“Piccole donne” di Greta Gerwig è bellissimo

Piccole donne è indimenticabile, e il film di Greta Gerwig ce lo ricorda, spiegando anche perché (lei, che ha detto come quel libro abbia fatto parte della sua vita da sempre, cosa che vale anche per molte di noi, me compresa).

Intanto, e in breve, dato che Piccole donne tutti sanno cos’è, ma a me non sembra così vero. Piccole donne è, innanzitutto, «un capolavoro di astuzia femminile» che per «centocinquant’anni è riuscito a farsi stampare, tradurre e raccomandare come un romanzo di formazione per giovinette di buona famiglia» e che «intanto riesce ad annunciare la fine del patriarcato». Lo ha scritto la filosofa Luisa Muraro. E ancora: «Si tratta della storia di quattro sorelle che crescono sotto la guida di una madre e in assenza del padre. Il padre è andato volontario in guerra, nella terribile guerra di Secessione che insanguinò gli Stati Uniti intorno al 1860. Louisa May Alcott dice la cosa giusta: gli uomini si stanno autoeliminando a forza di guerre. Resta vivo il simbolico delle donne».

Le poche figure maschili del libro – il padre che è in guerra o Laurie – si affacciano su un mondo di sole donne «e non hanno il potere di turbare la sua vita né di istallarsi nel suo centro focale» (questo è reso molto bene in una scena del film, quando Laurie riaccompagna a casa da una festa Jo e Meg che si è slogata una caviglia, restando sulla soglia a guardare, ammirato e intimidito, un esempio di sorellanza).

Le quattro sorelle, dice Muraro, sono tipe fra loro molto diverse «e tutta la trama si sviluppa dal gioco libero delle loro differenze». E viene soprattutto da questo gioco libero, spiega, il grande successo del libro: «Viene cioè dal ritratto della differenza femminile che si manifesta attraverso le differenze fra donne: non dipende solo né soprattutto dalla figura di Jo, come ho sentito dire».

Il film di Gerwig  – che è stato candidato all’Oscar, ma lei come regista incredibilmente no – non è un semplice adattamento cinematografico del libro. Riesce a raccontarne il senso, restando accanto al testo con rispetto e cura, ma arrivando a rendere il fatto che al di là dell’epoca in cui fu scritto, qui non c’è niente di datato, e nulla di superato. Parla di lei, di Louisa May Alcott, di donne, di (in)dipendenza economica, di arte e anche di cinema, facendosi beffe di come, anche attraverso il cinema, l’esistenza femminile sia stata piegata e deformata (ci arrivo). È mainstream e radicale allo stesso tempo.

Il libro di Louisa May Alcott (che conosciamo diviso in due volumi: Piccole donne e Piccole donne crescono) nasce invece come opera unica. Il film non trascrive in modo lineare la vita delle quattro sorelle dall’infanzia all’età adulta, ma rimescola l’ordine cronologico del testo iniziando quando Jo, Meg, Amy e Beth sono adulte e tornando di continuo indietro nel tempo. La maggior parte dei dialoghi riprende quelli del libro, ma decostruendo la linearità della narrazione il film permette di procedere per temi e di tirarne fuori l’essenza femminista. Alcuni, ho letto in giro, lo hanno giudicato frettoloso in alcuni passaggi, quando gli adattamenti precedenti avevano invece il merito di aver dato maggior spazio al dramma (al pentimento di Amy per aver bruciato il manoscritto di Jo, o all’incidente sul lago, ad esempio): ma ci sono cose ben più importanti da dire. E Gerwig lo sa.

All’inizio del film Jo March dichiara, con una citazione di Alcott, che «il denaro è lo scopo della sua esistenza mercenaria» e la si vede negoziare con l’editore a cui cerca di vendere un racconto («Di solito paghiamo tra i 25 e i 30 dollari per questo genere di cose. Ma per questo qui, pagheremo 20 dollari», dice lui). Jo, ha scritto in una bella recensione Anaïs Bordages su Slate, usa i suoi talenti letterari (e non solo i suoi capelli) per provvedere alla sua famiglia: la scrittura è per lei una passione, ma anche una necessità finanziaria. Ciascuna sorella, a modo suo, seppur incastrata nella sfera domestica, ha aspirazioni e sogni di realizzazione di sé, che si scontrano di continuo con le poche opzioni riservate alle donne. Il matrimonio, di cui parla costantemente zia March («married or dead», insinua, specificando però che l’unica ragione per cui lei non è sposata è che è ricca) rappresenta una minaccia più che una promessa. E che cos’è il matrimonio, lo spiega bene Amy a Laurie: è un accordo finanziario come un altro, all’interno del quale i figli e il denaro che una donna guadagna diventano proprietà del marito.

