Di Simba, paideia e meritocrazia

Simba

Per prima cosa occorre specificare che le seguenti considerazioni non vogliono proporsi né come saggio filosofico, né tantomeno come analisi critico-sociologica delle deformazioni morali che la produzione disneyana ha causato a numerose e consecutive generazioni di spettatori. Se argomentazioni simili saranno sostenute, infatti, non avranno alcun altro scopo se non il tentativo di portare all’attenzione del lettore una delle più deprecabili ingiustizie nell’evoluzione recente della geopolitica internazionale: l’ascesa di Simba al trono della savana.

Ma procediamo con ordine. Nella Grecia classica, culla indiscussa di quella che viene sommariamente identificata come cultura occidentale, al racconto veniva riconosciuto un determinante ruolo nell’educazione dei ragazzi che un giorno sarebbero diventati i perni della società. Questa particolare funzione sociale attribuita alla narrazione prendeva, appunto, il nome di paideia, concetto che di per sé non ha un equivalente nella lingua italiana, ma che si può sinteticamente riassumere come quel processo di formazione continuo e mai definitivamente compiuto attraverso il quale la persona giunge alla piena consapevolezza di sé, coniugando la propria autonomia come individuo all’armonia con la natura e il mondo.

Una bella responsabilità, dunque, specie se si tratta delle prime forme di racconto con cui gli adulti si rivolgono ai bambini, le favole; le più influenti, se seguiamo l’affermazione platonica secondo il quale queste sono capaci di entrare prepotentemente nell’inconscio di un individuo, trasmettendovi giudizi, pensieri e consuetudini che sarebbe molto più complesso far recepire attraverso il discorso dialettico razionale (quello dell’insegnamento scolastico, per capirci).

Preoccupato da questa forza di condizionamento, Platone, anche se non le chiamava favole ma mythoi, riteneva fosse necessario effettuare su di esse un’opera censoria, tale da evitare la diffusione di racconti portatori di menzogne e disvalori. Prendiamo ad esempio proprio alcune righe dal terzo libro de La Repubblica: “Non lasceremo allora così facilmente che i bambini ascoltino i primi racconti che capitano, inventati dal primo che capita, accogliendo così nella propria anima opinioni per lo più opposte a quelle che riteniamo essi debbano avere, una volta diventati adulti”.
Ora, se posso nutrire dubbi sul fatto che il filosofo ateniese avrebbe ritenuto Walt Disney ascrivibile o meno al novero dei mythopoioì, ovvero i professionisti a cui nel suo Stato ideale Platone affidava il compito di inventare le favole, mi sento d’essere piuttosto certo che tale carica sarebbe stata interdetta ai tre sceneggiatori del Re Leone, Irene Stecchi, Linda Woolverton e Jonathan Roberts (i quali comunque non si dovrebbero sentire troppo affranti dalla compagnia degli esclusi; il primo epurato è un certo Omero).

Se a questi autori si deve riconoscenza per averci donato uno dei più riusciti film d’animazione di tutti i tempi, questo non impedisce di obbligarli a porgere ammenda per la creazione di un personaggio che incarna gran parte di quei valori negativi dal cui esempio malsano si dovrebbero proteggere gli infanti e non solo: Simba.

Per comprendere le ragioni di tanta animosità nei confronti del leone disneyano è necessario andare a individuare i comportamenti che caratterizzano quest’ultimo sin dalla sua prima apparizione sullo schermo.

Figlio unico, dunque erede consapevole di un territorio immenso, il giovane principe si diverte a vagabondare per le zone più remote e anguste del regno, disobbedendo ai moniti paterni e andando incontro ai pericoli più vari.

Ora, se di per sé tale atteggiamento suggerirebbe una natura audace consona a chi dovrà un giorno proporsi come leader della propria specie, diventa nocivo nel momento in cui:
– primo, coinvolge nei suoi vagabondaggi una creatura sua simile, ovvero cucciola indifesa (Nala), mettendo a repentaglio la sua stessa esistenza;
– secondo, non vi sarebbe nessuna esistenza di cui parlare se papà Mufasa non intervenisse, venendo meno ai suoi impegni come regnante, a salvare il figlio dai risultati della sua avventatezza.
Non si può certamente considerare educativo un messaggio per cui “tu fai pure tutte le esperienze che vuoi, tanto arriva papà che ti toglie dai guai”. Ma stiamo parlando di un cucciolo, questo concediamolo, seppur già arrogante e viziato; quindi proseguiamo. Nonostante i ripetuti salvataggi, Simba persevera nell’andare a caccia di guai, il che lo porta dritto a cascare nella rete di Scar, il quale progettava da tempo un modo più o meno legale per sbarazzarsi del re. E qui viene il momento clou della nostra analisi.

