Joss Whedon is my Master now – I

C’è chi solleva un sopracciglio e chi parte per la tangente del mainstream d’autore: ecco cosa succede quando spunta fuori il nome di Joss Whedon in una conversazione. Potrebbe succedere anche a voi. A un estremo dello spettro di possibili risposte si colloca la collega con foto di Capitan Tonno sulla scrivania, la quale vi rivolgerà uno sguardo smarrito, mentre voi indicherete con insistenza l’attore seminudo alle sue spalle. Proverete a dirle «Il regista di The Avengers», ma l’unica cosa che riuscirete a ottenere sarà uno sconsolante «Di che?». All’altro estremo invece troverete il super nerd che vi snocciolerà tutti i dialoghi di Firefly, arrossendo mentre ripenserà alla terribile sbandata che aveva preso per River Tam. Dovrete prestare molta attenzione ai suoi gesti, per esempio se inizierà a sbattere un piede per terra potrà sembrarvi un tic, ma a un ascolto più attento riconoscerete il ritmo di A brand new day.
Se non sapete ancora da che parte schierarvi ecco cinque buone ragioni per entrare a far parte della legione dei whedoniani con tanto di maglietta «Joss Whedon is my master now!».

Narrazione crossmediale
Joss Whedon è stato uno dei primi storyteller a tutto tondo, capaci di gestire con grazia il proprio materiale narrativo in contesti diversi. Ha scritto fumetti, fondato due case di produzione – Mutant Enemy Production, celebre per il suo mostriciattolo alieno, e Bellwether Pictures – sceneggiato cartoni, scritto e diretto film horror e serie tv, rivisitato un classico Shakespeariano nell’intimità della propria casa e creato un musical per il web. Nel tempo libero ricorda agli studenti universitari che moriranno e finge di supportare Romney alle elezioni al grido di «Più apocalisse zombie per tutti!».
Il suo lavoro più celebre prima di The Avengers è effettivamente uno dei primi esempi di narrazione crossmediale. Buffy the Vampire Slayer è un film del 1992. L’idea originale di Whedon era trasformare la biondina che muore nell’angolo buio, personaggio ricorrente dei film horror, in un’eroina capace non solo di difendersi da sé, ma addirittura di salvare il mondo. Il film fu un grandissimo flop e a posteriori i fan diedero la colpa a Kristy Swanson – volto già noto nel mondo horror per essere stata la protagonista in Dovevi essere morta e I fiori dell’attico – ma in realtà l’idea di Whedon era stata manipolata dalla regista Fran Rubel Kuzui, che voleva produrre un film grottesco.
Un altro si sarebbe arreso davanti a un fiasco simile. Invece nel 1997 la cacciatrice esordisce sul piccolo schermo interpretata da una giovanissima Sarah Michelle Gellar. La serie vuole essere un sequel del film, i cui eventi sono accennati nel corso della prima stagione, ma è anche un nuovo inizio. Lo capiamo già dal teaser, in cui durante la notte una ragazza impaurita si fa trascinare a scuola dal suo ragazzo, per poi trasformarsi in vampira e ridurlo allegramente a pezzi. Ed è proprio il liceo di Sunnydale – sì, lo avevate visto da qualche altra parte – la Bocca dell’Inferno su cui si svolgono le vicende delle prime tre serie. Dopo il diploma le strade della protagonista e del suo amato vampiro con l’anima si separano e parte lo spin-off Angel, caratterizzato da continui crossover con la serie originale.
Alla sesta stagione di Buffy, quando lo spettatore pensava di aver già visto tutto – mostri, androidi, morti e resurrezioni – Whedon crea il celebre Once more with feeling, l’episodio interamente cantato che dà la svolta giusta a una stagione che stava procedendo fiaccamente. Pur essendo un vero e proprio musical, Once more with feeling rimane perfettamente inserito nell’orizzontalità della narrazione e coerente con gli altri episodi, a differenza dei tentativi successivi di altri showrunner.
Dopo sette anni di lotta contro il male, Buffy si ritira dagli schermi. Ma non va in pensione. La storia continua in un fumetto pubblicato da Dark Horse, anche se Whedon avrebbe preferito realizzare un altro film con gli attori della serie – di cui si vocifera da anni, ma che nessuno ha mai confermato. E a proposito di progetti non andati in porto: erano previsti anche una serie animata e lo spin-off The Ripper, con protagonista l’osservatore Rupert Giles.

Il potere del mito
La capacità di portare una narrazione su piani diversi, senza mai tralasciare nessuna delle storyline, rimane una delle caratteristiche principali di Whedon che nel 2014, dopo il successo di The Avengers, lancia Agent of Shield, serie prodotta dal canale ABC che introduce nuovi personaggi e temi che saranno toccati anche da Captain America: The Winter Soldier – di cui Whedon ha girato una delle scene dei post-credits – e Avengers: Age of Ultron in uscita a maggio 2015.
Ma cosa hanno in comune gli eroi della Marvel con la cacciatrice? Uno dei temi chiave sembra essere l’inadeguatezza dell’eroe, l’incapacità di far parte di una comunità, il senso di solitudine, e allo stesso tempo la ricerca di un gruppo a cui appartenere. Tutta la produzione di Whedon è influenzata dalla corrente esistenzialista – in particolare da Sartre – ed è caratterizzata dall’enfasi del sotto-testo e della metafora. Basti pensare al terrore di diventare vampiri che corrisponde alla paura dell’età adulta e al liceo che diventa la Bocca dell’Inferno. È chiaro che questa predisposizione per la metafora affonda le proprie radici nel mito.
La passione per gli archetipi e per gli studi di Campbell è particolarmente chiara nelle meta-narrazioni, quelle storie in cui la trama riflette sui meccanismi della narrazione per svelarne il senso. Whedon ne crea due: la puntata Storyteller della settima stagione di Buffy e il capolavoro horror Quella casa nel bosco.
Se nel primo caso a essere sotto analisi è la volontà, cha accomuna il narratore-creatore e lo spettatore, di perdere se stessi in una storia – come sottolinea il protagonista all’inizio dell’episodio, «Non c’è nulla di più bello» – Quella casa nel bosco ci chiede aristotelicamente di vedere la storia in termini di catarsi. In soli tre giorni Whedon ha scritto una sceneggiatura in cui struttura narrativa e ritualità coincidono perfettamente, facendo diventare il film, nella trama e nell’esperienza visiva, un rito di purificazione. Così, mentre i personaggi scoprono di essere solo archetipi, lo spettatore si chiede se è lui a rispecchiarsi nella storia o è la storia stessa a essere stata creata con un tassello della sua umanità. Ed è costretto a porsi la stessa domanda che veniva rivolta al pellegrino giunto a Delfi: chi sono?

[Non avete ancora voglia di correre a recuperare tutte le puntate di Buffy, Angel, Firefly e Dollhouse? Aspettate la seconda parte!]

– Chiara Marletta –