e soli.

Fiorello

La prima puntata del Karaoke venne trasmessa nel settembre 1992. Wikipedia: “il programma andava in onda tutte le sere alle ore 20:00, e durava 30 minuti. La formula era molto semplice: si alternavano dei concorrenti che cantavano delle canzoni in karaoke. Al termine veniva votato dal pubblico il vincitore […] La trasmissione andava in onda ogni sera da una piazza in diverse città italiane, e con gli anni il seguito di pubblico si è fatto via via sempre più massiccio fino a diventare un fenomeno di costume”.

Fiorello

In quel tempo Fiorello era un personaggio ancora sconosciuto. 1992. L’arresto di Mario Chiesa e l’inizio dell’inchiesta Mani Pulite. L’omicidio Salvo Lima e gli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La firma del trattato di Maastricht. Il conato di vomito di George H.W. Bush sulle ginocchia di un primo ministro giapponese. L’elezione di Bill Clinton, Presidente fino al 2001. E di quegli anni ricordo l’appello congiunto di Blair e Clinton per la divulgazione dei dati di ricerca sul genoma umano. L’idioma tecnico commerciale nuovissimo utilizzato dai gestori dei primi negozi di telefonia mobile. E poi: Il verso ‘move your body’ che circolava come un meme nella musica dance. Bill Gates, Netscape, Napster, Tiscali. La @. Il verbo ‘burn’ che indica il processo di masterizzazione di un cd. «Ma “burn” non significa “bruciare”?», mi chiedevo allora, preparandomi così, attraverso un continuo stupore, a ricevere la trasmissione di nuove informazioni, contenuti, procedure, vocaboli, in arrivo con l’home computing e l’installazione di un modem.

Fiorello

Nel 1992 Fiorello indossava giacche più grandi di una taglia. Color giallo canarino, fucsia, pesca, viola, arancio, rosa antico, verde acqua marina, lilla. La coda lunga della tavolozza adoperata da Ettore Sottsass e il Gruppo Memphis. Le ritmiche dell’house music, della techno, del breakbeat, filtrate nel vernacolo televisivo. Nei jingle. Nelle nuove sigle rigraficate dei Tg, del Meteo. 1992, 1993, 1994, 1995. Chi abitava intorno alle piazzette del Karaoke – a Brescia, a Tarquinia, a Drò, a Lecce, a Riva del Garda, a Lamezia Terme – guardava la folla e il palco dalle finestre o dai terrazzini in ferro battuto. La regia ogni tanto li beneficiava di un’inquadratura.

Ma che cosa vedevano davvero queste persone, questi gruppi di famiglia con amici e ospiti stretti sui balconcini, mentre guardavano in basso Fiorello e il karaoke? Vedevano uno spostamento. Una metamorfosi. Nel costume, nella psiche. Sui volti. Una trasformazione delle facce, delle capigliature, degli sguardi, del sembiante, ben fotografata dall’evoluto formato di codifica dell’immagine televisiva. Che era diventata più spalmata, brillante.

Fiorello

Le piazze erano strapiene. E la gente smaniava per salire su quel palco. Voleva apparire in tv, accanto a Fiorello. Ma soprattutto chiedeva di cantare. Voleva esprimersi, ballare. Reinterpretare con la propria voce e il proprio corpo una tradizione: la musica pop. Ruggeri, Battiato, i Matia Bazar, Ramazzotti. Come negli show delle drag queen. Ci mettevano un amore per me ridicolo e inconcepibile e poi per me ammirevole e giusto una volta che quel desiderio sono riuscito a comprenderlo. Volevano non solo sperimentare l’emozione di un palco e di un microfono, il brivido di essere per qualche minuto come i cantanti in televisione; ma pure, suppongo, provare il piacere d’indossare, agire, performare, celebrare una cultura: la musica leggera e pop italiana. Volevano esprimere il proprio talento, inoltre, la propria personalità, ego, individualità. Sé stessi. Come poi sarebbe accaduto nei talent show e nei reality. Fino a trasformare il desiderio di esprimersi in una coazione ad esprimersi. Il karaoke è stato un embrione purissimo degli anni Zero.

Adesso spezzoni di quelle puntate sono disponibili qua e là su YouTube e su Mediaset. La striscia di testo, le liriche, passano lungo il bordo inferiore dello schermo. Un flusso di parole saturo dei toni troppo zuccherosi della musica leggera. Ho quindi provato ad isolare dei frammenti di testo, a ritagliarli in tanti screenshot, e poi a ricomporli, come tarocchi, cercando di costruire – artificiosamente, insulsamente – una frase. Un codice nascosto. Non è venuto fuori granché, eccetto una locuzione, un haiku sul tempo, di sapore buddista, che si mostra unendo l’uno all’altro i frame video che avete incontrato in questo articolo. Un haiku che sembra dire tutto e niente sul senso di ventidue anni trascorsi assieme in questo Paese: «Siddharta me l’ha detto\In questo tempo dove tutto passa\Come una luce\Un milione di volte\».

– Luca Sofri: Una pazza giornata di vacanza con Fiorello (2004)