Di fronte alle lacrime del giovane leone che, mentre ancora piange la morte del padre, si sente accusare dallo zio (peraltro con motivazioni non così campate per aria) di essere il colpevole di quel lutto inestimabile, nessuno spettatore può sottrarsi dall’empatizzare con quel figlio ingannato, che scappa verso un futuro di incertezza e rifiuto. Devo ammettere che per anni, pur conservando una certa antipatia nei confronti di Simba, ho ritenuto quella fuga un castigo iniquo e al tempo stesso il seme che giustificava la legittimità del suo ritorno al trono. Poi un giorno, mentre mi accingevo a seguire un documentario che narrava appunto della vita di un leone dalla nascita all’età adulta, la verità mi si è manifestata con tutta la sua prepotenza. È infatti prassi consolidata, nella gerarchica e ben organizzata società dei leoni, che l’esemplare maschio, dotatosi del primo accenno di criniera, venga allontanato dal branco in modo tale che possa imparare a cavarsela da solo nella dura e complessa lotta alla sopravvivenza della savana, e, qualora riesca nell’impresa, possa poi tornare ad affrontare gli altri maschi del branco ed veder riconosciuta eventualmente la qualifica di capo.

Ora non credo che ci sia bisogno di sottolineare come per “dura lotta per la sopravvivenza” non si intenda questa.

Quello che a noi è stato spacciato come dramma personale non è altro che una consuetudine a cui l’erede al trono avrebbe dovuto comunque sottoporsi, magari senza quei privilegi di ambientazione e compagnia che gli hanno impedito di recepire gli insegnamenti per il cui apprendimento sono necessari i sofferti periodi di isolamento a cui i suoi simili vengono sottoposti dai tempi dei tempi.

Mi si potrebbe obiettare che siffatte divergenze, pur notevoli, nascono dall’esigenza narrativa di dare un tono più gioviale all’intera faccenda, privandola dell’austerità che un’attitudine più fedele alla realtà comporterebbe. Questo è senza dubbio vero, ma non toglie nulla all’evidenza per cui è difficile ipotizzare l’esistenza delle qualità atte a regnare in un soggetto che ignora persino le leggi più elementari che regolano il territorio che si prefigura di governare.

Ma se su tutti questi aspetti si può, seppur a fatica, tentare di chiudere un occhio, rimane la condizione principale che ci dovrebbe illuminare sull’illegittimità di Simba come aspirante al trono. Costui, infatti, non torna a reclamare la corona perché pentito dall’aver abbandonato sua madre, o spinto dalla rivalsa di un leone a cui è stato tolto ciò che gli spettava di diritto, ma solo ed esclusivamente per fare colpo su di una femmina (la quale, peraltro, per scaltrezza e perspicacia sarebbe un candidato più idoneo alla detenzione della carica).

Potrei andare oltre, ma mi pare di aver già motivato a sufficienza le ragioni per cui Simba non merita il titolo di Re Leone, in quanto esempio incarnato di quel tipo di ereditiere creato dai geni più che dai meriti, meriti che una così alta responsabilità ha il dovere morale di richiedere.

Mi si potrebbe domandare ancora perché io abbia ritenuto necessario porre la vicenda di Simba come paradigma della lotta tra valore e disvalore, invece di richiamare panorami più attuali, che siano la politica, Game of Thrones o l’imbarazzante esibizione della nazionale di calcio ai Mondiali.
Non ho una risposta se non quella dettatami dal pensiero di un filosofo antico, secondo il quale in alcune narrazioni ci sono dei segni, typoi, che si imprimono nella mente in modo indelebile, tanto da condizionare successivamente la personalità dell’individuo. E, se lo dice lui, io sono portato a credergli.

– Paolo Ferro –