A lavorare

“A lavorare! A lavorare in fabbrica.” Questa è la linea dura contro la disoccupazione e la precarietà giovanile proposta dal sociologo Giuseppe De Rita martedì in un’intervista a Repubblica: “Ma chi se lo prende un diplomato al liceo classico con una laurea triennale?”. De Rita non è il primo che – “ringraziando la crisi” – ci invita a sporcarci le mani, tornando a fare quei mestieri che gli italiani hanno appaltato da tempo agli immigrati: fabbri, panettieri, raccoglitori di pomodori e domestici.

Prima di lui il sociologo Richard Sennett, dopo aver raccontato le miserie dell’Uomo Flessibile, ha rispolverato il mito dell’Uomo Artigiano. E mentre dall’America ci arrivavano i romanzi di Bret Easton Ellis, Jay McInerney, David Foster Wallace e Jonathan Franzen sul declino della società Occidentale tutta psicosi & terziario, i nostri autori chini sul computer vergavano le pagine di un nuovo operaismo vintage, al limite del nostalgico, destinato a grandi fortune: Acciaio di Silvia Avallone, Mammut di Antonio Pennacchi (uno che in fabbrica dice di essersi addirittura divertito!) e il buon Ternitti di Mario Desiati. Dalla radio Fabio Volo ci continua a raccontare quanto era bello fare il panettiere, Michele Serra dalla sua Amaca ci invita spesso a tornare a raccogliere patate nei campi e un artista contemporaneo si è recentemente trasformato in shampista gratis per una sua performance.

La lista sarebbe ancora molto lunga, ve la risparmio. So benissimo che nessuno dei giovani neolaureati sente urgente il richiamo della fabbrica o della raccolta stagionale di arance. Al massimo ci si può appassionare alla lettura de Lo Zen e l’Arte di riparazione della Motocicletta di Pirsig e sporcarsi d’olio i polpastrelli sistemando i bulloni dello scooter, oppure andare a fare la vendemmia con gli amici quasi fosse un film di Muccino. Poco altro, se non l’incombenza artigiana del montaggio dei componibili Ikea. Ma il sogno di tutti è e rimarrà sempre quello di una professione figlia legittima degli studi fatti. Così è pure per Jamila, la ragazza pachistana di Brescia salita agli onori delle cronache di questi giorni perché per la famiglia era “troppo bella per andare a scuola” (o almeno questa è la versione fornita alla stampa): Jamila ha detto al Corriere che il suo sogno è ottenere la cittadinanza italiana e diventare una stilista. Non una colf, non una commessa di un alimentari, non una badante: una stilista.

Io auguro con tutto il cuore a Jamila di riuscire a realizzare il suo sogno e spero di vederla tra qualche anno camminare per le strade di Brescia per raggiungere il suo atelier d’alta moda e poi fermarsi magari a comprare un pezzo di focaccia dal suo panettiere di fiducia: Fabio Volo. Per buona pace di De Rita, che forse farebbe bene ad ascoltare la lezione del suo collega Zygmunt Bauman. Il sociologo e filosofo, intervistato recentemente da Fabio Fazio e invitato fare previsioni e dare un aiuto su come affrontare il futuro, ha riposto che questo non faceva parte del suo mestiere, che si limita a cercare di interpretare e spigare il presente, senza né lezioni né consigli.