Boy Old Boy

di Roberto Boccaccino

Þingeyri è un luogo di assenze, ma nonostante ciò resta un luogo, anche solo per il fatto che quelle assenze si avvertono, si vedono. Se sentiamo la mancanza di qualcosa vuol dire che quella cosa esiste. E così Þingeyri esiste proprio intorno alle cose che non ci sono, un centimetro più avanti e più indietro, un attimo prima e un attimo dopo.
Arrivato lì scopro presto che le persone che lo abitano hanno tutte meno di quindici anni o più di trenta. La fascia di età che sta nel mezzo è completamente assente, non esiste. E con lei non esiste l’inconsapevolezza su cui, a quell’età, si costruiscono personalità ancora vuote ed enormi, non esistono quelli che sanno di non essere più bambini ma ancora non hanno idea di cos’altro siano. Non esiste nessuno che abbia la necessità di scappare altrove, indipendentemente da dove sia nato, e indipendentemente da dove sia altrove.

È sul limite tra assenza e presenza che mi è sembrato bello poter lavorare, su quel momento e su quel punto in cui pieni e vuoti si definiscono a vicenda, perché si toccano. Raccontare quello che manca mostrando l’ultimo pezzo di quello che c’è. Cerco il ragazzino più grande di tutti, quello che se si guarda alle spalle vede solo gente più piccola, e se guarda avanti non vede nessuno.

La piccola esperienza che ne è venuta fuori è esistita solo perché esiste Þingeyri, nei suoi ragazzini all’ultimo anno, nei suoi fogli di carta A4 e nelle sue finestre sulla strada. Tutti elementi che costituiscono il contenuto, la forma e lo spazio di un lavoro che forse ha senso solo lì e che altrove scompare. Un lavoro che disegna contorni per mostrare il vuoto che questi contengono.

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Boy Old Boy è un progetto che nasce in un piccolo villaggio islandese e che diventa un libro prodotto e pubblicato da Witty Kiwi Books in un’edizione limitata di cento copie.

Questo testo è tratto da un post pubblicato su Bloggaccino nell’ottobre 2013.