Immersi nelle storie

 

Se qualcuno mi chiedesse: «Che cosa sono le narrazioni transmediali?» è assai probabile che farei un po’ di fatica a rispondere.
Proverei con: «È una narrazione… quindi si tratta di una storia… o meglio, di più storie. Trans è un prefisso… che indica un mutamento da una condizione all’altra. E… Non lo so. Davvero.» La sfangherei soltanto se facessi un esempio. Tipo questo: «The Walking Dead è una narrazione transmediale [NT, d’ora in avanti]!»
«Per quale motivo?» incalzerebbe il mio interlocutore.
«Perché c’è il fumetto, The Walking Dead. E la serie tv. E il videogioco.» «Allora lo sapevi.» «Sì, lo sapevo.» «E perché prima non mi hai risposto?» Perché è più semplice portare l’esempio di una NT che darne una definizione.
O almeno credo.

Le NT sono ovunque, ormai. È sufficiente dare un’occhiata ai blockbuster (cinematografici e non) di questi ultimi anni. Da Harry Potter ad Avatar passando per Spider-Man e Assassin’s Creed. Fino a The Walking Dead, appunto. Tutte NT. In un percorso che attraverso le pagine di libri, i fotogrammi di film, le vignette di fumetti e i pixel di videogiochi confluisce nelle immagini dei nostri serial televisivi preferiti.
Chi come me è nato negli anni ’80, poi, le NT ce le ha avute praticamente attorno fin dalla nascita. A sostegno di questa tesi posso portare come esempio non soltanto Star Wars – la Trilogia classica di George Lucas, che vide la luce tra il ’77 e l’83 –, ma pure la serie televisiva Love me Licia.
Correva l’anno 1986.
E Love me Licia era un telefilm italiano prodotto dalla Fininvest e realizzato come seguito dell’anime Kiss me Licia, tratto a sua volta dal manga omonimo. Un telefilm con attori reali (adesso va di moda l’espressione “live action”) tratto da un cartone animato basato su un fumetto. (Ah: se poi esistessero anche dei videogiochi di Love me Licia, come pure una collezione di giocattoli, questo non l’ho mai saputo. Io Love Me Licia lo guardavo soltanto perché dopo davano le Tartarughe Ninja alla riscossa. Giuro.)

Al giorno d’oggi, tuttavia, le NT coltivano ben altra ambizione.
Quella di essere delle storie ideate, strutturate e fatte interagire tra di loro fin dall’inizio su differenti mezzi di comunicazione. In modo da: (1) sviluppare l’universo narrativo di riferimento; (2) offrire spazi espressivi tramite l’interattività garantita dal web 2.0. Soprattutto, valorizzando le caratteristiche di ciascun medium.
Ovvero?
Con un libro, un film, un serial o un fumetto si deciderà di approfondire le psicologie dei personaggi; con un videogioco, oppure l’applicazione di un tablet, si metterà l’accento sugli aspetti più spettacolari della vicenda. Infine, una pagina Facebook, un account Twitter oppure un canale YouTube permetteranno a chiunque lo desideri di diventare un nuovo autore della storia.

Ma a chi si rivolge una NT?
A lettori, spettatori, gamers (sì, anche quelli che videogiocano solo sul cellulare) e triggers, ovvero i cosiddetti “consumatori attivi” dell’entertainment 3.0. In generale, quindi, a un pubblico formato essenzialmente da adolescenti e giovani adulti. Tuttavia, se l’ambizione di una NT è quella di ampliare il proprio universo attraverso le possibilità espressive garantite dai differenti dispositivi tecnologici – quelli che al giorno d’oggi, bene o male, possediamo tutti quanti – a ciascuno capiterà di fare esperienza di quella certa storia, o di quel certo personaggio, sviluppato sul supporto tecnologico momentaneamente più adatto alla propria età.
Qui è meglio se faccio un esempio.
Conosco spettatori che, pur rientrando nella classificazione delle persone anziane (scusa, papà), mai e poi mai si perderebbero una puntata di The Walking Dead.
Se, però, questi stessi spettatori volessero giocare a The Walking Dead: Survival Instinct, non saprebbero da che parte cominciare: confonderebbero il joypad della Playstation3 per un massaggiatore portatile e il Nunchuk della Wii per il telecomando del garage. (Ancora una volta, papà: scusa.)
Occorrerà attendere che le generazioni attuali vengano soppiantate da quelle dei cosiddetti nativi digitali (quelli nati avendo a disposizione Internet, cellulari e Mp3).
Nel frattempo il sottoscritto, nient’altro che un immigrato digitale (ovvero: uno che ha adottato certe tecnologie soltanto in un secondo momento), buona parte di quello che oggi sente definire NT l’avrebbe archiviato semplicemente come merchandising , negli anni ’80.

Ma non si tratta soltanto di questo.
Si tratta di provare a indagare per quale motivo oggi stiamo assistendo a quest’inarrestabile, incontenibile proliferazione di storie. Lo scrittore e giornalista Frank Rose, autore de Immersi nelle storie – Il mestiere di raccontare nell’era di internet, ci ha provato: inducendo due scrittori italiani, Marco Mancassola (autore dell’ultimissimo Gli amici del deserto) e Giorgio Vasta (Il tempo materiale), a difendere posizioni diametralmente opposte. In questo continuo desiderio di narrare storie, infatti, il primo diagnostica “il sintomo di una spinosa inquietudine esistenziale, quando non di vera nevrosi”. Il secondo trova a dir poco entusiasmante questa contaminazione tra ciò che è reale e ciò che è finzione: “È meglio spalancarsi all’ibridazione: scoprire che da sempre il legame tra realtà e finzione ha una natura meticcia.”

Da che parte stare, io ancora non l’ho capito.
So soltanto una cosa.
Che quando il mio cellulare si impallerà, perché all’iPhone servirà l’ultima versione di iOS; oppure quando la Xbox smetterà di funzionare, nonostante i reiterati, disperatissimi “spegni e riaccendi”, tornerò col pensiero a quanto Umberto Eco ha scritto in un suo saggio: ovvero che i libri sono “come il cucchiaio, il martello, la ruota e le forbici. Una volta che li hai inventati, non puoi fare di meglio”.
Andrò verso la mia libreria e comincerò a leggere segni di inchiostro su fogli di carta. Senza più temere schermi improvvisamente neri, crash di sistema o batterie agli sgoccioli.

– Francesco Gallo –