In uno dei passaggi più dolorosi del film, Jo si chiede se abbia fatto bene a rifiutare le proposte di Laurie. «Le donne hanno una mente e un’anima, e non soltanto un cuore. Sono ambiziose e di talento, non sono solo belle. Sono così stanca di sentire che l’amore e la famiglia sono le uniche cose per cui è fatta una donna». La citazione è tratta da un altro libro di Louisa May Alcott, Rose in Bloom (Rose in fiore in italiano). Ma Greta Gerwig non si ferma e aggiunge un’ultima frase, sua: «Ma mi sento così sola…». Insomma, qui non ci si accontenta del feticcio di un femminismo vagamente rivendicativo. Diciamocelo chiaramente come funziona: il proprio desiderio di autonomia ha un costo (e anche la madre, a un certo punto, ricorda a Jo che è «arrabbiata quasi ogni giorno della sua vita»).

Ma la cosa forse più bella di tutte è che a poco a poco Greta Gerwig mescola il destino di Jo con quello dell’autrice, Louisa May Alcott, che non ha mai avuto figli, che non si è mai sposata e che ha avuto una vita davvero eccezionale, come attivista femminista e antischiavista, e come scrittrice. Anaïs Bordages su Slate l’ha spiegato bene: «Uno degli aspetti peggiori del libro e dei suoi successivi adattamenti è la fine: Jo, che ha sempre avuto un forte desiderio di indipendenza e che ha giurato che non si sarebbe mai sposata, si sposa. Non con Laurie (…) ma con Friedrich Bhaer, un insegnante più grande di lei, insulso come un vecchio calzino» e con il quale nessuna di noi avrebbe mai voluto vederla sposata. «Se questo finale sembra incongruo, è volontario». Dopo la pubblicazione del romanzo, Louisa May Alcott ha raccontato nelle sue lettere che si sentiva obbligata a far sposare la sua eroina: per soddisfare le aspettative sociali dell’epoca. Gerwig, in un certo senso, le rende giustizia.

La regista trasforma infatti il matrimonio di Jo e Bhaer in una meta-storia: «Alla fine del film, Jo viene incoraggiata dalle sue sorelle a dichiarare il suo amore a Bhaer». Così, mentre lui esce da casa March per andare a prendere il treno, ha inizio una scenetta da film hollywoodiano: tutta la famiglia schierata in fondo alle scale guarda complice Jo, le suggeriscono eccitati di correre a farsi bella e di raggiunger Bhaer; e poi la corsa in carrozza verso la stazione, l’abbraccio sotto la pioggia e il bacio finale, appena in tempo. Tutta una roba che trabocca romanticismo, che rimanda ai cliché dell’inseguimento-in-aeroporto e che ci fa uscire improvvisamente dal film per fare l’occhiolino alla regista, a Louisa May Alcott e a Jo.

Tutto questo è intervallato da un’altra scena: «Jo presenta al suo editore un romanzo, in cui la sua eroina non si sposa. L’editore chiede un cambiamento e lei alla fine cede. Attraverso questo montaggio, il film suggerisce che il matrimonio di Jo e Bhaer sia, forse, solo una finzione, inventata per poter vendere il libro. E così, gli e le ammiratrici di Piccole donne possono ormai immaginare un mondo in cui Jo March diventa una romanziera famosa e rimane single». Con un colpo finale, Greta Gerwig sostituisce la tradizionale fine romantica tra l’eroina e suo marito «con una fine romantica tra l’eroina e il suo lavoro. Il film termina con una creazione (quella di Jo March, quella di Louisa May Alcott e quella di Greta Gerwig), con un montaggio pieno di enfasi che mostra il processo di stampa e la pubblicazione del romanzo. Dietro il vetro, con gli occhi che brillano, Jo aspetta di tenere il libro tra le mani», ricordando una giovane madre che, dietro il vetro, contempla il figlio appena nato. E sorride, con il “nostro” libro tra le mani.

Muraro conclude la sua recensione a Piccole donne dicendo che «volendo usare etichette, per il capolavoro della Alcott» lei parlerebbe di romanzo d’iniziazione: «Il romanzo di formazione mostra un percorso per diventare quello che la società domanda o aspetta, mentre il romanzo di iniziazione racconta i passaggi che ti portano a scoprire quella che sei, e a diventare quella che puoi essere, più profondamente. L’iniziazione ha a che fare con la nascita della libertà, quella associata alla scoperta di sé, ed è una cosa che, se non hai l’idea di questa libertà, non esteriore ma intima e personale, può essere scambiata con la moderazione o il conformismo. La Alcott lo sapeva, io credo e penso che ne abbia approfittato per mascherarsi da scrittrice benpensante e così fare il suo gioco. Le Piccole donne che tengo nella mia biblioteca, una traduzione, si aprono con l’introduzione di un letterato italiano, sicuramente bravo, ma, in questo caso, completamente fuori strada. (…) Leggiamo pure Piccole donne, conclude con un po’ di supponenza, ma si tenga conto dell’epoca in cui fu scritto. Fa ridere: non si è accorto di niente, non ha capito niente».